Klimt in corridoio – 3 –

attersee_1900(continuazione di Klimt in corridoio 2)

Anche prima che Hitomi Saganaki avesse salito le scale, bussato leggermente alla porta e oltrepassato veloce la porta del suo appartamento, Yusuke aveva subito capito che la persona che aveva suonato tre volte il campanello era lei. Ciò nonostante, quando la porta si aprì la riconobbe a stento. Quella ragazza magra con l’impermeabile trasparente, l’abito corto verde e gli stivali sopra il ginocchio era molto diversa dalla sua compagna di classe quattordicenne di tanti anni prima.

“Ben ritrovato Yusuke Motomaro” gli sorrise lei, e poi, quasi a togliergli l’imbarazzo “Ho saputo che stavi cercando Hitomi Saganaki, così ho deciso di trovarti io”. Yusuke le rispose, quasi come una bugia di cortesia, che l’aveva subito riconosciuta, e Hitomi non disse nulla, ma lo pregò di aiutarla a togliere l’impermeabile, che era tutto bagnato perché fuori pioveva. Yusuke la fece entrare e accomodare nella zona giorno, poi le propose di preparare una hotto chokoreeto. Hitomi sorrise delicatamente, e fece un cenno di assenso. Si era seduta sul divano tenendo le gambe strette, e le mani sulle gambe. Gli stivali alti nascondevano i segni del terribile incidente di cui gli avevano parlato il padre di Hitomi e Akihiko. Yusuke le voltò le spalle, prese un pentolino dalla credenza, vi versò il latte, e attese che bollisse per aggiungervi la bustina di cioccolata che conservava in dispensa da mesi, dopo averla comprata senza sapere nemmeno lui bene il perché. Mentre aspettava, Hitomi si mise ad osservare le foto formato gigante che erano disperse sul divano e sul tavolino. Erano tutte foto dei cervi di Nara.

In quel periodo il lavoro di Yusuke alla casa editrice consisteva nel selezionare le illustrazioni per una collana di calendari e diari dedicati ai cervi del parco di Nara. La selezione preliminare avveniva al computer, però nel momento della scelta finale delle foto da pubblicare era utile stamparle in formato A4. Yusuke, come ogni anno, selezionava per sé le immagini più strane, le meno adatte a venire inserite in un diario o in un calendario, e se le portava a casa. Quest’anno la sua collezione personale comprendeva varie immagini di cervi intenti a gesti impropri come divorare una piantina del giardino di un tempio, accoppiarsi tra loro di fronte a un torii, o defecare davanti a una scolaresca.

Quando, dopo avere terminato di preparare la cioccolata,Yusuke appoggiò sul tavolino di fronte al divano le due tazze fumanti, Hitomi gli fece i complimenti per le fotografie; Yusuke le spiegò che non era lui l’autore e la ragione per cui le aveva portate a casa, ma prima che finisse di raccontare Hitomi gli porse un cd nella sua custodia trasparente. “Ci sono tante canzoni di quando eravamo tutti e due alla scuola di Fukuoka” gli spiegò; Yusuke la ringraziò con un gesto del capo e inserì subito il cd nel lettore.  “Avrei voluto portarti la mia musicassetta , ma non sapevo se possedevi un registratore” aggiunse Hitomi, mentre nella stanza si diffondeva la melodia di Karma Chameleon dei Culture Club. Poi si scostò la frangia, si tolse gli occhiali e li posò sul tavolino e guardando Yusuke negli occhi gli disse: “Yusuke, negli ultimi tempi tu mi hai cercato tanto ma noi due ci eravamo già rivisti”.

Era il primo anno dell’università dopo il suo ritorno in Giappone, dopo,  una sera Hitomi era andata con le amiche in una discoteca nel quartiere dove spesso andavano gli studenti universitari. Il locale notturno si trovava nel seminterrato, era piccolo e molto buio. Era lì che nel buio aveva notato Yusuke, lo aveva riconosciuto, e senza dire una parola aveva iniziato a ballare vicino a lui. Mentre ascoltava il fluire delle sue parole Yusuke ebbe l’intuizione di capire quando era accaduto l’episodio che Hitomi stava raccontando. Non era un grande frequentatore di discoteche, ma quella sera di quello che per lui er l’ultimo anno si era lasciato convincere dai suoi amici e da Serge, un ragazzo francese che si trovava nella loro università per perfezionare il proprio scarso giapponese. Al termine del suo soggiorno a Tokyo, il giapponese di Serge era rimasto pessimo, ma aveva portato uno spirito di libertà e indipendenza nel gruppo di studenti locali con cui era entrato in contatto. Yusuke si ricordava ancora bene di quella ragazza che nell’oscurità gli si era avvicinata, e senza dire una parola aveva cominciato a ballargli vicino in modo tanto sensuale che il suo pene gli si era irrigidito. La ragazza gli ballava intorno e il suo corpo si muoveva seguendo un’onda e trasmettendogli un’incredibile energia sensuale; aveva bevuto due birre Asahi, ed erano passati più di dieci anni, adesso non ricordava più per quanto tempo i loro due corpi si erano mossi insieme, estremamente vicini ma senza toccarsi. Ricordava invece lucidamente che il giorno dopo, appena uscito dal dormitorio aveva incontrato tre ragazze sedute sui gradini dell’ingresso che credeva di non conoscere ma che lo salutarono; Yusuke rispose al saluto, e pensò che forse era di loro la ragazza che gli aveva danzato intorno, ma nel dubbio non si fermò e non chiese loro se la sera prima erano andate anche loro in discoteca; c’era dentro di lui l’imbarazzo per la grande intimità di quella sera prima, era come se Yusuke e la misteriosa ragazza avessero fatto l’amore, senza nemmeno essersi presentati, avere parlato o essersi toccati. Nei giorni successivi aveva provato a lungo a riconoscere in una delle studentesse dell’università il volto di quella ragazza che la sera prima aveva ballato con lui, di quella ragazza che aveva quasi fatto l’amore con lui senza nemmeno sfiorarsi, ma non era nemmeno certo del suo volto, e credeva di riconoscerla e di non riconoscerla in ogni ragazza che incontrava.

