Una brutta notizia e una buona

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(racconto breve)

La figlia trafelata, salita dallo scantinato, si fece largo tra le cianfrusaglie che ingombravano il soggiorno, attraversò il lungo corridoio precipitandosi in cucina dove la mamma, incurante dei piatti sporchi che ingombravano il lavello, finiva l’ultimo bocconcino di pollo fritto.

“Mamma, mamma! Nello scantinato è pieno di topi morti, saranno almeno una decina!!”

“Oh no! Terribile! TERRIBILE! Ma… mister Groviera?”

“Sta bene! Per fortuna lui è salvo”

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La favola della principessa nutria

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C’era una volta, tanto tanto lontano, una piccola cittadina dove vivevano tante piccole persone.  Alle piccole persone non piacciono tutte le cose che non conoscono e non capiscono, e per tale ragione un giorno gli abitanti della città decisero che le nutrie che vivevano nel fiume che attraversava la città erano troppe e molto molto pericolose, e che bisognava fare qualcosa.

Si riunì il consiglio comunale, e si decise che le nutrie dovessero essere tutte sterminate.

Un cacciatore, contento di potere sparare a qualcosa di nuovo, chiese al figlio di accompagnarlo alla battuta di caccia dei feraci animali; insieme andarono sul fiume, armati di tutto punto, e poi si separarono, ognuno camminando su uno degli argini.  A un certo punto il giovane vide una nutria che usciva dal fiume, la inseguì fino a raggiungerla.  Alzò allora il bastone per colpirla, ma quella all’improvviso gli parlò.

“Non uccidermi, giovane amico, non ho fatto nulla di male né a te né alla tua gente, ti prego risparmiami e io diventerò una moglie fedele ed esaudirò il tuo più grande desiderio”.

Il giovane rimase stupefatto, non sapeva che fare, ma certo non poteva colpire chi gli parlava con voce umana, che fosse vero o fosse la sua immaginazione, e allora gettò il bastone nel fiume e disse alla nutria che l’avrebbe risparmiata.  D’incanto l’animale scomparve in una nuvola celeste e quando la nuvola si fu diradata apparve un’incantevole ragazza dai lunghi capelli castani e dagli splendidi occhi neri contornati da lunghissime ciglia, che baciò il giovane sulla guancia.  Il giovane le diede il suo giaccone per coprirsi, e poi l’accompagnò lontano dal fiume, velocemente quasi temesse che qualche altro cacciatore di nutrie la riconoscesse, poi gridò al padre che non voleva più fare nulla e se ne tornò a casa insieme alla ragazza nutria.

Costei era bella e gentile, non appena a casa rivelò al giovane di essere una principessa zingara, trasformata in nutria da un maleficio che aveva colpito la sua famiglia per uno sgarro a un clan rivale.

Il giovane le andò subito a comprare degli abiti bellissimi, degni di una principessa, ma quando suo padre tornò non seppe trovare le parole giuste per spiegare come mai c’era quella bellissima ragazza a casa loro.  Suo padre non amava le nutrie, ma ancora meno gli zingari, e persino meno sapere che suo figlio aveva speso tutti i soldi che c’erano in casa per comprare dei vestiti a una sconosciuta.  Il giovane pensò allora di dire che era una poverella scappata da una guerra in un paese lontano, ma suo padre non amava nemmeno i poverelli che scappavano dalle guerre, al massimo era disponibile ad aiutarli a casa loro, ma giusto per dire, non mandandogli veramente dei soldi.

Così i due giovani fuggirono insieme, e la principessa gli propose di andare da suo padre, che li avrebbe accolti molto bene.

L’entusiasmo del giovane si placò di fronte all’ingresso dell’accampamento dove lo aveva condotto la principessa, una strada sterrata tra due case mobili in mezzo alla quale razzolavano due galline e si muoveva ciondolando un cane che pareva randagio.

La principessa invece scese tutta felice e le vennero incontro due uomini grandi e grossi di aspetto tale che chiunque vedendoli avrebbe cambiato marciapiede.  I due furono molto cordiali con lei, che indicò con gesti e sorrisi il giovane, e anche lui venne fatto entrare nel campo.  Piano a piano un piccola folla si radunò attorno ai due giovani, tutti felicitandosi per il ritorno della principessa.

“Andiamo da mio padre, adesso!” disse la principessa al giovane che si sentiva molto a disagio in quel luogo per lui così alieno.  Attraversarono il campo fino a una carrozza di fattura antica, come quelle dei circhi ambulanti di una volta, con sopra una scritta  dorata in un alfabeto sconosciuto.  La principessa prese il giovane per mano, e lo trascinò tutto titubante all’interno della carrozza.

Uno stupore immenso colse il giovane, passato l’ingresso della carrozza si apriva un mondo d’incanto, un meraviglioso palazzo con le pareti celesti e mille finestre che davano su meravigliosi laghi e rigogliosi giardini, ovunque lussuosi tappeti e sfarzose decorazioni.

Di fronte a loro, seduto su un trono, era assiso il Re degli zingari, che si alzò per venire incontro alla principessa, e abbracciarla in lacrime.   Poi si volse verso Giovanni, e abbracciò anche lui, ringraziandolo per avere salvato sua figlia, e promettendogli mille ricompense.

Il giovane rispose però che la migliore ricompensa era la mano di sua figlia, al che il Re si alterò, rispondendo che sua figlia da anni era già promessa a un altro, e che doveva mantenere la parola data.

La principessa prese la parola implorando il padre di cambiare idea, perché lei aveva promesso al giovane che lo avrebbe sposato se l’avesse salvata, e così si era spezzato l’incantesimo.  Il Re scosse perentorio la testa, e rispose che la promessa solenne di una principessa non può essere infranta, se non di fronte alla promessa solenne di un Re, e quello era appunto il caso.

Tutti mormorarono, ma il Re era fermo sulla sua decisione, e disse ai due giovani che ora dovevano separarsi, e che avrebbe accompagnato Giovanni nella stanza riservata agli ospiti d’onore.

Fu allora che il giovane si ricordò della seconda promessa della principessa, e le disse che voleva esprimere il suo desiderio.

“Il mio desiderio più grande è vivere insieme a te in un bellissimo palazzo solo per noi“.

Il Re, che aveva capito tutto, gridò “noooooo” ma un attimo dopo tutto svanì negli occhi della principessa, e subito dopo attorno ai due giovani apparve un palazzo non meno splendido di quello dove li aveva accolto suo padre, e c’erano solo loro due.

La principessa lo abbracciò e lo baciò con amore.

“Ora vivremo qui per sempre” gli sorrise, ma il giovane non comprese quanto fossero vere quelle parole.

Il palazzo non aveva uscita, e nessuno poteva entrarne o uscirne, perché lui aveva detto di desiderare “un palazzo solo per noi“.

La prima settimana d’amore fu splendida, ma alla fine anche se la munifica dispensa si rinnovava come per magia ogni giorno, il fatto di non potere uscire dal palazzo  e non potere mai incontrare nessuno non rendeva i due giovani felici.

Alla sera dell’ottavo giorno la principessa chiamò a sé il giovane, e gli disse che spesso esaudire un desiderio è la cosa più infelice che possa esserci, ma che nel loro caso c’era una soluzione, almeno fino alla mezzanotte di quel giorno.  Il giovane le chiese cosa si potesse fare, e la principessa gli illustrò la sua soluzione, e quale incantesimo la poteva realizzare.  Un minuto prima di mezzanotte i due giovani si recarono allora nella torre più alta del palazzo, si strinsero la mano e saltarono giù.

Per il giovane fu come risvegliarsi all’improvviso, in mezzo all’acqua torbida ma che ora lui trovava piacevole, e all’improvviso non era impacciato a nuotare come era sempre stato, ma lo trovava facile e naturale.  Sulla riva alti alberi proiettavano la propria ombra sul lago, di fronte a sé vide subito la principessa, nella sua pelliccia e con la sua lunga coda, e la vide bellissima ora che anche lui si era trasformato in una nutria. E insieme nuotarono affiancati, finalmente liberi.  E vissero felici e e contenti, perché nei dintorni non c’erano piccole città con piccoli abitanti.

