Carte da giuoco

Molto spesso le giuocate van finire a bastonate.

Son gli amici molto rari, quando mancano i denari.

Il giuoco della spada a molti non aggrada.

Una coppa di buon vin fa coraggio e fa morbin.

Non val saper chi ha, fortuna contra.

Suonano famigliari, questi motti?  Probabilmente no, a meno che non siate come me figli del profondo NordEst, perché si tratta dei motti che decorano gli assi delle carte da gioco triestine, tra le carte da gioco regionali più particolari del nostro paese, perché per alcuni aspetti grafici  (la rubrica con il nome delle figure, per esempio) le più vicine agli antichi tarocchi, le carte da cui tutte le carte da gioco dell’Italia settentrionale hanno avuto origine.

Dev’essere per questo, che negli interminabili pomeriggi che da ragazzino passavo con gli amici a giocare a carte mi sembrava di scorgere un retrogusto magico nelle figure affascinanti di quei mazzi di Denari, Coppe, Spade e Bastoni, tutto un altro mondo rispetto a quello arido delle carte francesi o da poker.

Per questo oggi (il 28 dicembre, anche se il post è finito sul 29), che ricorre la giornata mondiale delle carte da gioco, riporto alla memoria questo ricordo dell’adolescenza e degli anni universitari, e delle lunghe ore passate a giocare a briscola, scopa o tressette, e a cercare di capire il significato nascosto dietro i cinque motti scritti sugli Assi.

Eh sì, perché nelle carte triestine, a seconda del mazzo, cambia il motto dell’Asso di Denari; anche se il mio preferito, indubbiamente, è ed è sempre stato

non val saper chi ha fortuna contra.

Di tutti i proverbi riportati sulle carte di giuoco, è senza dubbio il più oscuro, Dan Brown potrebbe raccontarci che dietro quella frase un po’ sconclusionata si nasconde un qualche messaggio da decriptare.   Anche perché la parola contra potrebbe essere un sinonimo arcaico di contro o di contraria ma anche la terza persona del verbo contrare.

Insomma, un motto che me personalmente rimane misterioso, anche perché a differenza degli altri non c’entra nulla con il seme delle carte.

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Radici

Oggi si celebra la giornata delle Radici, ovvero degli antenati di ognuno di noi, ma soprattutto (penso) le radici di chi vive lontano dalla patria dei propri avi.

Metà delle mie radici, più o meno, vengono dalla Slovenia, dove si trova il Lago di Bled (nella foto) con la sua omonima isola, dove un tempo gli antichi Sloveni veneravano Ziva, la Dea dell’Amore e della Fecondità, che suppongo fosse una divinità molto importante del pantheon pagano degli antichi Sloveni, che hanno sempre pensato più a fare l’amore che a fare la guerra.

Per fortuna l’isola della Dea dell’Amore non si trova nel lago di Bohinj, altra bellissima località, il cui nome potrebbe però invogliare i maliziosi a licenziosi accostamenti.

Fin da quando ero bambino, forse anche per il fatto di avere caratteristiche somatiche molto poco italiane, o forse per il fatto di vivere in una località di frontiera, sono sempre stato molto curioso di scoprire le mie origini. Così, a suo tempo, mi ero impegnato a interrogare nonne e bisnonne, raccogliendo i nomi dei loro genitori, fino a completare con buona approssimazione un albero genealogico della mia famiglia.

E’ stato così che ho scoperto che i miei antenati venivano tutti da un’area geografica molto ristretta (sebbene parlassero lingue e dialetti diversi) e ho ricostruito quella che chiamerei la Leggenda della Pasta e Fasioi.

Tanto tempo fa, all’epoca delle conquiste napoleoniche, correva l’anno 1813, in un isola dell’Adriatico chiamata Ilovik in croato e Asinello in italiano, il mio avo Benedetto “Budin” Budinich, che gestiva la migliore (e unica) locanda dell’isola, vide entrare S.E. il Governatore Generale, che chiese di poter mangiare qualcosa.

Il mio avo gli servì l’unico piatto sul menù: Pasta e Fasioi, e da bere un buon vino rosso, che da quella parti bevono sempre, anche con il pesce.

I problemi insorsero al momento del conto, perché il Governatore Generale non disponeva di molti liquidi, o meglio era proprio al verde.   Dovevano essere proprio gli ultimi giorni del dominio francese, e il governo napoleonico era ormai allo sbando.  Il mio avo però voleva essere pagato.

