Una storia salvadiga

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Witch House by Alex Shatohin on Deviantart.com

Piccola favola crudele ambientate nella mia Terra (come cantava Elisa), ossia nella provincia  di Trieste, e scritta (semel in anno licet insavire) nella parlata locale.

Ghe jera una volta, e la viveva nel Bosco de le Noghere, tacà de Muja e del bloco de Rabuiese, una vecia che non so come la jera diventà una striga.  Una striga vera, de quele cative che le svòla su el manigo de scopa.

Bòn, una sera un muleto¹ che no scoltava mai mama e papà, el se perdi dentro el bosco; camina de qua, camina de là, el muleto el incontra la striga, e ghe chiedi, educatamente:

“Mi scusi, signora, ma per tornare ai laghetti che direzione devo prendere?”

La striga la varda el muleto, un bel muleto un poco su de chili con le guanciotte rosse, e se lo magna in un sol boccone.  Come i veri, la se disi da sola tuta contenta.

No la se jera acorta che un minuto prima jera ‘riva un orco, che la varda e  ghe disi “Cosa te ga fato?  Te se ga magnà el muleto?”

“ehhhhh, no l parlava triestìn, sarà sta un Furlàn²”

“Ma el jera de Borgo!”

“De Borgo?  E no el parlava triestìn?”

“Ehhhh, cos te vol, la mare jera ‘taliana³”

“Orca, alora me dispiasi tanto… Bon dei, prosimo giro ghe penso do volte… anche se te devo dir che la carne jera davero bòna, te ga presente quela che te compravi in Zonabìª tanti anni fa…?”

1: muleto: bambino, diminutivo di mulo, che in triestino vuol dire ragazzo

2: Furlàn: Friulano inteso come abitante delle province di Udine e Pordenone, divise con Trieste da un forte campanilismo

3: ‘taliana: Italiana del Sud, inteso in senso molto esteso a ricomprendere anche il Centro Italia

a: Zonabì: la Zona B dell’ex Territorio Libero di Trieste, che comprendeva il nordovest della penisola istriana, da Capodistria a Cittanova, che legalmente continuò ad esistere fino al 1975.

Cronaca di una morte necessaria

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Il 21 settembre del 1868 a Castelmonte Cozzuto era una giornata come le altre, o almeno così sembrava.  Alle 3 e 30 del pomeriggio, in una delle case vicino alla piazza, mentre il resto del paese sonnecchiava nella siesta pomeridiana, il riposo del padrone di casa venne interrotto da un’esplosione sorda e da una strana luce.

Il padrone di casa, che di nome faceva Aginolfo ma che tutti chiamavano Pino u’ SEcco, uscì dalla camera da letto e si precipitò in cucina, da dove veniva il rumore, e si trovò di fronte un ragazzo vestito strano e con una strana capigliatura, che uscì da una specie di grande uovo trasparente o quello che era.

“Chi siete voi?” gli domandò Aginolfo, e subito precisò “Qui non vogliamo guai, e non voglio sapere niente, fate la cortesia di uscire dalla porta e arrivederci e grazie”.

Quello lo guardò bene, gli chiese se fosse davvero lui Aginolfo Pannostorto nato a Castelmonte Cozzuto trent’anni prima da Salvatore e Maria Celeste, e quello gli rispose di sì, certamente, ma che gli facesse la cortesia di andarsene o chiamava chi sapeva lui.

Il visitatore, con fare dispiaciuto, gli disse: “Sono veramente desolato, signor Pannostorto, ma la mia missione è motivata dal supremo benessere nazionale e dall’esigenza di estirpare alla radice un grave problema che ci affligge nell’epoca da cui provengo, un problema da cui sono germogliati l’omertà, il menefreghismo, il peggiore familismo e tanti dei mali del nostro Paese che nell’anno 2137 sono più gravi che mai.  Lei, signor Pannostorto, avrebbe dovuto vivere cent’anni perché si faceva gli affari suoi, e i suoi tanti nipoti l’avrebbero ricordata per portare avanti il suo pessimo esempio”.

Aginolfo replicò: “ma che minchia stai dicendo, forestiero?  Se dici di quella ragazza di un mese fa, io non ho visto niente e comunque ci credo che ti succedono quelle cose se vai in giro con la gonna così corta, o forse dice di quel fetente di Turi monco che si è messo a fare quello che voleva con il signor barone, e mica è colpa mia se poi hai quello che ti cerchi”.

E’ proprio quello che pensò il visitatore nel momento in cui gli scaricò contro la potenza del fulminatore.

 

 

Il Risveglio del Santo

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All’improvviso la Santa Salma si alzò, le spoglie del venerato frate morto cinquant’anni prima ripresero vita, finché il Santo ruppe il vetro della teca dove riposava e si mise in piedi.

Forse su un intervento divino, forse un incantesimo ritrovato da qualche prelato nei misteriosi archivi vaticani sotto la Basilica di San Pietro, forse fu uno di quei virus che fanno risvegliare i morti, fatto sta che il Santo camminava in mezzo alla gente.