Klimt in corridoio – 3 –

attersee_1900(continuazione di Klimt in corridoio 2)

Anche prima che Hitomi Saganaki avesse salito le scale, bussato leggermente alla porta e oltrepassato veloce la porta del suo appartamento, Yusuke aveva subito capito che la persona che aveva suonato tre volte il campanello era lei. Ciò nonostante, quando la porta si aprì la riconobbe a stento. Quella ragazza magra con l’impermeabile trasparente, l’abito corto verde e gli stivali sopra il ginocchio era molto diversa dalla sua compagna di classe quattordicenne di tanti anni prima.

“Ben ritrovato Yusuke Motomaro” gli sorrise lei, e poi, quasi a togliergli l’imbarazzo “Ho saputo che stavi cercando Hitomi Saganaki, così ho deciso di trovarti io”. Yusuke le rispose, quasi come una bugia di cortesia, che l’aveva subito riconosciuta, e Hitomi non disse nulla, ma lo pregò di aiutarla a togliere l’impermeabile, che era tutto bagnato perché fuori pioveva. Yusuke la fece entrare e accomodare nella zona giorno, poi le propose di preparare una hotto chokoreeto. Hitomi sorrise delicatamente, e fece un cenno di assenso. Si era seduta sul divano tenendo le gambe strette, e le mani sulle gambe. Gli stivali alti nascondevano i segni del terribile incidente di cui gli avevano parlato il padre di Hitomi e Akihiko. Yusuke le voltò le spalle, prese un pentolino dalla credenza, vi versò il latte, e attese che bollisse per aggiungervi la bustina di cioccolata che conservava in dispensa da mesi, dopo averla comprata senza sapere nemmeno lui bene il perché. Mentre aspettava, Hitomi si mise ad osservare le foto formato gigante che erano disperse sul divano e sul tavolino. Erano tutte foto dei cervi di Nara.

In quel periodo il lavoro di Yusuke alla casa editrice consisteva nel selezionare le illustrazioni per una collana di calendari e diari dedicati ai cervi del parco di Nara. La selezione preliminare avveniva al computer, però nel momento della scelta finale delle foto da pubblicare era utile stamparle in formato A4. Yusuke, come ogni anno, selezionava per sé le immagini più strane, le meno adatte a venire inserite in un diario o in un calendario, e se le portava a casa. Quest’anno la sua collezione personale comprendeva varie immagini di cervi intenti a gesti impropri come divorare una piantina del giardino di un tempio, accoppiarsi tra loro di fronte a un torii, o defecare davanti a una scolaresca.

Quando, dopo avere terminato di preparare la cioccolata,Yusuke appoggiò sul tavolino di fronte al divano le due tazze fumanti, Hitomi gli fece i complimenti per le fotografie; Yusuke le spiegò che non era lui l’autore e la ragione per cui le aveva portate a casa, ma prima che finisse di raccontare Hitomi gli porse un cd nella sua custodia trasparente. “Ci sono tante canzoni di quando eravamo tutti e due alla scuola di Fukuoka” gli spiegò; Yusuke la ringraziò con un gesto del capo e inserì subito il cd nel lettore.  “Avrei voluto portarti la mia musicassetta , ma non sapevo se possedevi un registratore” aggiunse Hitomi, mentre nella stanza si diffondeva la melodia di Karma Chameleon dei Culture Club. Poi si scostò la frangia, si tolse gli occhiali e li posò sul tavolino e guardando Yusuke negli occhi gli disse: “Yusuke, negli ultimi tempi tu mi hai cercato tanto ma noi due ci eravamo già rivisti”.

Era il primo anno dell’università dopo il suo ritorno in Giappone, dopo,  una sera Hitomi era andata con le amiche in una discoteca nel quartiere dove spesso andavano gli studenti universitari. Il locale notturno si trovava nel seminterrato, era piccolo e molto buio. Era lì che nel buio aveva notato Yusuke, lo aveva riconosciuto, e senza dire una parola aveva iniziato a ballare vicino a lui. Mentre ascoltava il fluire delle sue parole Yusuke ebbe l’intuizione di capire quando era accaduto l’episodio che Hitomi stava raccontando. Non era un grande frequentatore di discoteche, ma quella sera di quello che per lui er l’ultimo anno si era lasciato convincere dai suoi amici e da Serge, un ragazzo francese che si trovava nella loro università per perfezionare il proprio scarso giapponese. Al termine del suo soggiorno a Tokyo, il giapponese di Serge era rimasto pessimo, ma aveva portato uno spirito di libertà e indipendenza nel gruppo di studenti locali con cui era entrato in contatto. Yusuke si ricordava ancora bene di quella ragazza che nell’oscurità gli si era avvicinata, e senza dire una parola aveva cominciato a ballargli vicino in modo tanto sensuale che il suo pene gli si era irrigidito. La ragazza gli ballava intorno e il suo corpo si muoveva seguendo un’onda e trasmettendogli un’incredibile energia sensuale; aveva bevuto due birre Asahi, ed erano passati più di dieci anni, adesso non ricordava più per quanto tempo i loro due corpi si erano mossi insieme, estremamente vicini ma senza toccarsi. Ricordava invece lucidamente che il giorno dopo, appena uscito dal dormitorio aveva incontrato tre ragazze sedute sui gradini dell’ingresso che credeva di non conoscere ma che lo salutarono; Yusuke rispose al saluto, e pensò che forse era di loro la ragazza che gli aveva danzato intorno, ma nel dubbio non si fermò e non chiese loro se la sera prima erano andate anche loro in discoteca; c’era dentro di lui l’imbarazzo per la grande intimità di quella sera prima, era come se Yusuke e la misteriosa ragazza avessero fatto l’amore, senza nemmeno essersi presentati, avere parlato o essersi toccati. Nei giorni successivi aveva provato a lungo a riconoscere in una delle studentesse dell’università il volto di quella ragazza che la sera prima aveva ballato con lui, di quella ragazza che aveva quasi fatto l’amore con lui senza nemmeno sfiorarsi, ma non era nemmeno certo del suo volto, e credeva di riconoscerla e di non riconoscerla in ogni ragazza che incontrava.

Perché non mi hai detto che eri tu?” gli chiese Yusuke. “Perché non era ancora il momento di ritrovarsi” gli rispose Hitomi “…perché avevo capito che non mi avevi riconosciuto, e in un certo senso mi ero sentita respinta ancora una volta. In più. come forse hai già saputo, nelle isole Hawaii mi è successa una brutta cosa, e a quel tempo non mi sentivo a mio agio con il mio corpo”. Yusuke gli accennò che era vero, che aveva saputo qualcosa, e Hitomi capì la sua difficoltà nel toccare l’argomento. Gli sorrise, e gli spiegò che già durante l’università le era stato chiesto più volte di raccontare la sua esperienza; un giornalista che aveva il fratello all’università l’aveva intervistata da un settimanale e da quel momento il suo lavoro era diventato raccontare la storia del suo incontro con lo squalo (Hitomi lo chiamava così). Era stata intervistata anche per alcuni documentari di un canale nazionale e di alcuni canali televisivi americani specializzati in servizi su natura e animali. Ogni volta il suo compenso era stato più alto, perché il suo racconto era particolare, perché era una ragazza dall’aspetto gradevole e perché era sopravissuta. “A tutti piacciono le storie con un lieto fine” gli sorrise; Yusuke ricambiò il sorriso, ma subito dopo non potè evitare che il suo sguardo si ponesse sulle gambe di Hitomi. “Lo so cosa ti domandi, se lo chiedono tutti… dal ginocchio in giù, una delle due gambe non è più mia, ma non chiedermi quale, non chiedermelo mai, Yusuke, è una delle due uniche cose che ti chiederò di rispettare.  L’incontro con quell’essere ha cambiato per sempre la mia vita, ho deciso di tenere per me stessa come me l’ha cambiata, così come  da anni invece racconto anche agli sconosciuti cosa accadde. Tu sei molto educato a non chiedere nulla, ma so che, come tutti vuoi, vuoi sapere, e non voglio dirti di no.  Ho raccontato molte volte questa storia, la storia di un mattino come altri, era una bellissima giornata di sole quando mi recai alla baia di Pohoiki per esercitarmi con il mio maestro, un ex surfista professionista originario di San Diego, che che mi aveva preso con sé perché diceva di vedere in me un grande potenziale.  Era un uomo alto un po’ sovrappeso con i capelli lunghi e la barba selvatica, che ormai stava diventando più grigia  che bionda.  Con noi c’era anche mia sorella Masumi. Il mare era splendido, ricordo di avere surfato un po’, e poi di essermi allontanata dalla riva alla ricerca dell’onda perfetta, che è il miraggio di ogni surfista.  L’onda la vidi solo arrivare. Dei momenti successivi ho solo ricordi confusi: un colpo sordo alla tavola, qualcosa che la fa ribaltare e mi fa cadere in acqua, un’ombra grigia, una gigantesca ombra grigia che mi sfila di fianco, il mare rosso sangue, io che cerco di nuotare verso la riva, una mano forte che mi prende e mi porta con sé, la sirena dell’ambulanza, le grida disperata della mia compagna di allenamento, le luci della sala operatoria, una notte interminabile e, alla fine, i volti della mia famiglia in un letto d’ospedale; e nel finale ci sono io che vengo portata fuori dall’ospedale su una sedia a rotelle, con in mano la mia maglietta insanguinata.   Ecco, dal momento in cui pagaiavo con le mani a cavalcioni sulla mia tavola da surf in un paradiso apparente, fino a quando sono tornata a casa su una sedia a rotelle, sono solo frammenti di ricordi.  Dicono che  sia la nostra mente a farci dimenticare le sofferenze peggiori, e penso sia quello che sia accaduto anche a me.  Tutti, dopo, hanno detto che sono stata attaccata da uno squalo molto grande, probabilmente hanno ragione, ma se tu lo chiedessi a me non avrei potuto risponderti che cosa mi avesse aggredito”.