Il Governatore Generale chiese allora una penna d’oca e una pergamena, che il garzone della locanda andò a chiedere in prestito al parroco, che malvolentieri li concesse a condizione che tornassero indietro prima del tramonto.

Fu così che il Governatore Generale insignì Budin Budinich nientepopodimeno che del titolo ereditario di

Principe di San Piero de’ Nembi, Patrizio delle Provincie Illiriche.

Con l’arrivo degli austriaci questo titolo, intitolato all’isola dal nome altisonante di fronte a Ilovik, non venne riconosciuto e il mio avo continuò a gestire la locanda e ad andare a pesca, se mancavano i clienti.   Ma a San Piero, e persino nella vicina isola di Lussino, Budin Budinich venne sempre omaggiato dai paesani con il titolo di Principe; anzi, per esteso di

Principe della Pasta e Fasioi.

Che dite, posso dare del tu a Emanuele Filiberto?

Spirito sudista

In questo periodo così impegnato, tra regali da comprare e impegni di lavoro, sono in imperdonabile ritardo nella celebrazione delle giornate mondiali.

Ieri, per esempio, ma la ricordo in ritardo di un giorno, ricorreva la giornata internazionale della cooperazione Sud-Sud.

Una giornata molto sudista, insomma, e allora da uomo del Nord del Sud Europa esprimo la mia solidarietà verso il Sud del Nord America, e in particolare a quello stato razzista e schiavista noto come Stati Confederati d’America e che venne prevedibilmente sconfitto dalla superiorità tecnologica, industriale e militare degli Stati del Nord.

In realtà nella guerra di secessione americana, come pure nella guerra tra Stati Uniti e Giappone, non c’è mai stata partita. Gli Stati Uniti hanno sempre potuto mettere sul tavolo una potenza prima di tutto industriale senza pari, contro cui nulla potevano fare un’isola priva di risorse naturali come il Giappone o degli staterelli agricoli come i Confederati.

In entrambi i casi gli Stati Uniti stavano dalla parte giusta; e in entrambi i casi i facili vincitori, dopo avere occupato con modalità praticamente coloniali gli sconfitti, ne hanno esaltato l’eroismo, ma solo per far ancora più risaltare la propria vittoria.

Una classica strategia propagandista, che già veniva praticata dagli antichi Romani.

Agli Stati del Sud è rimasto solo il folklore nostalgico di una Confederazione che alla fine dei conti era durata solo dal 1861 al 1865.

Di questo folkore fa parte la canzone The South Will Rise Again, de LogJam, la cui migliore definizione che ho trovato sul web è di indie band boscaiola, anche se sono di Brooklyn.

Fuoco alle polveri

Guy_Fawkes

Il 5 novembre del 1605 fu sventato l’attentato che Guy Fawkes, un fondamentalista cattolico, stava preparando con altri congiurati con l’obiettivo di  eliminare l’intero parlamento di Westminster e il re d’Inghilterra nel giorno dell’inagurazione delle sessioni parlamentari.

All’epoca in Inghilterra erano i protestanti a governare, e l’obiettivo di Fawkes e dei suoi complici di congiura era ribaltare la situazione e (inoltre) rimandare gli scozzesi a casa loro, come non mancò di specificare al Re (scozzese) e ai suoi consiglieri (scozzesi) una volta arrestato.

Fawkes era stato fermato un attimo prima di far esplodere una cantina sotto a Westminster che aveva riempito con 36 barili di polvere da sparo, e poi fu (nell’ordine) torturato, impiccato, decapitato e squartato.

Dubbiosi che un essere di tanta malvagità potesse essere ancora vivo dopo questo trattamento, gli inglesi ogni 5 novembre ricordano l’attentato sventato, con la simpatica usanza di bruciare sul rogo un’effige di Guy Fawkes, con un fantoccio dalle sembianze spesso un po’ di più latine del vero Guy Fawkes, forse più consone ad un papista nella visione anglosassone del mondo.

Il rogo di Guy Fawkes è al centro del Gunpowder Day e della Bonfire night, che si celebrano oggi in molti paesi di cultura anglosassone, con ampio uso di fuochi d’artificio.

Certo, si potrebbe obiettare che un’antica tradizione con al centro il rogo di un cattolico con la faccia da italiano potrebbe offendere la sensibilità di qualcuno.

Ma qui da noi sarebbe un ragionamento che non funziona, in Italia le minoranza non contano… basta vedere la questione del crocifisso a scuola.

Che il crocifisso appeso in un luogo pubblico possa essere offensivo per tante minoranze importa a pochi, la maggioranza è subito pronta a dire che gli altri non dovrebbero prendersela. Farete decidere a loro, no?

