Trenismi

Dieci riflessioni da viaggiatore ferroviario compulsivo:

  1. Quando verrà fuori il materiale (la gente del treno chiama così carrozze e vagoni) in cui si potrà connettere alla rete wireless che sadicamente fanno vedere al tuo computer senza fartici accedere?

  1. Non si vedono più le famiglie che mangiano la pasta e fagioli conservata nel thermos, però ci sono persone che riescono a mangiare anche un panino in modo disgustoso

  1. Due persone ipercritiche e misantrope che si trovino sedute di fronte si troveranno entrambe cordialmente antipatiche e insopportabili?

  2. Se mi fossi seduto di fronte in questo momento mi troverei simpatico o insopportabile?

  3. Quando l’altoparlante dice che l’addetto alla pulizia è pregato di recarsi nella tal carrozza (spesso la n. 3), vuol dire che è successo qualche guaio

  4. su cinque viaggi in treno almeno in uno senti di qualcuno che ha comprato il biglietto sbagliato (si solito, non so perché, si tratta di donne)

  5. nessuno comunque supera le turiste americane che volevano entrare nella metropolitana di Roma con il biglietto del treno (e quello grande formato 16:9, non quello chilometrico) e quando hanno scoperto l’inghippo si sono lamentate vivacemente

  6. il giorno che sul treno Roma-Venezia non ci saranno giapponesi sarà un giorno molto molto brutto per l’Italia e per il mondo

  7. se potessi chiedere a Dio un superpotere, oltre a quello del superolfatto che ho già e che spesso è più che altro una sfiga, vorrei poter conoscere chi sono e dove vanno gli altri viaggiatori, ma senza troppi dettagli, giusto 10 righe di presentazione, con la destinazione e il perchè del viaggio, e giusto così, tanto per farsi gli affari degli altri

  8. è passato tanto tempo da Assassinio sull’Orient Express e da Cassandra Crossing, i tempi sono maturi per un nuovo film di ambiente ferroviario (per cortesia, non citatemi Polar Express), personalmente propongo un film di zombi dove alla partenza di un treno Frecciarossa sale una persona infetta, e il resto del plot viene da solo, protagonisti principali i passeggeri dell’ultima carrozza con i soliti 5-6 personaggi tipo (la bella studentessa, il caporalmaggiore dell’esercito, la suora, il ragazzo nerd che sa tutto degli zombi, l’istruttrice di capoeira e il manager con l’Ipad che è il primo di questi a morire).

Solo qualche volta

Non tutti gli aerei portano i loro passeggeri in universi paralleli, succede solo qualche volta.

La fisica della meccanica quantistica dice che esistono infiniti universi paralleli all’interno di un infinitamente grande multiverso, e in molti di questi universi una persona fatta esattamente come voi sta leggendo in questo momento questo stesso post.

Però il mondo non è ordine e razionalità, e in questo grande disordine multiversale non mancano le increspature degli infiniti continuum spazi temporali.

Così accade che molte volte, quando si sale su un aereo e si oltrepassano le linee temporali di almeno due fusi orari reali (non quelli convenzionali che abbiamo deciso noi), alcuni dei passeggeri dell’aereo passino da un universo parallelo all’altro, senza accorgesene naturalmente, e quando atterranno sono convinti di essere arrivati a destinazione nel loro universo, mentre è un altro sé stesso che ha preso il loro posto sull’aereo, nel loro universo, nella loro vita.  E scendono dall’aereo, vanno a ritirare al parcheggio l’automobile dell’altro sé stesso, tornano a casa dall’altro sé stesso, fanno l’amore con la donna dell’altro sé stesso, mentre l’altro sé stesso nel loro vecchio universo si comporta nello stesso modo.

E forse solo li sfiora la sensazione di essere altrove.

Può anche accadere che non ci sia uno scambio, che una persona passi in un altro universo, ma l’altro sé stesso non arrivo nel suo, perché magari per una minima differenza tra i due universi il suo doppelganger o già morto, o magari aveva perso l’aereo quel giorno, o il volo nell’altro universo è stato cancellato, e così succede che in un universo ci siano due doppioni, e nell’altro nessuno, e molti casi di persone scomparse nel nulla forse si possono spiegare proprio così.

Quanto questo succede non si verifica alcun paradosso, e nessuna rottura  del continuum spazio temporale di cui favoleggiano tanti scrittori di fantascienza a proposito dei viaggi del tempo.  Perché in fondo cosa sarà mai qualche doppione nell’immensità del multiverso?

C’è solo un mondo dove voi non ci siete, e un altro dove di voi ce ne sono due, come in tante storie dell’immaginario popolare e come in quel video musicale di qualche anno fa (della canzone e del gruppo non ricordo i nomi), dove all’improvviso il protagonista scopre che un altro ha preso il suo posto sul lavoro, a casa sua, finché gli prende anche l’automobile, l’unica cosa che gli era rimasta.

Tratto da una storia vera.