Yusuke le disse che era molto dispiaciuto per quello che le era successo.  Hitomi lo ringraziò, e poi gli si avvicinò, tanto che le loro gambe si sfiorarono fin quasi a  toccarsi. “Sono molto felice di averti ritrovato, tu non lo sai ma per me sei stato molto importante.  Quando eravamo compagni di scuola tu riservavi le tue attenzioni a un’altra persona, e forse per questo non hai mai capito che io ero disperatamente e totalmente innnamorata di te. Disegnavo mille volte sul mio diario gli ideogrammi che compongono il tuo nome, scrivendolo ogni volta con un diverso significato; naturalmente conoscevo bene gli ideogrammi che utilizzavi tu per scriverlo, ma mi piaceva cambiarli, e scrivere il tuo nome in cento modi diversi, uno per ogni modo in cui ti amavo.  Lo sai, a quel tempo ero un ragazzina, ma l’amore che provavo per te mi ha portato a non dimenticarti mai, e a riconoscerti subito quella sera all’università, anche perché una parte di me, nel più profondo del mio animo, sperava che ritornando in Giappone ti avrei ritrovato”. “Mi dispiace di non averti stretto la mano, quel giorno, durante l’Hakata Gion Yamakasa” le disse Yusuke “se ti cercavo era proprio perché penso di dovere rimediare a quell’errore”. Hitomi gli sorrise, ma abbassò subito di nuovo lo sguardo. “Ora io sono qui, nel tuo appartamento; sono qui per te, ma non potrò restare per sempre.  Ho un gatto a cui sono molto legata e, vedi, non so se mio marito e mio figlio capiscono quando è il momento di dargli da mangiare.  Se tu lo vuoi, posso restare ancora un’ora con te, ma potrebbe essere l’ultima volta.  E non so se sarà bello, la prima volta di due amanti non è mai bella, sopratutto quando il loro amore è molto forte e intenso”. Yusuke fu colpito dalla parola che Hitomi aveva usato, ma non disse nulla. “Però ti voglio proporre un patto” continuò Hitomi “lasciami andare, fammi tornare dal mio gatto, da mio figlio e da mio marito, ma ascolta bene quello che ti sto per dire, e la prossima volta non sarà per una o due ore, ma sarà qualcosa di più”. Yusuke la ascoltò, in silenzio, ammirando l’eleganza dei suoi lineamenti e la strana linea delle sue sopracciglia.  Poi, quando lei ebbe finito, la accompagnò alla porta e, quando Hitomi aveva già indossato di nuovo l’impermeabile trasparente, le prese la mano e gliela strinse.  Hitomi gli baciò le labbra nel tempo di un sospiro, poi uscì.

Yusuke passò il resto della settimana a ripensare a quello che era successo, e alle istruzioni di Hitomi.  Ogni minuto in cui lei era rimasta nel suo appartamento, e ogni parola che Hitomi aveva pronunciato, gli erano profondamente scolpiti nella memoria, e rimbalzavano nelle pareti della sua mente.  Avrebbe voluto cercarla, correre da lei ovunque fosse, e con chiunque stesse in quel momento, ma era più forte l’impegno a rispettare il loro accordo.

Poi fu di nuovo domenica; Yusuke la attese nel corridoio, come Hitomi gli aveva chiesto. Le tapparelle delle finestre erano completamente chiuse e anche se era pomeriggio dall’appartamento era stata esclusa ogni fonte di luce naturale. Lei suonò tre volte il campanello, poi entrò senza dire una parola.  Era vestita come la domenica precedente: gli stessi stivali alti, lo stesso vestito, lo stesso impermeabile trasparente anche se fuori c’era il sole.  Sul pavimento e appese alle pareti del corridoio erano sparpagliate le foto venute male del servizio sui cervi di Nara. Il lettore cd diffondeva nell’appartamento le note di Through the barricades degli Spandau Ballet.  Hitomi riconobbe la canzone, ne ripetè il titolo senza emettere alcun suono, e poi gli disse: “ora ti porterò dove vanno i gatti quando li cerchi e non riesci a trovarli”. Yusuke allora spense l’unica luce che era rimasta accesa. Il buio completo si abbassò su loro due. Era come se avessero chiuso gli occhi, anche se non lo avevano fatto. Hitomi pronunciò il suo nome, e Yusuke fece lo stesso, ripetendolo mentre lo immaginava ogni volta scritto con kanji differenti. Sembrava quasi che la sua immaginazione si materializzasse davanti a lui, era quasi come se le diverse combinazioni degli ideogrammi del nome Hitomi  gli volteggiassero davanti, luminose nel buio. Chissà se succedeva lo stesso anche a Hitomi. Fu un istante e si ritrovarono come circondati da pareti trasparenti, poi fu improvvisamente buio e poi pian piano i loro occhi si adattarono alla penombra; Yusuke sentì che i suoi piedi non toccavano più il pavimento del suo appartamento, ma dell’erba umida; mentre la penombra divenne luce di un tramonto intravide attorno a sé le sagome dei cervi di Nara che passeggiavano intorno, in un paesaggio che ricordava un giardino ornamentale; eppure sentiva ancora la musica degli Spandau Ballet in sottofondo.  Allungò le mani fino a toccare le dita di Hitomi; le strinse le mani e lei strinse le sue. Si baciarono, Yusuke la spogliò con dolcezza; Hitomi infine abbassò la chiusura lampo YKK degli stivali, e se li tolse.  Non aveva alcun segno del morso dello squalo, erano le sue gambe, erano le sue bellissime gambe. Hitomi notò il suo stupore, lo invitò con lo sguardo a guardarsi intorno, e non ebbe bisogno di spiegarli che in quel luogo il passato e il futuro non avevano senso.  La settimana prima aveva proposto a Yusuke di seguirla in quel luogo, perché lì non avrebbero avuto per loro un’ora, due ore, o un’intera giornata; in quel luogo avrebbero potuto rimanere tutto il tempo che avrebbero voluto, anche per sempre, perché in quel luogo il tempo era come se non esistesse.  In quel luogo Hitomi non avrebbe tradito suo marito, perché quello che succedeva in quel luogo succedeva solo tra loro.  Ma succedeva, e stava succedendo veramente, non in un sogno, ma in un angolo della realtà. Ed era profodamente reale l’abbraccio dei corpi di Yusuke e Hitomi, il suo pene che entrava dentro di lei, il piacere di entrambi, il giacere distesi sull’erba umida stringendosi forte la mano, per un tempo senza tempo. Lo stereo trasmetteva le note della canzone The world we love in della cantante italiana Mina.

Walls seem to disappear
the room is filled with willows.
Heaven is, oh, so near
the blissy clouds of pillows.

