Klimt in corridoio – 3 –

attersee_1900(continuazione di Klimt in corridoio 2)

Anche prima che Hitomi Saganaki avesse salito le scale, bussato leggermente alla porta e oltrepassato veloce la porta del suo appartamento, Yusuke aveva subito capito che la persona che aveva suonato tre volte il campanello era lei. Ciò nonostante, quando la porta si aprì la riconobbe a stento. Quella ragazza magra con l’impermeabile trasparente, l’abito corto verde e gli stivali sopra il ginocchio era molto diversa dalla sua compagna di classe quattordicenne di tanti anni prima.

“Ben ritrovato Yusuke Motomaro” gli sorrise lei, e poi, quasi a togliergli l’imbarazzo “Ho saputo che stavi cercando Hitomi Saganaki, così ho deciso di trovarti io”. Yusuke le rispose, quasi come una bugia di cortesia, che l’aveva subito riconosciuta, e Hitomi non disse nulla, ma lo pregò di aiutarla a togliere l’impermeabile, che era tutto bagnato perché fuori pioveva. Yusuke la fece entrare e accomodare nella zona giorno, poi le propose di preparare una hotto chokoreeto. Hitomi sorrise delicatamente, e fece un cenno di assenso. Si era seduta sul divano tenendo le gambe strette, e le mani sulle gambe. Gli stivali alti nascondevano i segni del terribile incidente di cui gli avevano parlato il padre di Hitomi e Akihiko. Yusuke le voltò le spalle, prese un pentolino dalla credenza, vi versò il latte, e attese che bollisse per aggiungervi la bustina di cioccolata che conservava in dispensa da mesi, dopo averla comprata senza sapere nemmeno lui bene il perché. Mentre aspettava, Hitomi si mise ad osservare le foto formato gigante che erano disperse sul divano e sul tavolino. Erano tutte foto dei cervi di Nara.

In quel periodo il lavoro di Yusuke alla casa editrice consisteva nel selezionare le illustrazioni per una collana di calendari e diari dedicati ai cervi del parco di Nara. La selezione preliminare avveniva al computer, però nel momento della scelta finale delle foto da pubblicare era utile stamparle in formato A4. Yusuke, come ogni anno, selezionava per sé le immagini più strane, le meno adatte a venire inserite in un diario o in un calendario, e se le portava a casa. Quest’anno la sua collezione personale comprendeva varie immagini di cervi intenti a gesti impropri come divorare una piantina del giardino di un tempio, accoppiarsi tra loro di fronte a un torii, o defecare davanti a una scolaresca.

Quando, dopo avere terminato di preparare la cioccolata,Yusuke appoggiò sul tavolino di fronte al divano le due tazze fumanti, Hitomi gli fece i complimenti per le fotografie; Yusuke le spiegò che non era lui l’autore e la ragione per cui le aveva portate a casa, ma prima che finisse di raccontare Hitomi gli porse un cd nella sua custodia trasparente. “Ci sono tante canzoni di quando eravamo tutti e due alla scuola di Fukuoka” gli spiegò; Yusuke la ringraziò con un gesto del capo e inserì subito il cd nel lettore.  “Avrei voluto portarti la mia musicassetta , ma non sapevo se possedevi un registratore” aggiunse Hitomi, mentre nella stanza si diffondeva la melodia di Karma Chameleon dei Culture Club. Poi si scostò la frangia, si tolse gli occhiali e li posò sul tavolino e guardando Yusuke negli occhi gli disse: “Yusuke, negli ultimi tempi tu mi hai cercato tanto ma noi due ci eravamo già rivisti”.