Le reazioni furono diverse, tra chi fuggiva terrorizzato, chi si inginocchiava e perfino chi si avvicinava al Santo per chiedere miracoli e intercessioni.  Ma il Santo non badava nessuno.

Uscì dalla Basilica di San Pietro, attraversò la piazza e si incamminò per via della Conciliazione, con lo sguardo vitreo e il passo lento tipico dei morti che camminano.

Uno dei sacerdoti presente al suo risveglio (e la cosa apparve subito sospetta) rivelò di conoscere la sua destinazione: la Camera dei Deputati dove da lì a poco un parlamento di miscredenti avrebbe approvato una legge contro la natura e la legge di Dio.  Il Santo voleva fermarli, armato di stimmate in piena vista e del suo sacro carisma.

Il passo del Santo era lento, il suo cammino attorniato da fedeli e curiosi che ne rallentavano la marcia, che però procedeva inesorabile e diretta.  Il panico frattanto si stava diffondendo nei corridoi e nell’aula di Montecitorio, deputati fuggivano piangendo, vi era chi invocava perdono e pentimento, ma anche chi chiedeva l’intervento dell’esercito per fermare la minaccia soprannaturale alle Istituzioni.  La maggioranza comunque era pronta a cancellare il voto che aveva rianimato le spoglie del Santo, e voci parlavano anche dell’abolizione del divorzio.

Il Presidente del Consiglio taceva; si era recato d’urgenza dal Presidente della Repubblica, contando anche -tatticamente- sulla difficoltà per la Salma vivente di salire fino al colle del Quirinale.

Ormai il Santo si trovava in Piazza Navona, ma neanche i selfie dei turisti che probabilmente pensavano a una ripresa cinematografica poteva fermare il suo passo instancabile.  Alcuni ritrattisti approfittarono per dei bei ritratti dal vivo del Santo risorto.

Davanti a Palazzo Madama il Santo si fermò un secondo.  Il tempo che un tassista gli propose una corsa “non gliela faccio gnanché paga’, dotto’, ma ce sarebbe mi’ zia che ha un problema de salute…” e la Salma vivente riprese imperterrita la sua camminata.   Ormai la sua destinazione era chiara, davanti alla Camera si era radunata un’immensa folla e diverse troupe televisive che attendevano l’arrivo del Santo, i militari di guardia si consultavano con i loro superiori e con un piccolo drappello di Carabinieri.

Durante tutto questo nessuno si era accorto che qualcosa era accaduto anche sul Gianicolo.  Solo un custode aveva notato le lastre di marmo divelte nell’Ossario Garibaldino.

Ma poi si diffuse la voce che scheletri vestiti con divise sbrecciate dell’ottocento stavano attraversando il centro di Roma, guidati da un trombettiere e uno scheletro con la divisa da ufficiale garibaldino e una bandiera malridotta in mano.

Il corteo degli scheletri aveva il passo svelto, forse perché erano morti giovani per difendere il breve sogno della Repubblica romana stroncata dall’esercito francese accorso per salvare lo stato pontificio.  Erano morti centocinquant’anni prima ma avevano ancora lo stesso vigore e lo stesso zelo.

Arrivarono davanti a Montecitorio un attimo prima della Salma.  Si disposero a coorte davanti alla facciata (anche dopo la morte sempre pronti a coorte). , facendo fuggire curiosi e operatori televisivi.  Fronteggiarono la Salma ferma davanti a loro, per un tempo che parve interminabile.

Lo scheletro vestito da ufficiale si avvicinò al Santo, vi fu un dialogo che nessuno sentì, il Santo alzò le mani con le stimmate quasi a minacciare lo scheletro, che fece il gesto di difendersi con il suo tricolore stracciato.  Allora il Santo cambiò espressione, abbozzò una sorta di benedizione, e poi si allontanò dalla Piazza, tornando sui suoi passi.

Anche gli scheletri allora ripresero la vita del Gianicolo, poi d’un tratto lo scheletro con la bandiera si fermò, si guardò indietro.  Il corteo degli scheletri invertì la marcia, salì il piccolo pendio di Montecitorio ed entrò nei locali della Camera senza che nessuno osasse fermarli.

C’era ancora qualcosa da fare.

Renditi utile

“Renditi utile!”

Il giorno che decise di ascoltate sua madre, Giuseppe detto Peppuzzo da sua nonna come a Peppuzz’ mio e Gianluca da tutti gli altri si svegliò in ritardo.

Certe cose si fanno di prima mattina, gli aveva detto zio Alfio il giorno prima, quando gli aveva consegnato i tre doni della morte, come li aveva chiamati lui, forse perché la settimana prima aveva accompagnato suo nipote che si chiamava Gesualfo come lui al multisala a vedere Harrypottèr.  A Castelmonte Cozzuto zio Alfio era uno importante, ma pure gli piaceva il cinema, e questo lo sapevano tutti per via dei poster che teneva in soggiorno, con le cornici dorate come i quadri con la Madonna e Padre Pio.