Perché non mi hai detto che eri tu?” gli chiese Yusuke. “Perché non era ancora il momento di ritrovarsi” gli rispose Hitomi “…perché avevo capito che non mi avevi riconosciuto, e in un certo senso mi ero sentita respinta ancora una volta. In più. come forse hai già saputo, nelle isole Hawaii mi è successa una brutta cosa, e a quel tempo non mi sentivo a mio agio con il mio corpo”. Yusuke gli accennò che era vero, che aveva saputo qualcosa, e Hitomi capì la sua difficoltà nel toccare l’argomento. Gli sorrise, e gli spiegò che già durante l’università le era stato chiesto più volte di raccontare la sua esperienza; un giornalista che aveva il fratello all’università l’aveva intervistata da un settimanale e da quel momento il suo lavoro era diventato raccontare la storia del suo incontro con lo squalo (Hitomi lo chiamava così). Era stata intervistata anche per alcuni documentari di un canale nazionale e di alcuni canali televisivi americani specializzati in servizi su natura e animali. Ogni volta il suo compenso era stato più alto, perché il suo racconto era particolare, perché era una ragazza dall’aspetto gradevole e perché era sopravissuta. “A tutti piacciono le storie con un lieto fine” gli sorrise; Yusuke ricambiò il sorriso, ma subito dopo non potè evitare che il suo sguardo si ponesse sulle gambe di Hitomi. “Lo so cosa ti domandi, se lo chiedono tutti… dal ginocchio in giù, una delle due gambe non è più mia, ma non chiedermi quale, non chiedermelo mai, Yusuke, è una delle due uniche cose che ti chiederò di rispettare.  L’incontro con quell’essere ha cambiato per sempre la mia vita, ho deciso di tenere per me stessa come me l’ha cambiata, così come  da anni invece racconto anche agli sconosciuti cosa accadde. Tu sei molto educato a non chiedere nulla, ma so che, come tutti vuoi, vuoi sapere, e non voglio dirti di no.  Ho raccontato molte volte questa storia, la storia di un mattino come altri, era una bellissima giornata di sole quando mi recai alla baia di Pohoiki per esercitarmi con il mio maestro, un ex surfista professionista originario di San Diego, che che mi aveva preso con sé perché diceva di vedere in me un grande potenziale.  Era un uomo alto un po’ sovrappeso con i capelli lunghi e la barba selvatica, che ormai stava diventando più grigia  che bionda.  Con noi c’era anche mia sorella Masumi. Il mare era splendido, ricordo di avere surfato un po’, e poi di essermi allontanata dalla riva alla ricerca dell’onda perfetta, che è il miraggio di ogni surfista.  L’onda la vidi solo arrivare. Dei momenti successivi ho solo ricordi confusi: un colpo sordo alla tavola, qualcosa che la fa ribaltare e mi fa cadere in acqua, un’ombra grigia, una gigantesca ombra grigia che mi sfila di fianco, il mare rosso sangue, io che cerco di nuotare verso la riva, una mano forte che mi prende e mi porta con sé, la sirena dell’ambulanza, le grida disperata della mia compagna di allenamento, le luci della sala operatoria, una notte interminabile e, alla fine, i volti della mia famiglia in un letto d’ospedale; e nel finale ci sono io che vengo portata fuori dall’ospedale su una sedia a rotelle, con in mano la mia maglietta insanguinata.   Ecco, dal momento in cui pagaiavo con le mani a cavalcioni sulla mia tavola da surf in un paradiso apparente, fino a quando sono tornata a casa su una sedia a rotelle, sono solo frammenti di ricordi.  Dicono che  sia la nostra mente a farci dimenticare le sofferenze peggiori, e penso sia quello che sia accaduto anche a me.  Tutti, dopo, hanno detto che sono stata attaccata da uno squalo molto grande, probabilmente hanno ragione, ma se tu lo chiedessi a me non avrei potuto risponderti che cosa mi avesse aggredito”.