Era il primo anno dell’università dopo il suo ritorno in Giappone, dopo,  una sera Hitomi era andata con le amiche in una discoteca nel quartiere dove spesso andavano gli studenti universitari. Il locale notturno si trovava nel seminterrato, era piccolo e molto buio. Era lì che nel buio aveva notato Yusuke, lo aveva riconosciuto, e senza dire una parola aveva iniziato a ballare vicino a lui. Mentre ascoltava il fluire delle sue parole Yusuke ebbe l’intuizione di capire quando era accaduto l’episodio che Hitomi stava raccontando. Non era un grande frequentatore di discoteche, ma quella sera di quello che per lui er l’ultimo anno si era lasciato convincere dai suoi amici e da Serge, un ragazzo francese che si trovava nella loro università per perfezionare il proprio scarso giapponese. Al termine del suo soggiorno a Tokyo, il giapponese di Serge era rimasto pessimo, ma aveva portato uno spirito di libertà e indipendenza nel gruppo di studenti locali con cui era entrato in contatto. Yusuke si ricordava ancora bene di quella ragazza che nell’oscurità gli si era avvicinata, e senza dire una parola aveva cominciato a ballargli vicino in modo tanto sensuale che il suo pene gli si era irrigidito. La ragazza gli ballava intorno e il suo corpo si muoveva seguendo un’onda e trasmettendogli un’incredibile energia sensuale; aveva bevuto due birre Asahi, ed erano passati più di dieci anni, adesso non ricordava più per quanto tempo i loro due corpi si erano mossi insieme, estremamente vicini ma senza toccarsi. Ricordava invece lucidamente che il giorno dopo, appena uscito dal dormitorio aveva incontrato tre ragazze sedute sui gradini dell’ingresso che credeva di non conoscere ma che lo salutarono; Yusuke rispose al saluto, e pensò che forse era di loro la ragazza che gli aveva danzato intorno, ma nel dubbio non si fermò e non chiese loro se la sera prima erano andate anche loro in discoteca; c’era dentro di lui l’imbarazzo per la grande intimità di quella sera prima, era come se Yusuke e la misteriosa ragazza avessero fatto l’amore, senza nemmeno essersi presentati, avere parlato o essersi toccati. Nei giorni successivi aveva provato a lungo a riconoscere in una delle studentesse dell’università il volto di quella ragazza che la sera prima aveva ballato con lui, di quella ragazza che aveva quasi fatto l’amore con lui senza nemmeno sfiorarsi, ma non era nemmeno certo del suo volto, e credeva di riconoscerla e di non riconoscerla in ogni ragazza che incontrava.

Perché non mi hai detto che eri tu?” gli chiese Yusuke. “Perché non era ancora il momento di ritrovarsi” gli rispose Hitomi “…perché avevo capito che non mi avevi riconosciuto, e in un certo senso mi ero sentita respinta ancora una volta. In più. come forse hai già saputo, nelle isole Hawaii mi è successa una brutta cosa, e a quel tempo non mi sentivo a mio agio con il mio corpo”. Yusuke gli accennò che era vero, che aveva saputo qualcosa, e Hitomi capì la sua difficoltà nel toccare l’argomento. Gli sorrise, e gli spiegò che già durante l’università le era stato chiesto più volte di raccontare la sua esperienza; un giornalista che aveva il fratello all’università l’aveva intervistata da un settimanale e da quel momento il suo lavoro era diventato raccontare la storia del suo incontro con lo squalo (Hitomi lo chiamava così). Era stata intervistata anche per alcuni documentari di un canale nazionale e di alcuni canali televisivi americani specializzati in servizi su natura e animali. Ogni volta il suo compenso era stato più alto, perché il suo racconto era particolare, perché era una ragazza dall’aspetto gradevole e perché era sopravissuta. “A tutti piacciono le storie con un lieto fine” gli sorrise; Yusuke ricambiò il sorriso, ma subito dopo non potè evitare che il suo sguardo si ponesse sulle gambe di Hitomi. “Lo so cosa ti domandi, se lo chiedono tutti… dal ginocchio in giù, una delle due gambe non è più mia, ma non chiedermi quale, non chiedermelo mai, Yusuke, è una delle due uniche cose che ti chiederò di rispettare.  L’incontro con quell’essere ha cambiato per sempre la mia vita, ho deciso di tenere per me stessa come me l’ha cambiata, così come  da anni invece racconto anche agli sconosciuti cosa accadde. Tu sei molto educato a non chiedere nulla, ma so che, come tutti vuoi, vuoi sapere, e non voglio dirti di no.  Ho raccontato molte volte questa storia, la storia di un mattino come altri, era una bellissima giornata di sole quando mi recai alla baia di Pohoiki per esercitarmi con il mio maestro, un ex surfista professionista originario di San Diego, che che mi aveva preso con sé perché diceva di vedere in me un grande potenziale.  Era un uomo alto un po’ sovrappeso con i capelli lunghi e la barba selvatica, che ormai stava diventando più grigia  che bionda.  Con noi c’era anche mia sorella Masumi. Il mare era splendido, ricordo di avere surfato un po’, e poi di essermi allontanata dalla riva alla ricerca dell’onda perfetta, che è il miraggio di ogni surfista.  L’onda la vidi solo arrivare. Dei momenti successivi ho solo ricordi confusi: un colpo sordo alla tavola, qualcosa che la fa ribaltare e mi fa cadere in acqua, un’ombra grigia, una gigantesca ombra grigia che mi sfila di fianco, il mare rosso sangue, io che cerco di nuotare verso la riva, una mano forte che mi prende e mi porta con sé, la sirena dell’ambulanza, le grida disperata della mia compagna di allenamento, le luci della sala operatoria, una notte interminabile e, alla fine, i volti della mia famiglia in un letto d’ospedale; e nel finale ci sono io che vengo portata fuori dall’ospedale su una sedia a rotelle, con in mano la mia maglietta insanguinata.   Ecco, dal momento in cui pagaiavo con le mani a cavalcioni sulla mia tavola da surf in un paradiso apparente, fino a quando sono tornata a casa su una sedia a rotelle, sono solo frammenti di ricordi.  Dicono che  sia la nostra mente a farci dimenticare le sofferenze peggiori, e penso sia quello che sia accaduto anche a me.  Tutti, dopo, hanno detto che sono stata attaccata da uno squalo molto grande, probabilmente hanno ragione, ma se tu lo chiedessi a me non avrei potuto risponderti che cosa mi avesse aggredito”.