Klimt in corridoio – 2 –

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(continuazione di Klimt in corridoio)

La signora Saganaki fece accomodare Yusuke nel salone della loro casa hawaiana dai muri di intonaco bianco, che all’interno era arredata secondo lo stile giapponese tradizionale, e dopo avere fatto scorrere una shoji lo fece accomodare sul tatami, davanti al tavolo da the.  Dalla grande vetrata si vedeva la baia di Hilo, la barriera contro le onde e la placida distesa del mare Pacifico.

Il padre di Hitomi, il signor Saganaki ormai era quasi cieco, e aveva smesso di lavorare come giardiniere; sbrigava soltanto dei lavori su commissione per privati che ne conoscevano la fama di migliore giardiniere giapponese delle isole Hawaii che si era guadagnato lavorando per diciotto anni nei migliori giardini dell’arcipelago.  La sua precisione e il suo impegno gli avevano portato ottimi guadagni, e ora aveva potuto smettere di lavorare  e poteva trascorrere una vecchiaia agiata.  Dopo avergli raccontato della sua nuova vita, e avere rivolto a Yusuke molte domande sulla patria lontana, il sig. Saganaki all’improvviso rimase in silenzio.  Si versò con calma del the e ne versò a Yusuke, poi lo guardò, o almeno sembrò guardarlo come se avesse riacquistato la vista, e poi parlò.

“Mia figlia Hitomi è morta”.

Le parole del signor Saganaki raggelarono Yusuke.  La signora Saganaki uscì discretamente dalla stanza mentre il sig. Saganaki continuava a parlare. “Ho dovuto portare via quell’arbusto di satzuki dal giardino Korakuen per salvare mia figlia maggiore Masumi, era l’unico modo per salvarla.  Era in coma da sei mesi, e i medici non sapevano cosa fare, ma io lo avevo capito.  Dovevo sciogliere l’equilibrio del mondo, e per farlo dovevo interrompere l’equilibrio perfetto del giardino Korakuen, e creare un momento di disequilibrio, durante il quale Masumi poteva risvegliarsi.  E una volta che il mondo sarebbe tornato in equilibrio, non avrebbero potuto riprendersela.  E così è successo.  Anche se purtroppo, salvando Masumi ho determinato la catena di eventi che mi ha fatto perdere Hitomi. Vivendo alle isole Hawaii ho imparato a conoscere come ragionano gli europei; se hanno un monumento storico, a differenza nostra loro ne conservano la struttura originale e la restaurano, mentre come sai noi abbattiamo i nostri monumenti per poi ricostruirli.  Non è quello che facciamo?  Demoliamo e ricostruiamo dalle fondamenta. Ma non sempre è possibile”.

Trovare la famiglia di Hitomi per Yusuke non era stato facile; aveva provato ad avere informazioni dalla segreteria della loro scuola di Fukuoka, ma gli avevano risposto che non potevano fornirgli informazioni di quel tipo, aveva persino pensato di rivolgersi a un’agenzia di investigazioni, ma alla fine aveva lasciato perdere, perché quelli erano i mesi in cui nel suo posto di lavoro doveva dare il massimo. Tornò a pensare a Hitomi solo a gennaio, e allora ebbe l’idea di telefonare a Akihiko Nagakawa, l’unico compagno di classe della prima superiore con cui fosse ancora in contatto, perché aveva frequentato la sua stessa università.  Akihiko era uno sportivo, ed era stato il capitano della squadra di baseball della scuola superiore. Akihiko adesso lavorava all’ufficio pubbliche relazioni di Tokyo di una famosa casa automobilistica, per cui curava la comunicazione del suo prestigioso marchio di lusso; si diedero appuntamento a un caffé di una catena in stile americano della zona di Shinjuku. Ordinarono entrambi due frappè al gusto di caffé e caramello che gli vennero serviti in grandi bicchieri di carta con il logo della catena che imitava male il logo di Starbucks, mentre lo stereo del locale trasmetteva Save a prayer dei Duran Duran nella versione live del 2005.

Yusuke, dopo avere parlato dei vecchi tempi, gli chiese se sapeva se Hitomi fosse davvero andata a vivere nelle Hawaii. Akihiko gli rispose di sì.

“Non ricordi che un anno arrivò una cartolina da Hitomi, dalle Hawaii? Fu l’anno successivo a quello in cui partirono”.

Cercare un giardiniere professionista di giardini zen a Kyoto o Yokohama sarebbe stata un’impresa impossibile, ma trovarlo nelle isole Hawaii non fu così difficile.  In fondo non c’erano molti giardinieri giapponesi nell’arcipelago americano, e il signor Saganaki inoltre era ben conosciuto, e a Yusuke non fu impossibile recuperare anche il suo indirizzo di casa.

Alla fine però si era ritrovato fuori dalla casa americana della famiglia Saganaki, con un profondo gelo dentro, il riflesso delle parole del padre di Hitomi, assieme ai dubbi che gli erano rimasti, e ai misteri che le parole del signor Saganaki gli avevano incastrato nella mente.

Yusuke aveva prenotato l’albergo per alcuni giorni, e allora decise di rimanere nelle Hawaii, affittò un’automobile e girò a lungo per le isole, provando a cercare il luogo in cui Hitomi era morta in quel terribile incidente di cui gli aveva accennato suo padre.   La sera dell’ultimo giorno tornò all’hotel piuttosto tardi, e dopo cena non riuscì a prendere sonno, pur essendo fisicamente molto stanco.

Si rivestì e scese nella hall, il bar era ancora aperto ed era quella la sua destinazione, ma arrivato davanti alla reception della reception fu colpito da una ragazza orientale dietro il bancone,  che rispose al suo sorriso. Aveva una bellezza molto morbida, con dei lunghi bellissimi capelli e un neo sulla  guancia sinistra e che portava con straordinaria eleganza la divisa dell’hotel.  Fu naturale per Yusuke avvicinarsi e parlarle in giapponese.  La ragazza, che si chiamava Jin, gli rispose con il modo di parlare di chi è nato all’estero.  I suoi genitori erano emigrati negli Stati Uniti, in California, quando lei ancora non era nata.

Jin gli raccontò che quando si sentiva triste o voleva stare da sola andava al giardino giapponese della città di Hilo, e in particolare cercava una pianta in particolare, un grande arbusto di Satzuki con il quale le piaceva immaginare di avere un dialogo.  Gli parlò a lungo del giardino, gli disse che possedeva una meravigliosa armonia, specie quando non c’erano altre persone a camminare nei vialetti di ciottoli.

Yusuke la ascoltava, ma osservava anche le sue forme.  Era una ragazza carina anche se un po’ grassotella.  Era elegante nella divisa dell’albergo, la camicetta bianca, la gonna stretta, la giacca con il logo della catena dell’hotele e le scarpe con il tacco a spillo che le slanciavano un poco la figura. Jin si accorse che lui la stava guardando, e smise di parlare.

Gli sorrise e gli disse che alle 2 del mattino aveva un’ora di pausa; non disse altro.  Aveva uno spudoratezza che una ragazza nata e vissuta in Giappone non avrebbe avuto.

“Oggi non riesco bene a dormire” gli rispose Yusuke, un po’ arrossendo “Potrei aspettare nel bar dell’hotel”.

“Il bar chiude prima, magari vado a prendere qualcosa e te lo porto in camera, che ne dici?   Mi farebbe piacere continuare a parlare in giapponese, non ne ho spesso l’occasione”.

Yusuke era un po’ in imbarazzo.  “Ti ringrazio, ma sinceramente non vorrei metterti in difficoltà con l’albergo.  Sta bene che un’impiegata dell’hotel socializzi con gli ospiti?”.

“In questo hotel” gli rispose lei “la Direzione ritiene utile da un punto di vista commerciale che gli impiegati  siano amichevoli e disponibili con gli ospiti.  In ogni senso.  Dicono che fidelizzi la  clientela.  Ricordati che siamo in America, compatriota!”.

Yusuke andò un po’ al bar, dove ordinò un Apple Martini, mentre l’impianto stereo trasmetteva Underneath e altre canzoni recenti di Alanis Morisette. Poi risalì in camera, aspettando le due.  Alle due non arrivò nessuno, alle due e venti nemmeno, e Yusuke iniziò a spogliarsi per rimettersi a letto.  Dopo sette minuti esatti sentì bussare piano; era Jin, che entrò veloce nella camera, scusandosi per il ritardo, dovuto a un problema con una famiglia di Chicago.