Yusuke le disse che era molto dispiaciuto per quello che le era successo.  Hitomi lo ringraziò, e poi gli si avvicinò, tanto che le loro gambe si sfiorarono fin quasi a  toccarsi. “Sono molto felice di averti ritrovato, tu non lo sai ma per me sei stato molto importante.  Quando eravamo compagni di scuola tu riservavi le tue attenzioni a un’altra persona, e forse per questo non hai mai capito che io ero disperatamente e totalmente innnamorata di te. Disegnavo mille volte sul mio diario gli ideogrammi che compongono il tuo nome, scrivendolo ogni volta con un diverso significato; naturalmente conoscevo bene gli ideogrammi che utilizzavi tu per scriverlo, ma mi piaceva cambiarli, e scrivere il tuo nome in cento modi diversi, uno per ogni modo in cui ti amavo.  Lo sai, a quel tempo ero un ragazzina, ma l’amore che provavo per te mi ha portato a non dimenticarti mai, e a riconoscerti subito quella sera all’università, anche perché una parte di me, nel più profondo del mio animo, sperava che ritornando in Giappone ti avrei ritrovato”. “Mi dispiace di non averti stretto la mano, quel giorno, durante l’Hakata Gion Yamakasa” le disse Yusuke “se ti cercavo era proprio perché penso di dovere rimediare a quell’errore”. Hitomi gli sorrise, ma abbassò subito di nuovo lo sguardo. “Ora io sono qui, nel tuo appartamento; sono qui per te, ma non potrò restare per sempre.  Ho un gatto a cui sono molto legata e, vedi, non so se mio marito e mio figlio capiscono quando è il momento di dargli da mangiare.  Se tu lo vuoi, posso restare ancora un’ora con te, ma potrebbe essere l’ultima volta.  E non so se sarà bello, la prima volta di due amanti non è mai bella, sopratutto quando il loro amore è molto forte e intenso”. Yusuke fu colpito dalla parola che Hitomi aveva usato, ma non disse nulla. “Però ti voglio proporre un patto” continuò Hitomi “lasciami andare, fammi tornare dal mio gatto, da mio figlio e da mio marito, ma ascolta bene quello che ti sto per dire, e la prossima volta non sarà per una o due ore, ma sarà qualcosa di più”. Yusuke la ascoltò, in silenzio, ammirando l’eleganza dei suoi lineamenti e la strana linea delle sue sopracciglia.  Poi, quando lei ebbe finito, la accompagnò alla porta e, quando Hitomi aveva già indossato di nuovo l’impermeabile trasparente, le prese la mano e gliela strinse.  Hitomi gli baciò le labbra nel tempo di un sospiro, poi uscì.

Yusuke passò il resto della settimana a ripensare a quello che era successo, e alle istruzioni di Hitomi.  Ogni minuto in cui lei era rimasta nel suo appartamento, e ogni parola che Hitomi aveva pronunciato, gli erano profondamente scolpiti nella memoria, e rimbalzavano nelle pareti della sua mente.  Avrebbe voluto cercarla, correre da lei ovunque fosse, e con chiunque stesse in quel momento, ma era più forte l’impegno a rispettare il loro accordo.

Poi fu di nuovo domenica; Yusuke la attese nel corridoio, come Hitomi gli aveva chiesto. Le tapparelle delle finestre erano completamente chiuse e anche se era pomeriggio dall’appartamento era stata esclusa ogni fonte di luce naturale. Lei suonò tre volte il campanello, poi entrò senza dire una parola.  Era vestita come la domenica precedente: gli stessi stivali alti, lo stesso vestito, lo stesso impermeabile trasparente anche se fuori c’era il sole.  Sul pavimento e appese alle pareti del corridoio erano sparpagliate le foto venute male del servizio sui cervi di Nara. Il lettore cd diffondeva nell’appartamento le note di Through the barricades degli Spandau Ballet.  Hitomi riconobbe la canzone, ne ripetè il titolo senza emettere alcun suono, e poi gli disse: “ora ti porterò dove vanno i gatti quando li cerchi e non riesci a trovarli”. Yusuke allora spense l’unica luce che era rimasta accesa. Il buio completo si abbassò su loro due. Era come se avessero chiuso gli occhi, anche se non lo avevano fatto. Hitomi pronunciò il suo nome, e Yusuke fece lo stesso, ripetendolo mentre lo immaginava ogni volta scritto con kanji differenti. Sembrava quasi che la sua immaginazione si materializzasse davanti a lui, era quasi come se le diverse combinazioni degli ideogrammi del nome Hitomi  gli volteggiassero davanti, luminose nel buio. Chissà se succedeva lo stesso anche a Hitomi. Fu un istante e si ritrovarono come circondati da pareti trasparenti, poi fu improvvisamente buio e poi pian piano i loro occhi si adattarono alla penombra; Yusuke sentì che i suoi piedi non toccavano più il pavimento del suo appartamento, ma dell’erba umida; mentre la penombra divenne luce di un tramonto intravide attorno a sé le sagome dei cervi di Nara che passeggiavano intorno, in un paesaggio che ricordava un giardino ornamentale; eppure sentiva ancora la musica degli Spandau Ballet in sottofondo.  Allungò le mani fino a toccare le dita di Hitomi; le strinse le mani e lei strinse le sue. Si baciarono, Yusuke la spogliò con dolcezza; Hitomi infine abbassò la chiusura lampo YKK degli stivali, e se li tolse.  Non aveva alcun segno del morso dello squalo, erano le sue gambe, erano le sue bellissime gambe. Hitomi notò il suo stupore, lo invitò con lo sguardo a guardarsi intorno, e non ebbe bisogno di spiegarli che in quel luogo il passato e il futuro non avevano senso.  La settimana prima aveva proposto a Yusuke di seguirla in quel luogo, perché lì non avrebbero avuto per loro un’ora, due ore, o un’intera giornata; in quel luogo avrebbero potuto rimanere tutto il tempo che avrebbero voluto, anche per sempre, perché in quel luogo il tempo era come se non esistesse.  In quel luogo Hitomi non avrebbe tradito suo marito, perché quello che succedeva in quel luogo succedeva solo tra loro.  Ma succedeva, e stava succedendo veramente, non in un sogno, ma in un angolo della realtà. Ed era profodamente reale l’abbraccio dei corpi di Yusuke e Hitomi, il suo pene che entrava dentro di lei, il piacere di entrambi, il giacere distesi sull’erba umida stringendosi forte la mano, per un tempo senza tempo. Lo stereo trasmetteva le note della canzone The world we love in della cantante italiana Mina.

Walls seem to disappear
the room is filled with willows.
Heaven is, oh, so near
the blissy clouds of pillows.