Yusuke le disse che era molto dispiaciuto per quello che le era successo.  Hitomi lo ringraziò, e poi gli si avvicinò, tanto che le loro gambe si sfiorarono fin quasi a  toccarsi. “Sono molto felice di averti ritrovato, tu non lo sai ma per me sei stato molto importante.  Quando eravamo compagni di scuola tu riservavi le tue attenzioni a un’altra persona, e forse per questo non hai mai capito che io ero disperatamente e totalmente innnamorata di te. Disegnavo mille volte sul mio diario gli ideogrammi che compongono il tuo nome, scrivendolo ogni volta con un diverso significato; naturalmente conoscevo bene gli ideogrammi che utilizzavi tu per scriverlo, ma mi piaceva cambiarli, e scrivere il tuo nome in cento modi diversi, uno per ogni modo in cui ti amavo.  Lo sai, a quel tempo ero un ragazzina, ma l’amore che provavo per te mi ha portato a non dimenticarti mai, e a riconoscerti subito quella sera all’università, anche perché una parte di me, nel più profondo del mio animo, sperava che ritornando in Giappone ti avrei ritrovato”. “Mi dispiace di non averti stretto la mano, quel giorno, durante l’Hakata Gion Yamakasa” le disse Yusuke “se ti cercavo era proprio perché penso di dovere rimediare a quell’errore”. Hitomi gli sorrise, ma abbassò subito di nuovo lo sguardo. “Ora io sono qui, nel tuo appartamento; sono qui per te, ma non potrò restare per sempre.  Ho un gatto a cui sono molto legata e, vedi, non so se mio marito e mio figlio capiscono quando è il momento di dargli da mangiare.  Se tu lo vuoi, posso restare ancora un’ora con te, ma potrebbe essere l’ultima volta.  E non so se sarà bello, la prima volta di due amanti non è mai bella, sopratutto quando il loro amore è molto forte e intenso”. Yusuke fu colpito dalla parola che Hitomi aveva usato, ma non disse nulla. “Però ti voglio proporre un patto” continuò Hitomi “lasciami andare, fammi tornare dal mio gatto, da mio figlio e da mio marito, ma ascolta bene quello che ti sto per dire, e la prossima volta non sarà per una o due ore, ma sarà qualcosa di più”. Yusuke la ascoltò, in silenzio, ammirando l’eleganza dei suoi lineamenti e la strana linea delle sue sopracciglia.  Poi, quando lei ebbe finito, la accompagnò alla porta e, quando Hitomi aveva già indossato di nuovo l’impermeabile trasparente, le prese la mano e gliela strinse.  Hitomi gli baciò le labbra nel tempo di un sospiro, poi uscì.