“Mi dispiace” gli disse lei senza guardarlo negli occhi “avrei voluto fare un po’ di formalità, ma abbiamo poco tempo”.

Non attese la risposta, ma cominciò a spogliarsi togliendosi la giacca, poi facendo scendere la gonna stretta.

“Vuoi che tenga le scarpe?” gli chiese mentre si sbottonava la camicetta bianca, come farebbe una ragazza con molta esperienza con gli uomini.

Yusuke fece di no con il capo, poi gli chiese se avesse portato da bere. Lei si scusò, ma sena chiedergli nulla andò al minibar, e buttò sul letto una collezione di bottigliette mignon.  “Bevi tu, se vuoi” gli sorrise, e mentre Jin si infilò nel letto accanto a lui, Yusuke si accorse che prima di venire da lui aveva già bevuto qualcosa.

Yusuke prese una delle bottigliette, un versione ridotta della bottiglia di whisky Johnny Walker, e ne inghiottì velocemente il contenuto; Jin lo osservava sotto le lenzuola, tenendosi la testa con la mano.  Yusuke fece per baciarla, ma lei si girò dall’altra parte.  Aveva ancora la biancheria intima di pizzo addosso.  Yusuke la abbracciò, e iniziò ad accarezzarle i capelli, senza fare altro, e senza che lei facesse o dicesse nulla. Sentiva in lei come una specie di rigidità, o forse era il riflesso della sua.  Sapeva che il tempo passava, e che tra poco lei si sarebbe dovuta rimettere la camicetta, la gonna stretta e la giacca con il logo della catena dell’hotel e tornare alla reception per continuare il turno di notte.  Ma non riusciva a fare altro.

Lei voltò il viso verso di lui, e gli chiese “E’ molto tempo che non lo fai?  O magari stai pensando a un’altra donna, adesso?” e poi aggiunse con uno sguardo malizioso “o forse dovevo tenere le scarpe  con il tacco?”. Sedurre una receptionist è il sogno segreto di tutti gli uomini che frequentano spesso gli alberghi d’affari.  Yusuke però non era uno di quegli uomini.

Uno di quegli uomini le avrebbe tolto le mutandine, l’avrebbe presa con irruenza, e in fondo sembrava che fosse quello che Jin si aspettava.  Yusuke aveva però il dubbio che fosse anche quello che la ragazza veramente voleva.

“Magari sei tu che adesso stai pensando a un altro uomo, mentre sei qui con me” gli disse Yusuke.  Sentì come se la rigidità di Jin si fosse un poco sciolta, ma solo un po’.  Le baciò la nuca, il collo scostandole i capelli, poi la guancia; le sganciò il gancetto del reggiseno e le baciò la schiena, ma non volle fare altro.  Lei non disse nulla, lo lasciò fare come lo avrebbe lasciato fare se Yusuke avesse fatto di più.

Quandole lancette dell’orologio Ikea appeso accanto alla porta segnavano le 2:54, Jin si alzò, si rimise la camicetta, la gonna stretta e la giacca con il logo della catena dell’hotel, lo guardò, questa volta senza sorrisi, e prima di salutarlo gli disse “Sono stata bene con te, è stato piacevole come quando passeggio nel giardino di cui ti ho parlato nella hall”.

Quando Jin uscì dalla stanza, a Yusuke rimase il ricordo del suo odore e di queste ultime parole.

Il giorno successivo, come prima cosa, Yusuke prese la sua auto a noleggio e si recò nel giardino zen della città di Hilo di cui gli aveva parlato Jin.  Era davvero molto bello, sembrava che l’impronta del sig. Saganaki impregnasse ancora le aiuole e le composizioni in pietra.  Trovò presto la pianta di Satzuki, era come se il giardino disegnasse una mappa che portava inevitabilmente in quel punto chi la sapesse leggere.  Era lì da solo, era mattina di un giorno feriale e non c’erano molte persone in giro.  Chissà se quell’arbusto era lo stesso che il padre di Hitomi Saganaki aveva sottratto dal giardino Korakuen per salvare l’altra sua figlia Masumi, o se era un altro.  Notò però che era nel periodo in cui la pianta dava i suoi frutti, le capsule marroni che contengono tanti semi, uno solo dei quali destinato a far nascere una nuova pianta, come insegnano i maestri giardinieri.  Se ne nascono due, dicono che porti somma sventura.

Notò anche una scritta in ideogrammi, composta da fiori di differenti colori, nel prato lì accanto.  Non era facile capire cosa ci fosse scritto esattamente, Yusuke pensò di vedere gl ideogrammi di seminare, ragazza, tornare e futuro.

“Seminalo, e lei tornerà”.

Era questo che c’era scritto?  Yusuke colse uno dei piccoli frutti, lo avvolse in un fazzoletto di carta, e se lo infilò nella tasca della giacca. Poi riguardò la scritta, ma non riuscì più a vedere bene gli ideogrammi come prima, ora sembravano solo macchie casuali di colore.

Non era più importante, comunque, Yusuke aveva in ogni caso deciso di portare con sé il frutto con i semi della pianta di satzuki, e quando fu di nuovo a casa sua a Tokyo, aprì la valigia e il frutto era ancora lì, avvolto in un fazzolettino.

Yusuke prese un bicchiere, lo riempì d’acqua, vi aggiunse un poco di zucchero, e vi mise uno dei semi.  Poi ripetè l’operazione con tutti i bicchieri che aveva.

Yusuke nei giorni successivi riprese la vita di sempre, il lavoro nella casa editrice e le sue piccole abitudini.  Adesso però non aveva nemmeno più paura di salire sulla metropolitana.

Un giorno Yusuke ricevette una telefonata da Akihiko, il capitano della squadra di baseball. “Hitomi Saganaki è viva“.

Hitomi non era morta, ma aveva subito un drammatico incidente; una volta arrivata con la sua famiglia nella Hawaii, e anche grazie ai soldi guadagnati dal padre, aveva cominciato a praticare il surf, prima come semplice hobby poi come uno sport che era quasi diventato una ragione di vita; d’altro canto l’impegno che richiedevano le scuole americane era molto inferiore a quello richiesto dalle scuole giapponesi, e Hitomi aveva molto tempo libero; Hitomi così era divenuta una giovane promessa del surf; un mattino quando ancora era molto giovane, uscendo insieme al suo istruttore per una prova di addestramento in vista del campionato statale, la sua tavola era stata attaccata da uno squalo e Hitomi si era salvata solo grazie alla freddezza del suo istruttore; ma lo squalo aveva portato con sé una delle sue gambe.  Dopo questi fatti Hitomi era tornata in Giappone.

Quando Akihiko ebbe finito il suo racconto, Yusuke avrebbe voluto tornare nel salotto in stile tradizionale della casa della famiglia Saganaki nelle isole Hawaii, perché aveva molte domande per il padre di Hitomi, ma il biglietto per le Hawaii era molto costoso, e ora Yusuke voleva soltanto pensare a ritrovare lei.

“Come hai fatto a scoprire che Hitomi è viva?” chiese Yusuke ad Akihiko, mentre nel locale si sentiva la musica di Hungry like a wolf; evidentemente uno dei camerieri aveva acquistato l’album live dei Duran Duran del 2005.

“Dopo che sei tornato dalle Hawaii ho cercato su internet la notizia di una ragazza giapponese vittima di attacchi di squali; gli attacchi di squali a esseri umani non sono poi molti, e non ho fatto difficoltà a trovare ben tre articoli che ne parlavano, e in cui si diceva che era sopravvissuta, pur avendo perso una gamba.  Da uno degli articoli si capiva che dopo l’incidente era  tornata in Giappone, e allora ho ricontattato tutte le compagne di classe delle superiori che sono riuscito a ritrovare. Purtroppo sono riuscito solo ad avere la conferma che Hitomi Saganaki era tornata, ma nulla di più, a parte che si era iscritta alla Rikkyo University”.

Era la stessa università cui era iscritto Yusuke, ma chissà a quale facoltà era iscritta, chissà se negli stessi anni in cui l’aveva frequentata lui.  Chissà se si erano magari sfiorati senza incontrarsi.