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Klimt in corridoio – 2 –

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(continuazione di Klimt in corridoio)

La signora Saganaki fece accomodare Yusuke nel salone della loro casa hawaiana dai muri di intonaco bianco, che all’interno era arredata secondo lo stile giapponese tradizionale, e dopo avere fatto scorrere una shoji lo fece accomodare sul tatami, davanti al tavolo da the.  Dalla grande vetrata si vedeva la baia di Hilo, la barriera contro le onde e la placida distesa del mare Pacifico.

Il padre di Hitomi, il signor Saganaki ormai era quasi cieco, e aveva smesso di lavorare come giardiniere; sbrigava soltanto dei lavori su commissione per privati che ne conoscevano la fama di migliore giardiniere giapponese delle isole Hawaii che si era guadagnato lavorando per diciotto anni nei migliori giardini dell’arcipelago.  La sua precisione e il suo impegno gli avevano portato ottimi guadagni, e ora aveva potuto smettere di lavorare  e poteva trascorrere una vecchiaia agiata.  Dopo avergli raccontato della sua nuova vita, e avere rivolto a Yusuke molte domande sulla patria lontana, il sig. Saganaki all’improvviso rimase in silenzio.  Si versò con calma del the e ne versò a Yusuke, poi lo guardò, o almeno sembrò guardarlo come se avesse riacquistato la vista, e poi parlò.

“Mia figlia Hitomi è morta”.

Le parole del signor Saganaki raggelarono Yusuke.  La signora Saganaki uscì discretamente dalla stanza mentre il sig. Saganaki continuava a parlare. “Ho dovuto portare via quell’arbusto di satzuki dal giardino Korakuen per salvare mia figlia maggiore Masumi, era l’unico modo per salvarla.  Era in coma da sei mesi, e i medici non sapevano cosa fare, ma io lo avevo capito.  Dovevo sciogliere l’equilibrio del mondo, e per farlo dovevo interrompere l’equilibrio perfetto del giardino Korakuen, e creare un momento di disequilibrio, durante il quale Masumi poteva risvegliarsi.  E una volta che il mondo sarebbe tornato in equilibrio, non avrebbero potuto riprendersela.  E così è successo.  Anche se purtroppo, salvando Masumi ho determinato la catena di eventi che mi ha fatto perdere Hitomi. Vivendo alle isole Hawaii ho imparato a conoscere come ragionano gli europei; se hanno un monumento storico, a differenza nostra loro ne conservano la struttura originale e la restaurano, mentre come sai noi abbattiamo i nostri monumenti per poi ricostruirli.  Non è quello che facciamo?  Demoliamo e ricostruiamo dalle fondamenta. Ma non sempre è possibile”.

Trovare la famiglia di Hitomi per Yusuke non era stato facile; aveva provato ad avere informazioni dalla segreteria della loro scuola di Fukuoka, ma gli avevano risposto che non potevano fornirgli informazioni di quel tipo, aveva persino pensato di rivolgersi a un’agenzia di investigazioni, ma alla fine aveva lasciato perdere, perché quelli erano i mesi in cui nel suo posto di lavoro doveva dare il massimo. Tornò a pensare a Hitomi solo a gennaio, e allora ebbe l’idea di telefonare a Akihiko Nagakawa, l’unico compagno di classe della prima superiore con cui fosse ancora in contatto, perché aveva frequentato la sua stessa università.  Akihiko era uno sportivo, ed era stato il capitano della squadra di baseball della scuola superiore. Akihiko adesso lavorava all’ufficio pubbliche relazioni di Tokyo di una famosa casa automobilistica, per cui curava la comunicazione del suo prestigioso marchio di lusso; si diedero appuntamento a un caffé di una catena in stile americano della zona di Shinjuku. Ordinarono entrambi due frappè al gusto di caffé e caramello che gli vennero serviti in grandi bicchieri di carta con il logo della catena che imitava male il logo di Starbucks, mentre lo stereo del locale trasmetteva Save a prayer dei Duran Duran nella versione live del 2005.

Yusuke, dopo avere parlato dei vecchi tempi, gli chiese se sapeva se Hitomi fosse davvero andata a vivere nelle Hawaii. Akihiko gli rispose di sì.

“Non ricordi che un anno arrivò una cartolina da Hitomi, dalle Hawaii? Fu l’anno successivo a quello in cui partirono”.

Cercare un giardiniere professionista di giardini zen a Kyoto o Yokohama sarebbe stata un’impresa impossibile, ma trovarlo nelle isole Hawaii non fu così difficile.  In fondo non c’erano molti giardinieri giapponesi nell’arcipelago americano, e il signor Saganaki inoltre era ben conosciuto, e a Yusuke non fu impossibile recuperare anche il suo indirizzo di casa.

Alla fine però si era ritrovato fuori dalla casa americana della famiglia Saganaki, con un profondo gelo dentro, il riflesso delle parole del padre di Hitomi, assieme ai dubbi che gli erano rimasti, e ai misteri che le parole del signor Saganaki gli avevano incastrato nella mente.

Yusuke aveva prenotato l’albergo per alcuni giorni, e allora decise di rimanere nelle Hawaii, affittò un’automobile e girò a lungo per le isole, provando a cercare il luogo in cui Hitomi era morta in quel terribile incidente di cui gli aveva accennato suo padre.   La sera dell’ultimo giorno tornò all’hotel piuttosto tardi, e dopo cena non riuscì a prendere sonno, pur essendo fisicamente molto stanco.

Si rivestì e scese nella hall, il bar era ancora aperto ed era quella la sua destinazione, ma arrivato davanti alla reception della reception fu colpito da una ragazza orientale dietro il bancone,  che rispose al suo sorriso. Aveva una bellezza molto morbida, con dei lunghi bellissimi capelli e un neo sulla  guancia sinistra e che portava con straordinaria eleganza la divisa dell’hotel.  Fu naturale per Yusuke avvicinarsi e parlarle in giapponese.  La ragazza, che si chiamava Jin, gli rispose con il modo di parlare di chi è nato all’estero.  I suoi genitori erano emigrati negli Stati Uniti, in California, quando lei ancora non era nata.