Yusuke passò il resto della settimana a ripensare a quello che era successo, e alle istruzioni di Hitomi.  Ogni minuto in cui lei era rimasta nel suo appartamento, e ogni parola che Hitomi aveva pronunciato, gli erano profondamente scolpiti nella memoria, e rimbalzavano nelle pareti della sua mente.  Avrebbe voluto cercarla, correre da lei ovunque fosse, e con chiunque stesse in quel momento, ma era più forte l’impegno a rispettare il loro accordo.

Poi fu di nuovo domenica; Yusuke la attese nel corridoio, come Hitomi gli aveva chiesto. Le tapparelle delle finestre erano completamente chiuse e anche se era pomeriggio dall’appartamento era stata esclusa ogni fonte di luce naturale. Lei suonò tre volte il campanello, poi entrò senza dire una parola.  Era vestita come la domenica precedente: gli stessi stivali alti, lo stesso vestito, lo stesso impermeabile trasparente anche se fuori c’era il sole.  Sul pavimento e appese alle pareti del corridoio erano sparpagliate le foto venute male del servizio sui cervi di Nara. Il lettore cd diffondeva nell’appartamento le note di Through the barricades degli Spandau Ballet.  Hitomi riconobbe la canzone, ne ripetè il titolo senza emettere alcun suono, e poi gli disse: “ora ti porterò dove vanno i gatti quando li cerchi e non riesci a trovarli”. Yusuke allora spense l’unica luce che era rimasta accesa. Il buio completo si abbassò su loro due. Era come se avessero chiuso gli occhi, anche se non lo avevano fatto. Hitomi pronunciò il suo nome, e Yusuke fece lo stesso, ripetendolo mentre lo immaginava ogni volta scritto con kanji differenti. Sembrava quasi che la sua immaginazione si materializzasse davanti a lui, era quasi come se le diverse combinazioni degli ideogrammi del nome Hitomi  gli volteggiassero davanti, luminose nel buio. Chissà se succedeva lo stesso anche a Hitomi. Fu un istante e si ritrovarono come circondati da pareti trasparenti, poi fu improvvisamente buio e poi pian piano i loro occhi si adattarono alla penombra; Yusuke sentì che i suoi piedi non toccavano più il pavimento del suo appartamento, ma dell’erba umida; mentre la penombra divenne luce di un tramonto intravide attorno a sé le sagome dei cervi di Nara che passeggiavano intorno, in un paesaggio che ricordava un giardino ornamentale; eppure sentiva ancora la musica degli Spandau Ballet in sottofondo.  Allungò le mani fino a toccare le dita di Hitomi; le strinse le mani e lei strinse le sue. Si baciarono, Yusuke la spogliò con dolcezza; Hitomi infine abbassò la chiusura lampo YKK degli stivali, e se li tolse.  Non aveva alcun segno del morso dello squalo, erano le sue gambe, erano le sue bellissime gambe. Hitomi notò il suo stupore, lo invitò con lo sguardo a guardarsi intorno, e non ebbe bisogno di spiegarli che in quel luogo il passato e il futuro non avevano senso.  La settimana prima aveva proposto a Yusuke di seguirla in quel luogo, perché lì non avrebbero avuto per loro un’ora, due ore, o un’intera giornata; in quel luogo avrebbero potuto rimanere tutto il tempo che avrebbero voluto, anche per sempre, perché in quel luogo il tempo era come se non esistesse.  In quel luogo Hitomi non avrebbe tradito suo marito, perché quello che succedeva in quel luogo succedeva solo tra loro.  Ma succedeva, e stava succedendo veramente, non in un sogno, ma in un angolo della realtà. Ed era profodamente reale l’abbraccio dei corpi di Yusuke e Hitomi, il suo pene che entrava dentro di lei, il piacere di entrambi, il giacere distesi sull’erba umida stringendosi forte la mano, per un tempo senza tempo. Lo stereo trasmetteva le note della canzone The world we love in della cantante italiana Mina.