Yusuke apprezzava l’impegno di Akihiko nell’aiutarlo a ritrovare Hitomi.  D’altro canto era nel carattere di Akihiko, che era la classica persona che si fa in quattro ad aiutare gli amici, anche se lo faceva a modo suo.  Yusuke ricordava bene quell’episodio in cui un loro compagno di scuola, che a quel tempo era un amico inseparabile di Akihiko, gli aveva chiesto di aiutarlo a conoscere una ragazza di un’altra classe, compito cui Akihiko si era dedicato con ardore, salvo poi fidanzarsi con lei, che poi era diventata sua moglie.

Nel suo caso però l’impegno disinteressato di Akihiko sembrava essere stato inutile, aveva recuperato molte notizie di Hitomi, ma nulla che gli permettesse di rivederla, anche se ora sapeva che Hitomi adesso era in Giappone e che in passato per un certo periodo aveva frequentato la sua stessa università.

Tornato a casa, Yusuke andò a guardare il vasetto rosa in cui aveva piantato l’unico germoglio che era nato dai sette semi di Satsuzki. Fino a quella sera dalla terra non era uscito ancora nulla, anche se lo aveva bagnato regolarmente,

Quella sera però gli parve che la piccola, minuscola, giovane piantina verde stesse per uscire fuori dal terreno.

Il giorno successivo la piantina era completamente visibile, e giorno dopo giorno la piccola piantina cresceva.

Dopo due settimane da quando aveva piantato il germoglio nel vasetto la piantina di Satzuki mise la prima foglia.

Era una piovosa domenica di aprile.  E nel pomeriggio di quella piovosa domenica di aprile Yusuke Motomaro sentì suonare tre volte al campanello del suo bizzarro condominio di appartamenti con il corridoio, e non chiese neanche chi fosse alla porta, perché lo aveva capito all’istante.

(continua)

Klimt in corridoio

Klimt-Lakeshore-with-Birches-soth

omaggio a Murakami Haruki

A Yusuke Motomaro piacevano i corridoi delle abitazioni.  Li aveva sempre trovati affascinanti, e così quando si era trasferito a Tokyo dopo avere trovato un impiego in una casa editrice specializzata in agende e calendari aveva cercato una casa che, al di là delle dimensioni, fosse dotata di un corridoio, caratteristica inconsueta per gli appartamenti che normalmente si trovano a Tokyo, a meno di non appartenere a quella ristretta minoranza in grado di acquistare una casa di grandi dimensioni. In una città come Tokyo però è anche possibile trovare quasi tutto quello che si cerca, e così anche Yusuke trovò una casa con il corridoio in un curioso condominio nelle vicinanze della stazione di Ikebukuro, dove tutti gli appartamenti avevano sole due stanze, una camera da letto e un soggiorno con l’angolo cottura, entrambe di modeste dimensioni ma collegate tra loro da un breve corridoio da cui si accedeva anche al bagno.

Alcune volte la sera a Yusuke piaceva sedersi nel corridoio, chiudere gli occhi e ascoltare i suoi cd degli anni ottanta, gli stessi che ascoltava quando era ragazzo e viveva nella prefettura di Fukuoka.  Aveva riempito le pareti del corridoio di quadri di paesaggi di pittori europei, mentre le pareti nel resto della casa erano rimaste completamente spoglie.

Il padre di Yusuke Momotaro era un controllore di volo, e per questo motivo la sua famiglia trascorse alcuni anni nel sobborgo di Hakata, dove il padre aveva trovato lavoro nell’aeroporto civile di Fukuoka.  Il padre di Yusuke era un ex militare dal forte senso pratico, e per questo aveva cercato e trovato casa vicino al luogo di lavoro.

Per andare e tornare da scuola Yusuke adoperava una bicicletta rossa con cui poteva facilmente raggiungere gli edifici scolastici; il percorso era facile, ma se lo percorreva con il buio c’era un tratto che gli metteva sempre inquietudine; si trattava del cono di volo, una zona priva di ogni forma di illuminazione per non disturbare le manovre di decollo dell’aeroporto.  Il tragitto nella zona d’ombra era breve, ma la sera era importante avere le luci accese e prestare la massima attenzione.

Un anno, quando aveva 13 anni e frequentava la scuola media, Yusuke ottenne pessimi voti nelle prove di matematica e scienze, e fu obbligato a seguire dei corsi serali di riparazione; per questo tornava spesso a casa piuttosto tardi attraversando regolarmente il cono di volo.  Fu in una di quelle occasioni che Yusuke cominciò a sentire bisbigliare nel buio.  All’inizio credette che fosse la sua immaginazione o la stanchezza per la lezione di matematica, ma con il tempo le voci che sussurravano nel buio si facevano sempre più insistenti; sembravano provenire dal prato vicino alla strada, anche se Yusuke si guardò sempre bene dal voltare lo sguardo, provando invece ad accelerare la pedalata.  La cosa  continuò a lungo, e sempre più cresceva l’angoscia nel petto di Yusuke, che però non aveva coraggio di parlarne ai genitori e in particolare a suo padre, che a differenza di sua madre disprezzava le credenze tradizionali di fantasmi e kami, e perciò non disse nulla e continuò  ogni sera percorrere quel tragitto fino alla fine dei corsi di riparazione, sperando solo che prima o poi i bisbigli finissero.

Finché il cono di volo non tornò silenzioso.

Vent’anni dopo Yusuke aveva ormai dimenticato quel lontano episodio. Andava regolarmente al lavoro con la metropolitana, con cui percorreva la linea Yurakucho da Ikebukuro a Ichigaya, e poi raggiungeva a piedi il luogo di lavoro.  Aveva sempre fatto così da quando viveva a Tokyo, ma un giorno, improvvisamente, mentre la radio della metropolitana trasmetteva Money for nothing dei Dire Straits, fu colto da una crisi di panico e dovette scendere dal vagone.

Quel giorno tornò a casa in taxi, e per un certo periodo di tempo non volle più salire a bordo della metropolitana.  Non c’era una ragione, successe e basta, e poiché Yusuke non possedeva un’automobile decise, intanto che quell’ingiustificato timore fosse evaporato, di acquistare una bici Miyata usata di colore celeste.  In fondo la distanza dal luogo di lavoro non era impossibile da percorrere in bicicletta.

Un sera del mese di ottobre, periodo in cui la sua azienda era impegnata al massimo per preparare le agende e i calendari per l’anno successivo, tornando tardi dopo alcune ore di straordinario, mentre attraversava un passaggio poco illuminato sotto il cavalcavia della superstrada per Yokohama, sentì improvvisamente qualcuno bisbigliare nel buio.  Yusuke però non aveva più tredici anni.  Fermò la bicicletta, e rimase un attimo a guardare verso il buio.  Poi prese una decisione, d’istinto.  Legò la bicicletta a un palo dell’elettricità, e si incamminò nel terreno incolto davanti a sé, andando incontro a quelle voci.  All’improvviso, mentre camminava nell’erba umida, ebbe come la sensazione di non potere proseguire, e subito dopo gli sembrò di essere chiuso in una scatola di pareti di vetro; provò a muovere le braccia ma le mani incontrarono solo una superfice fredda e liscia.  Fu solo un attimo, che svanì prima che l’angoscia prendesse il sopravvento.  Le pareti svanirono, e Yusuke si trovò in mezzo al buio.  Non era da solo.  Intorno a sé tante altre persone, tutte rivolte in una direzione.  Si voltò anche lui in quella direzione, era quella da cui era venuto, ma il cavalcavia era svanito.  Davanti a lui c’era la stradina  che portava alla casa che avevano preso in affitto a Fukuoka quando Yusuke aveva tredici anni.  Nessuna delle persone attorno a lui sembravano prestare attenzione alle altre.  Sembravano spettri.

Ci sono persone che vedono i fantasmi, e altre che possono prevedere il futuro.  Entrambe le cose insieme, non è possibile.  Yusuke non aveva nessuna di queste due doti, però ora era lì.

Si guardò intorno e capì che tutti gli individui attorno a lui non stavano bisbigliando, ma parlavano ad alta voce, anzi gridavano.  E non tutti insieme, uno alla volta, rivolti alle persone che si vedevano camminare sulla strada alla fine dell’oscurità.  All’improssivo vide, lontano nella stradina, una ragazzino di tredici anni con una bicicletta e uno zaino da scuola, che passava pedalando veloce.  Non disse nulla, nessun altro disse nulla, mentre lo Yusuke tredicenne attraversava il cono d’ombra.