Ma forse la verità è che la maggioranza (formalmente) cattolica del Paese ignora che ci sono diversi modi di intendere la religione, che ci sono gli atei, ma ci sono pure i musulmani, gli indù, gli ebrei, ma anche i diversamente cristiani. E sì, perché il crocifisso è un simbolo cattolico, non un simbolo cristiano universale come la croce, e magari per qualcuno il divieto biblico (Esodo 20, 4-5 se non sbaglio) di farsi idoli o immagini sacre ha la sua importanza.

Ma tanto si sa che non è questo il sentire comune. Il sentire comune è quello bene (o male?) espresso dal leader neoletto del maggior partito di opposizione (a Rutelli, ma l’hai sentito? a ‘ndo vai?) secondo cui

antiche tradizioni come il crocefisso non possono essere offensive per nessuno

Un ragionamento che, come si dice, prova un po’ troppo. Basta declinarlo con altre tradizioni…

antiche tradizioni come il burqa non possono essere offensive per nessuno

antiche tradizioni come come l’infibulazione non possono essere offensive per nessuno

antiche tradizioni come come il nonnismo non possono essere offensive per nessuno.

O forse sì?

Tornando comunque alla notte delle polveri e a Guy Fawkes, vi propongo un gioco: immaginate che un Guy Fawkes risorto dall’inferno  stia per fare esplodere una stanza  piena di gattini, cuccioli di cane e bambini piccoli che stanno giocando insieme.   E’ disponibile a non dar fuoco alle polveri, se in un’altra stanza, che ora è vuota, fate entrare qualcun altro, che lui farà esplodere.

A chi mandereste l’invito? Attendo le voste risposte e vi prometto che Guy Fawkes in persona, che evocherò con un incantesimo, decreterà il vincitore.

Lord Sandwich

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Il 3 novembre il Mondo onora il sandwich, due fette di pane a contenere quello che preferite: prosciutto e formaggio prima di tutto, con le loro mille varianti, ma anche lattuga, porchetta, funghi, salsa rosa, speck, gamberetti, tonno, rucola…

Il sandwich ha una storia gloriosa: lo inventa nel 1762 John Montagu, IV conte di Sandwich, e uomo molto occupato che pensò di risparmiare del tempo sui pasti facendosi preparare un bel sandwich; e stando alla sua biografia il primo sandwich consistette di una bistecca di manzo tra due fette di pane tostato.

Lord Sandwich, grande statista britannico, non passò quindi alla storia per il trattato che pose fine alla guerra di successione austriaca, ma  per avere inventato il sandwich.

Curioso destino, che lo accomuna però a tanti personaggi, il cui nome proprio è diventato il nome della loro invenzione o scoperta.

Imperitura rimarrà la fama del barone torinese Marcel Bic e del suo acerrimo rivale Laszlo Biro, di J. T. Brudenell conte di Cardigan, dell’architetto francese Francois Mansard, dell’industriale americano George Pullman, del marchese francese Louis de Bechamel fino al misconosciuto Jebediah Webcam, di cui non si sa più nulla dopo il fallimento della sua azienda ai tempi della prima bolla di internet.

Come per Webcam, la fama di tutti questi uomini sopravviverà alla loro vita terrena, e li ricorderemo ogni volta che prenderemo un Pullman, scriveremo con una Bic, useremo una Webcam o mangeremo un Sandwich.

Alla ricerca della felicità (ep. 28)

Non è stato facile trovare il protagonista di un libro per l’ultima giornata di  questa quarta settimana di elaborazione del lutto per un amore finito.   Avevo pensato ai protagonisti di due libri di Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine o Dell’amore e altri demoni, che mi erano piaciuti moltissimo ma che ho letto troppo tempo fa.

Alla fine ho deciso per l’essere umano, che è il protagonista di un libro che è un saggio e non un romanzo, Il diritto alla felicità di Antonio Trampus (Laterza, 2008), che sto leggendo in questo momento.

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Così approfitto anche per fare pubblicità (la merita, davvero) ad un libro che dà l’occasione di ripassare un po’ di storia della filosofia, e di seguire l’itinerario storico dell’idea di felicità, da Epicuro a Seneca, da Hobbes a Mandeville, un autore le cui idee hanno avuto molta più fortuna del suo nome.

Nel corso della storia dell’umanità tante sono state le idee di felicità che si sono sovrapposte, dalla felicità vista come soddisfacimento dei propri piaceri e desideri immediati, alla felicità come libertà dai piaceri e dalle mollezze profane, dalla felicità egoistica a quella collettiva, dalla felicità adesso e subito alla felicità a lungo periodo.