Walls seem to disappear
the room is filled with willows.
Heaven is, oh, so near
the blissy clouds of pillows.

Klimt in corridoio – 2 –

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(continuazione di Klimt in corridoio)

La signora Saganaki fece accomodare Yusuke nel salone della loro casa hawaiana dai muri di intonaco bianco, che all’interno era arredata secondo lo stile giapponese tradizionale, e dopo avere fatto scorrere una shoji lo fece accomodare sul tatami, davanti al tavolo da the.  Dalla grande vetrata si vedeva la baia di Hilo, la barriera contro le onde e la placida distesa del mare Pacifico.

Il padre di Hitomi, il signor Saganaki ormai era quasi cieco, e aveva smesso di lavorare come giardiniere; sbrigava soltanto dei lavori su commissione per privati che ne conoscevano la fama di migliore giardiniere giapponese delle isole Hawaii che si era guadagnato lavorando per diciotto anni nei migliori giardini dell’arcipelago.  La sua precisione e il suo impegno gli avevano portato ottimi guadagni, e ora aveva potuto smettere di lavorare  e poteva trascorrere una vecchiaia agiata.  Dopo avergli raccontato della sua nuova vita, e avere rivolto a Yusuke molte domande sulla patria lontana, il sig. Saganaki all’improvviso rimase in silenzio.  Si versò con calma del the e ne versò a Yusuke, poi lo guardò, o almeno sembrò guardarlo come se avesse riacquistato la vista, e poi parlò.

“Mia figlia Hitomi è morta”.

Le parole del signor Saganaki raggelarono Yusuke.  La signora Saganaki uscì discretamente dalla stanza mentre il sig. Saganaki continuava a parlare. “Ho dovuto portare via quell’arbusto di satzuki dal giardino Korakuen per salvare mia figlia maggiore Masumi, era l’unico modo per salvarla.  Era in coma da sei mesi, e i medici non sapevano cosa fare, ma io lo avevo capito.  Dovevo sciogliere l’equilibrio del mondo, e per farlo dovevo interrompere l’equilibrio perfetto del giardino Korakuen, e creare un momento di disequilibrio, durante il quale Masumi poteva risvegliarsi.  E una volta che il mondo sarebbe tornato in equilibrio, non avrebbero potuto riprendersela.  E così è successo.  Anche se purtroppo, salvando Masumi ho determinato la catena di eventi che mi ha fatto perdere Hitomi. Vivendo alle isole Hawaii ho imparato a conoscere come ragionano gli europei; se hanno un monumento storico, a differenza nostra loro ne conservano la struttura originale e la restaurano, mentre come sai noi abbattiamo i nostri monumenti per poi ricostruirli.  Non è quello che facciamo?  Demoliamo e ricostruiamo dalle fondamenta. Ma non sempre è possibile”.

Trovare la famiglia di Hitomi per Yusuke non era stato facile; aveva provato ad avere informazioni dalla segreteria della loro scuola di Fukuoka, ma gli avevano risposto che non potevano fornirgli informazioni di quel tipo, aveva persino pensato di rivolgersi a un’agenzia di investigazioni, ma alla fine aveva lasciato perdere, perché quelli erano i mesi in cui nel suo posto di lavoro doveva dare il massimo. Tornò a pensare a Hitomi solo a gennaio, e allora ebbe l’idea di telefonare a Akihiko Nagakawa, l’unico compagno di classe della prima superiore con cui fosse ancora in contatto, perché aveva frequentato la sua stessa università.  Akihiko era uno sportivo, ed era stato il capitano della squadra di baseball della scuola superiore. Akihiko adesso lavorava all’ufficio pubbliche relazioni di Tokyo di una famosa casa automobilistica, per cui curava la comunicazione del suo prestigioso marchio di lusso; si diedero appuntamento a un caffé di una catena in stile americano della zona di Shinjuku. Ordinarono entrambi due frappè al gusto di caffé e caramello che gli vennero serviti in grandi bicchieri di carta con il logo della catena che imitava male il logo di Starbucks, mentre lo stereo del locale trasmetteva Save a prayer dei Duran Duran nella versione live del 2005.

Yusuke, dopo avere parlato dei vecchi tempi, gli chiese se sapeva se Hitomi fosse davvero andata a vivere nelle Hawaii. Akihiko gli rispose di sì.