Tutto accadeva molto velocemente.  Secondo gli psicologi animali, il tempo non scorre eguale per tutte le specie, dipende tutto dal modo in cui il cervello elabora le informazioni esterne.  Per un cane il tempo scorre quattro volte più veloce che per noi, per i gatti il doppio, per altri animali è invece più lento del nostro.  Nel cono d’ombra invece il tempo era dieci, venti, forse trenta volte più veloce, e sebbene attorno a lui fosse sempre buio e il sole non apparisse mai nel cielo, gli sembrò che passassero intere giornate, anche se in quel luogo erano come ore.  Nello scorrere del tempo, vide passare molte persone laggiù nella stradina, e a turno uno degli spettri nel buio alzava la voce, rivolgendosi alla persona che stava passando in quel momento. Yusuke comprese presto che ognuno si rivolgeva a sé stesso, al sé stesso del passato, come spettri del futuro che cercano di interloquire con il proprio sé passato.

Uno spettro, che era vestito con l’abito grigio dei business men, e che aveva un segno rosso attorno al collo, cercava di interagire con un ragazzo dall’aria vivace vestito con l’uniforme scolastica, gridandogli di non abbandonare gli studi di filosofia.  Un altro degli spettri, con il volto sfigurato, cercava di attirare l’attenzione di un giovane con l’uniforme dei piloti della seconda guerra mondiale “Scegli la marina, scegli la marinaaaa”.  Un altro spettro, una donna di cinquant’anni, gridò verso quella ragazza un po’ grassottella che camminava veloce “Non sposare Maitumi, ti renderà infelice!”.  Non si capiva se le persone che passavano sentivano le voci degli spettri, forse sentivano solo bisbigli come lui a tredici anni, e forse era per che questo gli spettri cercavano di alzare la voce, tentando disperatamente di farsi sentire.

Forse c’era una ragione per cui  anche io sono qui, pensò Yusuke, anche se non ho avuto una morte violenta o la condanna a una vita infelice.  Così Yusuke provò ad ascoltare dentro di sé, e all’improvviso sentì di dover dire qualcosa.  Proprio in quel momento, in quello stesso istante, vide di nuovo il ragazzo tredicenne con la bicicletta che era stato lui vent’anni prima, e allora gli gridò: “Stringi la mano di Hitomi!”.  Nell’oscurità gli sembrò di vedere il ragazzo fermarsi, scendere dalla bicicletta e guardare verso il buio.

Un momento dopo era di nuovo al di là del buio, sulla strada sotto il cavalcavia, le scarpe e i pantaloni fradici.

Rientrato nella sua casa con il corridoio, Yusuke accese lo stereo e inserì un vecchio cd di Mike Oldfield.  Mentre nella stanza risuonavano le melodie di Moonlight shadows si preparò una zuppa di pollo e sasubashi mentre in un altro pentolino cucinava i soba che avrebbe mangiato insieme alla zuppa.

Ripensò a Hitomi.

Quando aveva quattordici anni si era innamorato di Keirei Yang, una ragazza cinese che frequentava la sua scuola, anche se nessuno sapeva il motivo.  I suoi genitori erano altrettanto misteriosi, nessuno aveva mai visto il padre, la madre appariva solo per portarla a scuola e venire a riprenderla, e non parlava mai con nessuno.  Nessuno sapeva nemmeno se i suoi genitori parlassero giapponese.

Keirei era molto bella, aveva un ovale di porcellana e lunghi capelli neri, tanto che tra noi ragazzi si era diffusa la leggenda  che fosse una principessa del Mansukoku fuggita dalla Cina continentale.  Yusuke aveva provato in molti modi a entrare in confidenza con Keirei, che gli rispondeva sempre con grande gentilezza ma mantenendo rapporti molto distanti.

Era in questo periodo che l’esistenza di Yusuke Motomaro incrociò quella di Hitomi Saganaki.  Hitomi era una ragazza magra e molto esile, con due sopracciglia arcuate sopra due occhi di una speciale intensità, e indossava spesso una felpa con il logo della squadra di calcio del Fagiano Okayama.  Il padre di Hitomi era stato il custode del famoso giardino Korakuen di Okayama, ma era stato licenziato per avere sottratto un antico e prezioso arbusto di satzuki, e per questo la famiglia di Hitomi si era trasferita a Fukuoka, da dove proveniva la madre di Hitomi e dove volevano provare a ricostruire la propria vita.

Hitomi era una ragazza molto triste e silenziosa, e pur essendo indubbio che avesse un genere particolare di bellezza, quasi nessuno parlava con lei.  Yusuke aveva subito avuto una simpatia immediata per Hitomi, ma nulla di più, essendo tutto preso dalla sua infatuazione per Keirei. Si erano parlati solo poche volte, e solo con parole di circostanza.

Hitomi frequentò la sua scuola soltanto per un anno.  Ci furono solo due episodi.

Un giovedì del mese di maggio Yusuke era uscito di scuola  un’ora prima a causa dell’assenza improvvisa dell’insegnante di storia, che l’istituto non era riuscito a sostituire; invece di tornare subito a casa aveva deciso di fare una passeggiata nei dintorni del tempio di Joten-Ji; mentre si trovava lì aveva incontrato Hitomi nei pressi di una bancarella di daifuku; le si era avvicinato, aveva acquistato anche lui un daifuku caldo con ripieno di azuki preparato sul momento ed era rimasto a mangiarlo insieme a Hitomi, scambiando poche parole sulla disorganizzazione della scuola e sui motivi dell’assenza della sig.na Michiguki. Stando vicino a Hitomi aveva notato meglio l’intensità del suo sguardo e la morbidezza del suo sorriso timido. Il tempo era passato velocemente, tanto che a un certo punto Hitomi aveva guardato l’orologio ed aveva detto di dover tornare subito a casa.

Verso uno degli ultimi giorni di scuola, nel mese di luglio la loro classe venne portata ad assistere all’Hakata Gion Yamakasa, e durante il corteo dei carri Yusuke trovò accanto a sé Hitomi.  Lei, senza una ragione e senza dire nulla, gli prese la mano.  Yusuke non seppe cosa fare, e allora non fece nulla.  Non parlò, non strinse la sua mano né la lasciò. Si voltò verso di lei, e vide il suo sguardo nel suo.  Ne rimase intimidito, rigido nella sua divisa scolastica, e distolse subito il suo.  Rimase lì immobile, per dieci, forse venti minuti, finché Hitomi non abbandonò la sua mano.  In quell’istante le dita di Yusuke sfiorarono la pelle della coscia di Hitomi, e lui provò l’emozione intensa che può provare un ragazzo di quattordici anni nel contatto, anche breve, con il corpo di una ragazza.  Ma conservò quell’emozione dentro di sé.

Alla fine dell’anno la famiglia di Hitomi abbandonò la città e non si rivedettero mai più.  I genitori degli altri ragazzi dissero che non riuscendo più a trovare lavoro in Giappone il padre di Hitomi avesse trovato un lavoro da giardiniere nelle isole Hawaii.  Il padre di Yusuke fece uno di quei commenti sprezzanti che era solito fare, e che Yusuke odiava sentire.

Da quella volta Yusuke non aveva più pensato a Hitomi, ma all’improvviso si era reso conto che non avere contraccambiato quella stretta di mano era stata l’occasione mancata della sua vita, che in quella giornata di sole durante l’Hakata Gion Yamaka qualcosa era andata perduto.  Le parole che aveva rivolto a sé stesso dal cono d’ombra gli avevano fatto capire che quel qualcosa che mancava nella sua vita, quel qualcosa di indefinito che aveva sempre percepito come assente, era Hitomi Saganaki.

Doveva ritrovare Hitomi Saganaki.  Ad ogni costo.  E doveva stringerle forte la mano.

(Continua)

Il Sole sotterraneo – III parte

 la spedizione

(segue dalla seconda parte)

Un volta arrivati al Sole sotterraneo e alla Città che ne riceve luce e calore è quasi impossibile ritornare alla superficie, ma anche riuscendoci è inevitabile rimanerci un certo tempo, nel mentre che si studia come risalire l’impetuoso corso d’acqua che scorre nel ventre nella montagna.