Ma Gianluca erano anni che non si svegliava presto di mattina.  Un giorno aveva letto sul giornale che in Italia ci sono moltissimi giovani che stanno a casa senza fare nulla, non studiano, non lavorano e non cercano nemmeno un lavoro. Gianluca  dentro di sé sapeva di essere uno di questi giovani, ma a tutti diceva che era studente universitario fuoricorso, e teoricamente era pure vero.  Dopo la maturità se ne era andato al nord, a studiare architettura a Ferrara, che sapeva che c’erano stati altri Cozzutegliesi, e si erano trovati bene e poi se c’è qualcun altro del Paese vedrai che se hai bisogno ti danno una mano.  Solo che a Ferrara Giuseppe tutto aveva fatto, tranne che studiare, e le feste, e le ragazze, e la Maria, che non era una ragazza ma lui ci si trovava bene lo stesso.

Così quando papà era morto e soldi non ce n’erano più, Gianluca se ne dovette tornare a Castelmonte.

Due giorni prima Gianluca aveva deciso di rassegnarsi al suo destino, ormai di alternative ne aveva poche, e quelle poche non gli piacevano, o forse non riusciva più a sopportare le insistenze di sua madre.

“E renditi utile!”

Dire che stava preparando un esame ormai non funzionava più, di trovarsi un lavoro di fatica non aveva voglia, e poi mica ce n’erano, e uno che a Castelmonte tutti chiamavano architetto mica poteva andare a fare il commesso o il cameriere. Così se n’era andato da mammà e gli aveva detto che sì, aveva deciso di rendersi utile, e lo sapeva che sua madre avrebbe capito, che aveva deciso di fare quello che andava fatto.

Gianluca sapeva che a Castelmonte c’era un codice d’onore più importante delle leggi, puoi avere studiato, essere andato ad Amsterdam e avere due profili su facebook, ma sei appartieni a una famiglia onorata a certe regole non puoi scappare.

Gianluca fino a poco tempo prima credeva di sì, ma i suoi due fratelli maggiori erano già sposati con figli, e ora quel fetuso di suo cugino Vincenzo si era fidanzato ufficialmente in casa, ed era già come se teneva famiglia, anche perché la gente a Castelmonte diceva che si sposavano presto perché la fidanzata aspettava un bambino, e sennò come mai aveva deciso di sposare un cretino brutto e chiattone come Vincenzo?

Se ti chiami Castrocaro a Ferrara, a Catanzaro o a Vibo non vuole dire niente, ma se ti chiami Castrocaro e vivi a Castelmonte Cozzuto, sei maschio e non tieni famiglia, tieni un dovere cui non puoi scappare.

“Renditi utile!”

gli ripeteva sempre sua madre, e da quando suo cugino Vincenzo si era fidanzato Gianluca lo sapeva che ora toccava a lui.

Fu così che quel giorno di settembre che faceva caldo e che se avevi voglia di farti due ore in macchina potevi andare a fare il bagno al mare in un posto che neanche ai Caraibi, Gianluca attraversò la piazza, e con sé aveva i tre doni della morte, come li aveva chiamati zio Alfio. Nel taschino aveva la foto di Giuseppe Caglione che tutti chiamavano Pino e che aveva due anni più di lui, e come lui non teneva famiglia e nun faceva u’ cazz’.  Se avesse potuto scegliere lui non avrebbe scelto Pino, ma le regole erano regole, la famiglia è la famiglia, e zio Alfio aveva deciso che toccava a Pino.

“Sono un coglione”

pensò Gianluca prima di sparare, e la pistola che aveva in mano era il secondo dono della morte, ed erano anni che nessuno sparava, che la faida tra i Castrocaro e i Caglione non faceva morti, perchè ognuno teneva una scusa per non rendersi utile, o la famiglia, o il lavoro o perchè studiava lontano, e per questo adesso Gianluca pensava di essere un coglione, e tutti a Castelmonte pensavano la stessa cosa.

Il terzo dono della morte era il biglietto da visita un po’ stropicciato dell’avvocato di fiducia di tutti i Castrocaro, e quando Gianluca disse il suo nome ai Carabinieri che lo avevano portato in Caserma notò, solo allora, che si chiamava Giuseppe anche lui.

Il racconto si ispira alla vicenda, un po’ romanzata,  di Giuseppe Castrocaro, già condannato in primo grado per l’omicidio di Giuseppe Cagliore; come le successive indagini hanno evidenziato e ci sembra giusto sottolineare per il buon nome della cittadina, a Castelmonte Cozzuto, noto per la famosa processione dell’Affruntata di San Gesualfo, non c’è mai stata alcuna faida famigliare, e la stessa arma del delitto venne in realtà consegnata al nipote da Gesualfo Castrocaro solo perché la custodisse evitando che finisse nella mano dei nipoti di Gesualfo a cui il nonno faceva da babysitter.