“Non ricordi che un anno arrivò una cartolina da Hitomi, dalle Hawaii? Fu l’anno successivo a quello in cui partirono”.

Cercare un giardiniere professionista di giardini zen a Kyoto o Yokohama sarebbe stata un’impresa impossibile, ma trovarlo nelle isole Hawaii non fu così difficile.  In fondo non c’erano molti giardinieri giapponesi nell’arcipelago americano, e il signor Saganaki inoltre era ben conosciuto, e a Yusuke non fu impossibile recuperare anche il suo indirizzo di casa.

Alla fine però si era ritrovato fuori dalla casa americana della famiglia Saganaki, con un profondo gelo dentro, il riflesso delle parole del padre di Hitomi, assieme ai dubbi che gli erano rimasti, e ai misteri che le parole del signor Saganaki gli avevano incastrato nella mente.

Yusuke aveva prenotato l’albergo per alcuni giorni, e allora decise di rimanere nelle Hawaii, affittò un’automobile e girò a lungo per le isole, provando a cercare il luogo in cui Hitomi era morta in quel terribile incidente di cui gli aveva accennato suo padre.   La sera dell’ultimo giorno tornò all’hotel piuttosto tardi, e dopo cena non riuscì a prendere sonno, pur essendo fisicamente molto stanco.

Si rivestì e scese nella hall, il bar era ancora aperto ed era quella la sua destinazione, ma arrivato davanti alla reception della reception fu colpito da una ragazza orientale dietro il bancone,  che rispose al suo sorriso. Aveva una bellezza molto morbida, con dei lunghi bellissimi capelli e un neo sulla  guancia sinistra e che portava con straordinaria eleganza la divisa dell’hotel.  Fu naturale per Yusuke avvicinarsi e parlarle in giapponese.  La ragazza, che si chiamava Jin, gli rispose con il modo di parlare di chi è nato all’estero.  I suoi genitori erano emigrati negli Stati Uniti, in California, quando lei ancora non era nata.

Jin gli raccontò che quando si sentiva triste o voleva stare da sola andava al giardino giapponese della città di Hilo, e in particolare cercava una pianta in particolare, un grande arbusto di Satzuki con il quale le piaceva immaginare di avere un dialogo.  Gli parlò a lungo del giardino, gli disse che possedeva una meravigliosa armonia, specie quando non c’erano altre persone a camminare nei vialetti di ciottoli.

Yusuke la ascoltava, ma osservava anche le sue forme.  Era una ragazza carina anche se un po’ grassotella.  Era elegante nella divisa dell’albergo, la camicetta bianca, la gonna stretta, la giacca con il logo della catena dell’hotele e le scarpe con il tacco a spillo che le slanciavano un poco la figura. Jin si accorse che lui la stava guardando, e smise di parlare.

Gli sorrise e gli disse che alle 2 del mattino aveva un’ora di pausa; non disse altro.  Aveva uno spudoratezza che una ragazza nata e vissuta in Giappone non avrebbe avuto.

“Oggi non riesco bene a dormire” gli rispose Yusuke, un po’ arrossendo “Potrei aspettare nel bar dell’hotel”.

“Il bar chiude prima, magari vado a prendere qualcosa e te lo porto in camera, che ne dici?   Mi farebbe piacere continuare a parlare in giapponese, non ne ho spesso l’occasione”.

Yusuke era un po’ in imbarazzo.  “Ti ringrazio, ma sinceramente non vorrei metterti in difficoltà con l’albergo.  Sta bene che un’impiegata dell’hotel socializzi con gli ospiti?”.

“In questo hotel” gli rispose lei “la Direzione ritiene utile da un punto di vista commerciale che gli impiegati  siano amichevoli e disponibili con gli ospiti.  In ogni senso.  Dicono che fidelizzi la  clientela.  Ricordati che siamo in America, compatriota!”.

Yusuke andò un po’ al bar, dove ordinò un Apple Martini, mentre l’impianto stereo trasmetteva Underneath e altre canzoni recenti di Alanis Morisette. Poi risalì in camera, aspettando le due.  Alle due non arrivò nessuno, alle due e venti nemmeno, e Yusuke iniziò a spogliarsi per rimettersi a letto.  Dopo sette minuti esatti sentì bussare piano; era Jin, che entrò veloce nella camera, scusandosi per il ritardo, dovuto a un problema con una famiglia di Chicago.