Jin gli raccontò che quando si sentiva triste o voleva stare da sola andava al giardino giapponese della città di Hilo, e in particolare cercava una pianta in particolare, un grande arbusto di Satzuki con il quale le piaceva immaginare di avere un dialogo.  Gli parlò a lungo del giardino, gli disse che possedeva una meravigliosa armonia, specie quando non c’erano altre persone a camminare nei vialetti di ciottoli.

Yusuke la ascoltava, ma osservava anche le sue forme.  Era una ragazza carina anche se un po’ grassotella.  Era elegante nella divisa dell’albergo, la camicetta bianca, la gonna stretta, la giacca con il logo della catena dell’hotele e le scarpe con il tacco a spillo che le slanciavano un poco la figura. Jin si accorse che lui la stava guardando, e smise di parlare.

Gli sorrise e gli disse che alle 2 del mattino aveva un’ora di pausa; non disse altro.  Aveva uno spudoratezza che una ragazza nata e vissuta in Giappone non avrebbe avuto.

“Oggi non riesco bene a dormire” gli rispose Yusuke, un po’ arrossendo “Potrei aspettare nel bar dell’hotel”.

“Il bar chiude prima, magari vado a prendere qualcosa e te lo porto in camera, che ne dici?   Mi farebbe piacere continuare a parlare in giapponese, non ne ho spesso l’occasione”.

Yusuke era un po’ in imbarazzo.  “Ti ringrazio, ma sinceramente non vorrei metterti in difficoltà con l’albergo.  Sta bene che un’impiegata dell’hotel socializzi con gli ospiti?”.

“In questo hotel” gli rispose lei “la Direzione ritiene utile da un punto di vista commerciale che gli impiegati  siano amichevoli e disponibili con gli ospiti.  In ogni senso.  Dicono che fidelizzi la  clientela.  Ricordati che siamo in America, compatriota!”.

Yusuke andò un po’ al bar, dove ordinò un Apple Martini, mentre l’impianto stereo trasmetteva Underneath e altre canzoni recenti di Alanis Morisette. Poi risalì in camera, aspettando le due.  Alle due non arrivò nessuno, alle due e venti nemmeno, e Yusuke iniziò a spogliarsi per rimettersi a letto.  Dopo sette minuti esatti sentì bussare piano; era Jin, che entrò veloce nella camera, scusandosi per il ritardo, dovuto a un problema con una famiglia di Chicago.

“Mi dispiace” gli disse lei senza guardarlo negli occhi “avrei voluto fare un po’ di formalità, ma abbiamo poco tempo”.

Non attese la risposta, ma cominciò a spogliarsi togliendosi la giacca, poi facendo scendere la gonna stretta.

“Vuoi che tenga le scarpe?” gli chiese mentre si sbottonava la camicetta bianca, come farebbe una ragazza con molta esperienza con gli uomini.

Yusuke fece di no con il capo, poi gli chiese se avesse portato da bere. Lei si scusò, ma sena chiedergli nulla andò al minibar, e buttò sul letto una collezione di bottigliette mignon.  “Bevi tu, se vuoi” gli sorrise, e mentre Jin si infilò nel letto accanto a lui, Yusuke si accorse che prima di venire da lui aveva già bevuto qualcosa.

Yusuke prese una delle bottigliette, un versione ridotta della bottiglia di whisky Johnny Walker, e ne inghiottì velocemente il contenuto; Jin lo osservava sotto le lenzuola, tenendosi la testa con la mano.  Yusuke fece per baciarla, ma lei si girò dall’altra parte.  Aveva ancora la biancheria intima di pizzo addosso.  Yusuke la abbracciò, e iniziò ad accarezzarle i capelli, senza fare altro, e senza che lei facesse o dicesse nulla. Sentiva in lei come una specie di rigidità, o forse era il riflesso della sua.  Sapeva che il tempo passava, e che tra poco lei si sarebbe dovuta rimettere la camicetta, la gonna stretta e la giacca con il logo della catena dell’hotel e tornare alla reception per continuare il turno di notte.  Ma non riusciva a fare altro.

Lei voltò il viso verso di lui, e gli chiese “E’ molto tempo che non lo fai?  O magari stai pensando a un’altra donna, adesso?” e poi aggiunse con uno sguardo malizioso “o forse dovevo tenere le scarpe  con il tacco?”. Sedurre una receptionist è il sogno segreto di tutti gli uomini che frequentano spesso gli alberghi d’affari.  Yusuke però non era uno di quegli uomini.

Uno di quegli uomini le avrebbe tolto le mutandine, l’avrebbe presa con irruenza, e in fondo sembrava che fosse quello che Jin si aspettava.  Yusuke aveva però il dubbio che fosse anche quello che la ragazza veramente voleva.

“Magari sei tu che adesso stai pensando a un altro uomo, mentre sei qui con me” gli disse Yusuke.  Sentì come se la rigidità di Jin si fosse un poco sciolta, ma solo un po’.  Le baciò la nuca, il collo scostandole i capelli, poi la guancia; le sganciò il gancetto del reggiseno e le baciò la schiena, ma non volle fare altro.  Lei non disse nulla, lo lasciò fare come lo avrebbe lasciato fare se Yusuke avesse fatto di più.

Quandole lancette dell’orologio Ikea appeso accanto alla porta segnavano le 2:54, Jin si alzò, si rimise la camicetta, la gonna stretta e la giacca con il logo della catena dell’hotel, lo guardò, questa volta senza sorrisi, e prima di salutarlo gli disse “Sono stata bene con te, è stato piacevole come quando passeggio nel giardino di cui ti ho parlato nella hall”.