Sono prossimo alla fine del libro, e quello che ne ho ricavato è che ci sono molte idee  di felicità, anche se ognuno pensa che il proprio modello di felicità sia quello giusto, mentre il suo è solo uno dei tanti, e forse è buono per lui, ma magari non per gli altri.  Cosa che i fondamentalisti di ogni chiesa e ogni colore dovrebbero imparare (anche se non lo faranno mai).

La verità è che ognuno dovrebbe perseguire il proprio ideale di felicità, con l’unica regola di cercare di fare, nei limiti del possibile, anche la felicità degli altri  o almeno di non fare la loro infelicità perché, e su questo concordano quasi tutti i filosofi che nei secoli si sono occupati dell’argomento, l’essere umano è anzitutto un animale sociale.

Oggi non ho fatto nulla di speciale per impersonare il protagonista de Il diritto alla felicità tranne, forse, meditare su me stesso e sul mio futuro, parlarne con un buon amico, corrispondere con qualcun altro, leggere.

Ma quale sarà adesso la mia strada verso la felicità?   Personamente ho un’idea molto chiara della mia felicità, una felicità che vorrei condividere, ma che soprattutto non so ancora bene come raggiungere.    Ho il mio sogno (stupido?) di una casa in riva al mare, di una famiglia felice, di stare con i miei gatti e di non essere troppo lontano da tutte le altre persone che mi vogliono bene.

Il mio vero dubbio è dove e con chi realizzare il mio sogno.  Non lo so ancora, ma in fondo pigramente aspetto che sia il Destino a darmi qualche indicazione  in tal senso.

La città di Dio (ep. 21)

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La domenica è il giorno del Signore, e quindi la giornata di oggi è dedicata alla città di Dio. Materialmente vuol dire soltanto che stamattina sono andato in Chiesa, da cui mancavo da un po’.

Nel mio esercizio quotidiano di elaborazione del lutto da fine amore è però l’occasione per parlare della città di Dio, in senso metaforico.  Gerusalemme celeste, o giù di lì, se restiamo in ambito giudaico-cristiano.

La prima descrizione la si trova nell’Apocalisse di Giovanni:

Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino.  Aveva delle mura grandi e alte; aveva dodici porte e alle porte dodici angeli.  Sulle porte erano scritti dei nomi, che erano quelli delle dodici tribù dei figli d’Israele. (…)

E la città era quadrata, e la sua lunghezza uguale alla larghezza; egli misurò la città con la canna ed era  dodicimila stadi la lunghezza, la larghezza e l’altezza erano eguali, Ne misurò anche le mura: ed erano di centoquarantaquattro cubiti, a misura d’uomo, adoperata dall’angelo.

Le mura erano costruite con diaspro e la città era d’oro puro, simile a terso cristallo.  I fondamenti delle mura della città erano adorni di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento era di diaspro; il secondo di zaffìro; il terzo di calcedònio; il quarto di smeraldo; il quinto di sardònico, il sesto di sardio, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undicesimo di giacinto, il dodicesimo di ametista.  Le dodici porte sono dodici perle e ciascuna porta era fatta da una perla sola . E la piazza della città era d’oro puro, come cristallo trasparente.

Nella città non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, Dio Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio.

E’ indubbio che l’autore dell’Apocalisse abbia un notevole talento narrativo. E infatti l’immagine della Gerusalemme celeste, versione cristiana della città ideale, ha avuto grande successo in letteratura e pittura.

Rimane qualche dubbio: che cos’è il diaspro e, soprattutto, quanto viene al metro quadrato, una casa nella Gerusalemme celeste?

En passant, per non andare troppo fuori tema, posso aggiungere che la fede, anche se dubbiosa, anche se problematica, anche se (può essere) laica, è comunque un ottimo viatico contro le sofferenze sentimentali.   A me personalmente le chiese piacciono perché è l’unico posto della società occidentale contemporanea dove si sente ancora parlare di Dio. Fuori da quel portone la religione è solo etica, troppo spesso politica, tante volte storia o tradizione.

Perché la nostra società prescinde dall’esistenza di Dio, salvo poi prendersela con quei simpaticoni dell’Unione Atei che almeno ne parlano.  Ma è meglio  una persona che discute con me dell’esistenza di Dio (anche se la pensiamo all’opposto) di chi non gliene frega niente.  Almeno dal mio personale punto di vista.