Sopravissuti

Mentre all’orizzonte già vedo profilarsi un traguardo che come blogger mi inorgoglisce non poco (al momento di scrivere queste righe mancano solo diciassette lettori) è la vita là fuori che mi offre lo spunto per l’ennesima Grande Domanda:

“Sei più bravo se eviti del tutto le situazioni difficili o se ti ci metti e riesci ad uscirne?”

Risposta n. 59.

La Domanda nasce da una brutta esperienza di cui siamo stati malcapitati protagonisti io e la mia Bellaccina quando ieri siamo tornati in Italia da una per il resto bellissima vacanza a Salisburgo.

Per il resto, appunto, perché se la neve e il ghiaccio avevano già complicato il viaggio di andata, quello di ritorno è stato come vivere in un film, ma uno di quei film di avventura dove ai protagonisti ne capitano di tutti i colori, tipo un film di Roland Emmerich tanto per intendersi.

Tutto intorno a noi era fatto di sfumature del bianco, l’autostrada dei Tauri così sommersa dalla neve che alcune uscite erano tanto innevate da non riconoscerle, e abbiamo vissuto momenti così drammatici da disperare, nei minuti più drammatici, di riuscire a uscire da quell’incubo di neve.

E’ solo per l’amore di Bellaccina per le fotografie che ne siamo usciti con alcune istantanee di dove eravamo, come quella che ho scelto per illustrare questo articolo.

Ed è solo per la mia spero nota cinefilìa che in uno degli attimi più difficili, mentre quelle stramaledette catene appena comprate non si montavano, che mi è venuta in mente una scena di Armageddon e a mani nude come Bruce Willis sono arrivato alla soluzione.

Fino a quando, all’uscita dall’ennesima galleria, è apparso lo spazzaneve cui finalmente ci siamo accodati riuscendo a uscire da quell’inferno bianco.

Ne siamo usciti, e ne siamo usciti bene, rafforzati come coppia dal modo in cui abbiamo superato quella difficoltà, superata la paura anche un po’ di orgoglio per avercela fatta, ma mi resta un dubbio: siamo stati più pirla a essere gli unici non austriaci e senza gomme da neve in una situazione come quella, o più eroi a esserne usciti bene?

In fondo è un po’ il dilemma del portiere: il portiere bravo a piazzarsi e a tenere la posizione evita molti gol, ma è quello che para con tuffi spettacolari che conquista il pubblico… Anche se aveva sbagliato completamente posizione.

Aeroporti

Ho sempre amato gli aeroporti. Ricordo che quand’ero bambino, erano gli anni settanta, mi feci accompagnare all’aeroporto di Ronchi dei Legionari, l’aeroporto di Trieste, per assistere al decollo degli aeroplani, che ammiravo a bocca spalancata.

Mia mamma mi disse che i piloti erano molto ben pagati, e la loro divisa era molto bella, fu così che per qualche tempo decisi che da grande avrei fatto il pilota; poi vidi il quadro comandi di un aereo con tutte quelle luci e quei pulsanti da ricordare a memoria, e cambiai idea.

Il mio primo aereo fu un Trieste-Roma, avrò avuto dodici anni, ricordo bene le immensità dell’aeroporto un Fiumicino dove sostammo a lungo aspettando che nella lista d’attesa del volo successivo si liberassero due posti, e dove c’era un bellissimo e buonissimo ristorante self service che oggi non c’è più.

Adesso sono passati molti anni, la vita ha premiato la curiosità di quel bambino, e ormai carte d’imbarco e varchi di sicurezza sono parte della mia vita, che solo nelle ultime due settimane mi ha portato una volta a Parigi e l’altra ad Alicante, via Madrid, con tanto di lunghe attese seduto sulle sedie di plastica degli aeroporti in attesa dell’imbarco girando per il terminal a cercare di fare passare il tempo portandosi a spasso il bagaglio a mano, e magari cercando un dono da portare alla mia Bellaccina.

Capisci che viaggi davvero molto quando conosci a memoria i codici degli aeroporti, quando sai che MXP vuol dire Milano Malpensa e che VCE quasi sempre è il volo che ti porta a casa.

E poi tutti gli altri: il malpensato  FCO, il simpatico BGY, l’elegante e carissimo CDG, il futuristico MAD, VRN con i suoi tour operator, VLC dove un giorno volevo portare un mazzo di fiori all’impiegata al check che era stata tanto gentile… e infine SFO dove ho lasciato un pezzo di cuore (ma prima o poi torno a riprenderlo).

Quasi quasi prima o poi ci scrivo una canzone, ma verrà meglio a rappare o nello stile di Venditti (o nello stile di Guzzanti che imita Venditti)?

Un posto perfetto

Capita che il posto perfetto (ma forse è meglio un posto perfetto) lo scopri per caso, perché mancano tre ore al volo del ritorno e hai una scoppiettante Skoda Fabia a noleggio che può portarti in giro.

Un posto si avvicina già alla perfezione per il fatto che ti dà il benvenuto con il Museo del Chocolate, e non a caso perchè è proprio in quella ridente cittadina della Costa Blanca che ha sede la Valor, la ditta produttrice del cioccolato più buono al mondo (imperdibile con i churros).