Quando Jin uscì dalla stanza, a Yusuke rimase il ricordo del suo odore e di queste ultime parole.

Il giorno successivo, come prima cosa, Yusuke prese la sua auto a noleggio e si recò nel giardino zen della città di Hilo di cui gli aveva parlato Jin.  Era davvero molto bello, sembrava che l’impronta del sig. Saganaki impregnasse ancora le aiuole e le composizioni in pietra.  Trovò presto la pianta di Satzuki, era come se il giardino disegnasse una mappa che portava inevitabilmente in quel punto chi la sapesse leggere.  Era lì da solo, era mattina di un giorno feriale e non c’erano molte persone in giro.  Chissà se quell’arbusto era lo stesso che il padre di Hitomi Saganaki aveva sottratto dal giardino Korakuen per salvare l’altra sua figlia Masumi, o se era un altro.  Notò però che era nel periodo in cui la pianta dava i suoi frutti, le capsule marroni che contengono tanti semi, uno solo dei quali destinato a far nascere una nuova pianta, come insegnano i maestri giardinieri.  Se ne nascono due, dicono che porti somma sventura.

Notò anche una scritta in ideogrammi, composta da fiori di differenti colori, nel prato lì accanto.  Non era facile capire cosa ci fosse scritto esattamente, Yusuke pensò di vedere gl ideogrammi di seminare, ragazza, tornare e futuro.

“Seminalo, e lei tornerà”.

Era questo che c’era scritto?  Yusuke colse uno dei piccoli frutti, lo avvolse in un fazzoletto di carta, e se lo infilò nella tasca della giacca. Poi riguardò la scritta, ma non riuscì più a vedere bene gli ideogrammi come prima, ora sembravano solo macchie casuali di colore.

Non era più importante, comunque, Yusuke aveva in ogni caso deciso di portare con sé il frutto con i semi della pianta di satzuki, e quando fu di nuovo a casa sua a Tokyo, aprì la valigia e il frutto era ancora lì, avvolto in un fazzolettino.

Yusuke prese un bicchiere, lo riempì d’acqua, vi aggiunse un poco di zucchero, e vi mise uno dei semi.  Poi ripetè l’operazione con tutti i bicchieri che aveva.

Yusuke nei giorni successivi riprese la vita di sempre, il lavoro nella casa editrice e le sue piccole abitudini.  Adesso però non aveva nemmeno più paura di salire sulla metropolitana.

Un giorno Yusuke ricevette una telefonata da Akihiko, il capitano della squadra di baseball. “Hitomi Saganaki è viva“.

Hitomi non era morta, ma aveva subito un drammatico incidente; una volta arrivata con la sua famiglia nella Hawaii, e anche grazie ai soldi guadagnati dal padre, aveva cominciato a praticare il surf, prima come semplice hobby poi come uno sport che era quasi diventato una ragione di vita; d’altro canto l’impegno che richiedevano le scuole americane era molto inferiore a quello richiesto dalle scuole giapponesi, e Hitomi aveva molto tempo libero; Hitomi così era divenuta una giovane promessa del surf; un mattino quando ancora era molto giovane, uscendo insieme al suo istruttore per una prova di addestramento in vista del campionato statale, la sua tavola era stata attaccata da uno squalo e Hitomi si era salvata solo grazie alla freddezza del suo istruttore; ma lo squalo aveva portato con sé una delle sue gambe.  Dopo questi fatti Hitomi era tornata in Giappone.

Quando Akihiko ebbe finito il suo racconto, Yusuke avrebbe voluto tornare nel salotto in stile tradizionale della casa della famiglia Saganaki nelle isole Hawaii, perché aveva molte domande per il padre di Hitomi, ma il biglietto per le Hawaii era molto costoso, e ora Yusuke voleva soltanto pensare a ritrovare lei.

“Come hai fatto a scoprire che Hitomi è viva?” chiese Yusuke ad Akihiko, mentre nel locale si sentiva la musica di Hungry like a wolf; evidentemente uno dei camerieri aveva acquistato l’album live dei Duran Duran del 2005.

“Dopo che sei tornato dalle Hawaii ho cercato su internet la notizia di una ragazza giapponese vittima di attacchi di squali; gli attacchi di squali a esseri umani non sono poi molti, e non ho fatto difficoltà a trovare ben tre articoli che ne parlavano, e in cui si diceva che era sopravvissuta, pur avendo perso una gamba.  Da uno degli articoli si capiva che dopo l’incidente era  tornata in Giappone, e allora ho ricontattato tutte le compagne di classe delle superiori che sono riuscito a ritrovare. Purtroppo sono riuscito solo ad avere la conferma che Hitomi Saganaki era tornata, ma nulla di più, a parte che si era iscritta alla Rikkyo University”.

Era la stessa università cui era iscritto Yusuke, ma chissà a quale facoltà era iscritta, chissà se negli stessi anni in cui l’aveva frequentata lui.  Chissà se si erano magari sfiorati senza incontrarsi.

Yusuke apprezzava l’impegno di Akihiko nell’aiutarlo a ritrovare Hitomi.  D’altro canto era nel carattere di Akihiko, che era la classica persona che si fa in quattro ad aiutare gli amici, anche se lo faceva a modo suo.  Yusuke ricordava bene quell’episodio in cui un loro compagno di scuola, che a quel tempo era un amico inseparabile di Akihiko, gli aveva chiesto di aiutarlo a conoscere una ragazza di un’altra classe, compito cui Akihiko si era dedicato con ardore, salvo poi fidanzarsi con lei, che poi era diventata sua moglie.