Altrettanto inevitabile, in quelle lunghe giornate sotto la volta di quarzo, sarà incontrare uno degli Ospiti o Herren, come vengono chiamati dai nativi della Città.

Gli Ospiti sono felici di incontrare chi proviene dal mondo esterno, lo accolgono tra loro come un fratello, specie se capisce la lingua che parlano, un tedesco dal suono desueti, e se ne è disposto ad ascoltare la narrazione della loro storia.

La spedizione raggiunse la Città di Sale nel pieno della seconda guerra mondiale, ed era una missione ufficiale del III Reich, al più alto livello di segretezza.

La guidava un esploratore tedesco che riteneva di avere trovato il passaggio per la città sotterranea di Agarthi, dove secondo le credenze delle società esoteriche che per prime avevano fatto da incubatrice all’ideologia nazista dimoravano i grandi antichi ariani, i progenitori della razza padrona, e forse quel Re del Mondo con cui il Fuhrer della Grande Germania avrebbe potuto allearsi contro i subumani russi e i pluto-giudeo-massoni inglesi e americani.  Si era in una fase della seconda guerra mondiale in cui, valutando oggettivamente e freddamente forze in campo e situazione, i capi nazisti ben potevano prevedere l’esito, la sconfitta della Germania e la caduta del regime hitleriano. Oggi si crede che Hitler e i suoi generali non avevano previsto l’inevitabile finale, ma laggiù nella Città vicino al Sole sotterraneo è possibile apprendere un’altra storia, la storia di un Fuhrer che invece comprese per tempo cosa sarebbe successo nell’arco di uno o di due anni, e conscio dell’impossibilità di sconfiggere le potenze russe e americane, decise di tentare una missione segretissima e quasi impossibile seguendo le tracce di un esploratore che già aveva individuato il varco verso la città nelle viscere delle più alte montagne dell’Asia.

Uno dei tanti sosia del Fuhrer prese il suo posto a Berlino, e continuò a sostenere la parte fino al tragico epilogo, marionetta ai comandi di Himmler, Goering, Goebbles e degli altri gerarchi che governarono davvero la Germania al posto del vero Hitler, portando all’esasperazione il fanatismo nazista.

Nel frattempo venne organizzata, con grande dispendio di mezzi, una missione composta da alpinisti, speleologi, storici, occultisti, interpreti e militari di scorta al più importante dei viaggiatori, Adolf Hitler in persona.

Non senza difficoltà, e con alcuni caduti, la spedizione raggiunse la Città e il Sole sotterraneo, e l’ingresso nella grande caverna venne accolto con grida di esultanza e la gioia per l’incredibile scoperta; il lugubre “Heil Hitler” risuonò tra le pareti rocciose e la volta di quarzo.

Hitler raccolse attorno a sé i suoi uomini, abbracciò l’inseparabile Eva Braun che ha voluto con sé anche in questo viaggio verso l’ignoto, poi iniziò a parlare con quell’eloquio invasato e di oscuro fascino che lo aveva portato al potere.

Il discorso terminò però all’improvviso, nell’imbarazzo e nel silenzio, quando dai vicoli della Città di Sale uscirono i suoi abitanti.  A un solo sguardo divenne subito evidente che in quel luogo la spedizione nazista non avrebbe trovato potenti armi segrete o incredibili poteri magici, né una civiltà antica e avanzata con cui allearsi.

Chi venne loro incontro fu un gruppo di esili ipovedenti vestiti di stracci e armati di bastoni, e a parte i capelli di un biondo spento avevano i tratti somatici tipici di quelle razze orientali che i nazisti definivano subumane.

E’ vero che in quel luogo la spedizione con il tempo scoprì che quel popolo nascondeva un passato misterioso quando affascinante, perché di quel passato rimanevano solo scritte ormai indecifrabili, ma al di là di quell’oscuro passato non era certo quella la civiltà sotterranea che cercava la spedizione nazista per farne un potente alleato del III Reich ormai condannato a una catastrofica sconfitta militare e politica.  Se mai era esistita, ora non esisteva più.

I nativi accolsero la spedizione con diffidenza, i militari nazisti tennero le armi pronte all’uso, avrebbero sopraffatto in un istante gli abitanti di quel luogo, ma non fu questo l’ordine del Fuhrer.  In qualche modo si raggiunse un accordo, i nativi offrirono la propria ospitalità, iniziò una qualche forma di convivenza.

La missione era riuscita ma al contempo era fallita, la decisione di ritornare in superficie era scontata.  I nativi di certo non potevano impedirlo, ma solo pregare di preservare la segretezza di quel luogo, in ossequio a una tradizione di cui ormai non ricordavano più le ragioni.

Tuttavia, il ritorno in superficie divenne prima difficoltoso e poi quasi impossibile.  E quando finalmente vi fu chi riuscì ad andare e tornare, grazie a un ingegnoso sistema di cordate, riferì che la guerra era andata avanti, e che le più infauste previsioni si stavano avverando, chi stava vincendo erano le forze alleate dei peggiori nemici della Germania, e il Fuhrer non poteva e certo non voleva tornare per affrontare il peso della sconfitta e le colpe di un regime che ormai stava diventando l’incarnazione del Male. Gli ex complici del dittatore si erano rivelati persino peggiori di lui, nel suo nome avevano perpetrato crimini che non sarebbero mai stati dimenticati, e nel frattempo a est un’invincibile potenza comunista stava sorgendo.  Là fuori c’era un mondo che per Hitler e i suoi era il peggiore mondo possibile.

Ai loro occhi non era un mondo in cui tornare.  E così decisero di restare.

(continua)

Il Sole sotterraneo – I parte

sole sotterraneoEsiste un luogo in un angolo nascosto del Tibet, o forse è l’Himalaya, dove un torrente impetuoso che somiglia quasi a un fiume entra in una cavità del suolo e lì scompare nel sottosuolo.

Se un esploratore riuscisse a navigare nel torrente seguendo le acque a bordo di un gommone o di una barca in grado di affrontare i tumulti della corrente, vedrebbe che la luce esterna, nel corso della discesa nel sottosuolo, diminuisce meno di quel che dovrebbe, e avendo la vista acuta riuscirebbe a vedere alcuni specchi sulle pareti di roccia, talmente usurati dal tempo da sembrare antichi di millenni.

Potrebbe anche vedere su una parete una scritta in un alfabeto che nessuno parla più a tanto tempo che nessuno più ricorda più da quanto.

È proprio dopo quella strana scritta che la luce comincia a cambiare e mutare verso uno strano chiarore rossastro, è proprio allora che le acque del torrente diventano un lago sotterraneo, e davanti al lago appare quella che, appena adattati gli occhi a quella strana luce, si rivela come una città.

Non si può descrivere lo stupore di trovare una città intera dentro una gigantesca grotta, il cui altissimo soffitto appare quasi luminoso, e a guardare meglio si può vedere che è tutto ricoperto di lucenti cristalli di quarzo, su cui si riflette una luce rossastra che pervade tutto l’ambiente, e che si mescola a brandelli di luce solare portati dagli specchi disseminati ovunque.

Chissà se è questa la Città sotto le montagne dell’Himalaya di cui parlavano tante storie e leggende, la città a cui nei secoli dei secoli sono stati attribuiti tanti nomi: Shangri-La, Agartha, Kalapa.

Un viaggiatore ignaro di tutte queste storie che vi capitasse per caso la potrebbe chiamare Città di Specchi, Città di Quarzo o magari Città di Sale perché le pareti delle case sembrano, e forse sono, ricoperte di gemme di sale.

Lo stupore di scoprire un luogo abitato dentro l’enorme antro è però poca cosa paragonato allo stupore di quello che c’è oltre la Città, dalla parte opposta al lago, lì da dove sembra provenire quello strano chiarore.  Perché avanzando lungo il sentiero che costeggia i margini della città, osservati in silenzio dagli sguardi degli abitanti della città, ci si trova davanti al ciglio di un burrone e se, avanzando piano piano, un po’ intimiditi dal calore che aumenta, si volge lo sguardo in basso ciò che si vede quasi ferma il cuore.

Sotto i nostri occhi, distante ma fin troppo vicina, una distesa immensa di lava incandescente riposa girando in circolo, e illuminando di rosso l’intera grotta.

Sotto di noi c’è il Sole sotterraneo.

(continua)