La perfezione raggiunge poi il suo apice se le case del centro storico sono tutte colorate come i mattoncini della Lego, e se di fronte alla cittadina si apre una spiaggia dorata con tanto di palme. Uno apre la finestra di casa e davanti ha un’immagine come questa della foto che ho scelto per illustrare il post (l’ho scattata l’altro giorno lì, non in qualche isola caraibica).

Il tutto a due passi sia da una città universitaria vivace come Alicante, che dalla famigerata Benidorm, con i suoi grattacieli che neanche Miami ma pure con le discoteche che neanche Miami.  E infine, a coronare il tutto, in dieci minuti arrivi a Terra Mitica, uno dei più rinomati parchi di divertimenti ispanici.

La fortunata cittadina che coniuga tutto questo risponde al ridente nome introvabile per il navigatore di

Villajoyosa

e già il nome (La Vila Joiosa in valenziano) è tutto un programma.

Mentre con la fidata Skoda Fabia tornavo verso l’autopista, con lo sguardo inebriato da tanta bellezza (altro che sacchetti volanti, amico di American Beauty) dal finestrino aperto l’ultimo affronto: un sottile effluvio che mi ricordava quello che sentivo quando andavo all’università passando davanti alla fabbrica della Illy, solo che in questo caso il profumo non era quello del caffè ma quello del cioccolato.

Ci sono posti dove l’aria sa di smog, altri dove sa di letame, altri dove sa di cavolo. Grazie alla fabbrica della Valor l’aria di Villajoyosa odora di cioccolato, e vi assicuro che è un’esperienza quasi mistica.

Pensate che stia esagerando? Un po’ troppo sopra le righe con il mio entusiasmo?

Può essere.

Ma prima o poi a Villajoyosa ci voglio tornare. E spero che prima o poi (in fondo la vita è lunga) sia per rimanerci.

Tristezze

Giorni fa, passeggiando per il campus dell’università di Berkeley mi sono imbatutto nel teschio di mucca che da sempre è il simbolo dell’università di Padova e in particolare della sua sede storica, quel palazzo del Bo’ che prende nome e simbolo dall’insegna dell’osteria dove erano iniziati i primi insegnamenti universitari.

In quel momento mi ha preso da un momento di tristezza, pensando che l’Italia attuale ha perso praticamente tutto di quella grandezza che pure aveva ispirato tanto al resto dell’umanità.

Quella visione e quei pensieri mi hanno ispirato tante  altre considerazioni, sui valori di  merito ed eccellenza così poco valorizzati, ma anche sull’eguaglianza, intesa come il rispetto delle pari opportunità e della giusta remunerazione per il lavoro e l’impegno (e non per le amicizie o la famiglia) di ciascuno. Tutti principi che gli Stati Uniti, con i loro difetti, invece rispettano e tutelano.

Quanta distanza dalla nostra povera Italia, che dopo avere insegnato tanto al mondo sembra avere dimenticato i suoi stessi insegnamenti.

Come siamo caduti così in basso l’ho intuito qualche giorno dopo, in gita in uno dei posti turistici più banali del circondario, dove mi sono malvolentieri imbattutto in un gruppo di ragazzetti con la puzza sotto il naso presto raggiunti da un branco di genitori arroganti e maleducati, firmati dalla testa ai piedi, e con i classici atteggiamenti  di quella classe dirigente ignorante e sbruffona che purtroppo ci ritroviamo.

Mentre tenevo ben nascosta la guida per non svelare la mia identità italica, ho intuito istintivamente che finché il nostro Paese si troverà questi personaggi al vertice della piramide, non c’è verso di risalire il pendio della nostra decadenza, ma soltanto continuare a scendere sempre più in basso.

All’improvviso

Lo so che sono stato diversi giorni senza scrivere nè commentare.

Il problema è sorto sabato 13, in cui si celebrava la Giornata del Prenditi un Nome Diverso, il Get a Different Name Day.  Forse mi sono confuso, forse non volevo stare a casa il giorno dopo, cioé la giornata di San Valentino (e siamo a due giornate mondiali in un post), fatto sta che ho preso l’aereo e sono volato a Cadice, in Andalusia, Spagna, praticamente dove fin dai tempi dei Fenici c’erano le due colonne d’Ercole.

Il caso ha voluto che a Cadice si tiene il Carnevale più famoso e popolare di tutta la Spagna, che quindi mi sono goduto appieno, in questi giorni di imprevista (ma sarà andata veramente così?) vacanza spagnola.

Cadice è una città strana.  E’ la più antica città dell’Europa occidentale, è una città di mare come tutte le città che amo, è l’ultimo lembo d’Europa ma è anche un po’ Sudamerica, è allegra ma anche un po’ malinconica, un momento c’è il Sole e poco dopo dall’Atlantico arriva la bufera.

Non serve l’ombrello mi hanno detto, a Cadice.  O c’è bel tempo, o piove e soffia il vento così forte che l’ombrello non ti serve a niente.

Anche nella mia vita, forse, non serve l’ombrello.  E anche se servisse, devo averlo dimenticato da qualche parte.