Nel suo caso però l’impegno disinteressato di Akihiko sembrava essere stato inutile, aveva recuperato molte notizie di Hitomi, ma nulla che gli permettesse di rivederla, anche se ora sapeva che Hitomi adesso era in Giappone e che in passato per un certo periodo aveva frequentato la sua stessa università.

Tornato a casa, Yusuke andò a guardare il vasetto rosa in cui aveva piantato l’unico germoglio che era nato dai sette semi di Satsuzki. Fino a quella sera dalla terra non era uscito ancora nulla, anche se lo aveva bagnato regolarmente,

Quella sera però gli parve che la piccola, minuscola, giovane piantina verde stesse per uscire fuori dal terreno.

Il giorno successivo la piantina era completamente visibile, e giorno dopo giorno la piccola piantina cresceva.

Dopo due settimane da quando aveva piantato il germoglio nel vasetto la piantina di Satzuki mise la prima foglia.

Era una piovosa domenica di aprile.  E nel pomeriggio di quella piovosa domenica di aprile Yusuke Motomaro sentì suonare tre volte al campanello del suo bizzarro condominio di appartamenti con il corridoio, e non chiese neanche chi fosse alla porta, perché lo aveva capito all’istante.

(continua)

Vicini alla cattura dello Yeti


(ASMA) –  Kuzbass, 11 ott. Non siamo mai stati così vicini alla cattura dello Yeti.  E’ quanto dichiarato da un gruppo di ricercatori in missione nella regione di Kemerovo in Russia, guidati dal dott. Igor Burtsev.

In un grotta della regione infatti è stata rinvenuto  un letto di rametti, un’impronta e alcuni peli dello Yeti.

Anche alla luce di questa sensazionale scoperta, secondo le autorità locali le possibilità dell’esistenza dell’ex abominevole uomo delle nevi, avvistato anche da numerosi testimoni, sono attorno al novantacinque per cento, e il suo habitat si troverebbe proprio sulle locali montagne della Shoria, dov ‘è situata la caverna dello straordinario ritrovamento.

Altri particolari sono stati aggiunti dal dott. Burtsev, secondo cui gli Yeti nell’area in questione sarebbero almeno trenta e si tratterebbe di esemplari dell’uomo di Neanderthal sopravvisuti fino ai giorni nostri.

Permane tuttora invece il silenzio stampa da parte degli Yeti.

Professione wife sitter

un dog sitter di classe può essere un ottimo wife sitter

(ASMA) San Pietroburgo, 8 Giu – E’ stato condannato a 3 anni e 6 mesi per truffa e false dichiarazioni precontrattuali Salvatore Maritozzo, ragazzo italiano nato a Caserta, cresciuto a Milano e poi emigrato in Russia (non è lui nella foto), dove aveva provato con successo a buttarsi in una nuova professione molto in voga in Russia: quella di wife sitter.

Come ricorda l’agenzia russa Notizija, che ha riportato la notizia, la professione di wife sitter è nata nella Russia di nuovi ricchi ed oligarchi, per risolvere ai problemi di quei top manager e uomini d’affari che dopo avere sposato bellissime e appariscenti ex modelle stile Xenia Tchoumitcheva scoprono di non avere tempo né voglia per dedicarsi alle loro consorti.

E’ per questo, che è nata l’idea dei wife sitter, giovani uomini  colti e di bell’aspetto  pronti a occuparsi di accompagnare le mogli dei super ricchi a teatro, ai concerti, a fare shopping, a prendere il the, in palestra, e comunque a tutti gli impegni a cui i facoltosi mariti non hanno tempo o voglia di andare.

Un buon sistema, pare, per evitare alle signore di annoiarsi, con il rischio di distrarsi nel modo scelto da Anna Karenina, e che ovviamente terrorizza chiunque si sia scelto una moglie per le stesse ragioni per cui si sceglie un’automobile sportiva.

Naturalmente, per lo stesso motivo, i mariti richiedono wife sitter che siano rigorosamente e preferibilmente vistosamente gay (“raffinati e amanti della moda” per usare l’eufemismo di una della maggiori agenzie di wife sitter), ma è evidente che i lauti guadagni per un lavoro così poco impegnativo potessero allettare dei millantatori, come pare fosse il nostro connazionale, che a detta dei tre mariti che lo hanno denunciato gay non era affatto, tanto da approfittare di tutte e tre le mogli che gli erano state affidate in custodia.

Nonostante le tre signore fossero tutte consenzienti, fornire false dichiarazioni per ottenere un contratto lavorativo in Russia è reato, e così al falso gay di casa nostra si sono aperte le porte del carcere.  Chissà se quando finirà di scontare le propria pena deciderà di rientrare in patria per aprire anche da noi un’agenzia di wife sitter!

Non è la Fine del Mondo

Mi sono perso la Fine del Mondo.  Secondo il predicatore americano Harold Camping l’inizio del giudizio universale era fissato per la settimana scorsa, sabato 21 maggio, ovvero (secondo i suoi calcoli) settemila anni dopo il diluvio (…).

La cosa buffa della previsione di Mr. Camping (che aveva già predetto il giudizio universale  per il 1994) è che aveva fissato anche un orario, le sei del pomeriggio (ora della costa Est degli Stati Uniti), ovvero la mezzanotte in Italia.

Naturalmente, come per la bufala del terremoto romano dell’11 maggio, nulla è successo, anche questo profeta di sventura (è proprio il caso di dirlo) ha fatto un buco nell’acqua.  Nessun terremoto devastante, e soprattutto nessuna ascesa diretta al Paradiso per il 3% della popolazione mondiale che secondo il reverendo Camping si sarebbe salvata con chiamata dirett (la famosa rapture).

Per il momento, il buon Camping ha rinviato la la Fine del Mondo in seconda convocazione al 21 ottobre, dopodiché andiamo direttamente al 2012.

Tanto c’è sempre qualcuno che ci crede.

Nel frattempo, la navicella de La Nave de Los Monstruos si è posata sopra la residenza del reverendo Camping, e con il suo raggio traente lo ha prelevato a portato a bordo, spiegandogli con sua somma delusione che non si trattava dell’ambita rapture ma del riconoscimento per averla sparata tanto grossa.

La Nave de Los Montruos, Diario del Capitano, data astrale Settimo Giorno Dopo la Fine del Mondo.

Non solleticarmi

 

Tickling my fancy by Lemeinne on Deviantart

Nonostante i miei buoni propositi di sostituire Risposte con la nuova rubrica Affreschi, gli anomini internauti che fanno strane domande a internet si danno da fare, e quindi mi trovo ad avere l’imbarazzo della scelta in fatto di quesiti bizzarri.

Tra tante opzioni la scelta, considerato anche che questo è un blog devoto ai sentimenti, cade su

Perchè un uomo ti chiede se soffri il solletico?

Risposta n. 40.

Difficile rispondere a questa domanda.

Forse è uno che pensa che solletico e gelosia siano collegati, ne avevo già parlato nella Risposta n. 2, e vuole sincerarsi che la ragazza di fronte a lui non sia gelosa.

Forse è semplicemente un modo per fare conversazione e magari per avere una scusa per toccare, al fine -rigorosamente scientifico- di verificare in via empirica, senza ricorrere alla tecniche del dott. Leitman, se la risposta no, non soffro il solletico sia veritiera.

Ma potreste anche trovarvi di fronte a un perverso del solletico, ce ne sono, come testimoniano i tanti che approdano su questi bytes cercando racconti erotici di solletico (questa settimana uno in particolare ha cercato storie di solletico tra fidanzati).

Di perversioni ne conoscevo molte, questa mi era ancora nuova, ma non si finisce mai di imparare; ha anche un’immancabile nome inglese, tickling, un bel po’ di siti internet dedicati, pieni di video e storie sul solletico praticato a vittime immobilizzate (ma ammetto di non aver approfondito).

Messa così, il tickling tutto sommato sembra una variante del sadomaso o BDSM, nel senso che in fondo anche il solletico può essere una tortura, anche se indubbiamente il tickling ha questo connotato un po’ infantile e giocoso che direi lo distingue abbastanza dal sesso a base di fruste e manette.

Non so se adesso vi ho fatto venire voglia di praticarlo con il vostro legittimo partner.

Ma vi avverto: non fatelo se siete in Virgina,  in quello Stato fare o praticare il solletico a una donna è reato.

Il dolo è incontinente (ep. 27)

Geniale. Insuperabile.

Sembra una canzone inventata dagli Elio e le Storie Tese, e invece è tutto vero.

Alleanza di Centro per l’Italia è il micropartito dell’ex telegiornalista Francesco Pionati e  di Debora Caprioglio (sì, proprio la star di alcuni capolavori di Tinto Brass).

L’inno del movimento, parole, musica, voce e pianola bontempi di Donato Rivieccio, è uno di quei gioielli che ogni amante del trash vorrebbe scovare, e anche se in questo caso il merito (della scoperta) sembra sia di Striscia la notizia, credo che chi come me non guarda la trasmissione di Canale 5 abbia diritto di godersi questa straordinaria interpretazione dell’autore di I love you Polonia.

Ascoltate la canzone, e soprattutto seguite il testo, ogni parola, ogni rima è pura poesia, ma alcuni versi spiccano su altri:

Alleanza di Centro per la Storia… (altro che la banale cronaca, man!)

noi vogliamo difendere l’onore di chi non ha più santi da pregare… (una via di mezzo tra X Mas e il classico tengo-famiglia)

siamo tutti un po’ confusi e anche un po’ delusi, dannazione(parental advisory, explicit lyrics!)

il Paese ha fame anche di candore… (la gente va in piazza per il candore, dannazione!)

l’onestà è assente, e il dolo incontinente (e dove li compra i pannoloni?)

Alleanza di Centro per l’Italia, per chi vuol propugnare una sua idea (una qualsiasi loro non sono razzisti)

un paladino degno di platea che rispetti le sane tradizioni…che scelga i saggi a reggere il governo (un po’ Parsifal, un po’ Platone, un po’ diccì anni cinquanta)

con un nocchiero in gamba per il mare, potremo più sicuri navigare (siamo o non siamo un popol di navigatori?)

Ora che ho attirato la vostra attenzione, voglio sfruttare l’attimo per segnalarvi che l’assemblea dei passeggeri de La Nave de Los Monstruos tenutasi in questo weekend a bordo della navicella ha deciso di costituirsi in Assemblea Costituente di un nuovo movimento politico con l’obiettivo di sfruttare le opportunità in termini di posti di lavoro parlamentare offerte dall’attuale contingenza politica.

L’Assemblea, dopo ampio dibattito, ha approvato anche il nome del nuovo movimento politico:

La Nave de Los Monstruos – Partito Democratico della Libertà nell’Alleanza Azionale per l’Italia di Unità del Centrodestra Sinistra

Seguiranno le primarie, cui grazie a una provvidenziale modifica statutaria potranno partecipare, oltre agli iscritti e ai simpatizzanti, anche i lettori di E’ scientificamente dimostrato.

La Nave de Los Monstruos, Diario del Capitano, Organo Ufficiale in attesa di sovvenzioni dell’LNM-PD-L AAI UdC-S