“Mi dispiace” gli disse lei senza guardarlo negli occhi “avrei voluto fare un po’ di formalità, ma abbiamo poco tempo”.

Non attese la risposta, ma cominciò a spogliarsi togliendosi la giacca, poi facendo scendere la gonna stretta.

“Vuoi che tenga le scarpe?” gli chiese mentre si sbottonava la camicetta bianca, come farebbe una ragazza con molta esperienza con gli uomini.

Yusuke fece di no con il capo, poi gli chiese se avesse portato da bere. Lei si scusò, ma sena chiedergli nulla andò al minibar, e buttò sul letto una collezione di bottigliette mignon.  “Bevi tu, se vuoi” gli sorrise, e mentre Jin si infilò nel letto accanto a lui, Yusuke si accorse che prima di venire da lui aveva già bevuto qualcosa.

Yusuke prese una delle bottigliette, un versione ridotta della bottiglia di whisky Johnny Walker, e ne inghiottì velocemente il contenuto; Jin lo osservava sotto le lenzuola, tenendosi la testa con la mano.  Yusuke fece per baciarla, ma lei si girò dall’altra parte.  Aveva ancora la biancheria intima di pizzo addosso.  Yusuke la abbracciò, e iniziò ad accarezzarle i capelli, senza fare altro, e senza che lei facesse o dicesse nulla. Sentiva in lei come una specie di rigidità, o forse era il riflesso della sua.  Sapeva che il tempo passava, e che tra poco lei si sarebbe dovuta rimettere la camicetta, la gonna stretta e la giacca con il logo della catena dell’hotel e tornare alla reception per continuare il turno di notte.  Ma non riusciva a fare altro.

Lei voltò il viso verso di lui, e gli chiese “E’ molto tempo che non lo fai?  O magari stai pensando a un’altra donna, adesso?” e poi aggiunse con uno sguardo malizioso “o forse dovevo tenere le scarpe  con il tacco?”. Sedurre una receptionist è il sogno segreto di tutti gli uomini che frequentano spesso gli alberghi d’affari.  Yusuke però non era uno di quegli uomini.

Uno di quegli uomini le avrebbe tolto le mutandine, l’avrebbe presa con irruenza, e in fondo sembrava che fosse quello che Jin si aspettava.  Yusuke aveva però il dubbio che fosse anche quello che la ragazza veramente voleva.

“Magari sei tu che adesso stai pensando a un altro uomo, mentre sei qui con me” gli disse Yusuke.  Sentì come se la rigidità di Jin si fosse un poco sciolta, ma solo un po’.  Le baciò la nuca, il collo scostandole i capelli, poi la guancia; le sganciò il gancetto del reggiseno e le baciò la schiena, ma non volle fare altro.  Lei non disse nulla, lo lasciò fare come lo avrebbe lasciato fare se Yusuke avesse fatto di più.

Quandole lancette dell’orologio Ikea appeso accanto alla porta segnavano le 2:54, Jin si alzò, si rimise la camicetta, la gonna stretta e la giacca con il logo della catena dell’hotel, lo guardò, questa volta senza sorrisi, e prima di salutarlo gli disse “Sono stata bene con te, è stato piacevole come quando passeggio nel giardino di cui ti ho parlato nella hall”.

Quando Jin uscì dalla stanza, a Yusuke rimase il ricordo del suo odore e di queste ultime parole.

Il giorno successivo, come prima cosa, Yusuke prese la sua auto a noleggio e si recò nel giardino zen della città di Hilo di cui gli aveva parlato Jin.  Era davvero molto bello, sembrava che l’impronta del sig. Saganaki impregnasse ancora le aiuole e le composizioni in pietra.  Trovò presto la pianta di Satzuki, era come se il giardino disegnasse una mappa che portava inevitabilmente in quel punto chi la sapesse leggere.  Era lì da solo, era mattina di un giorno feriale e non c’erano molte persone in giro.  Chissà se quell’arbusto era lo stesso che il padre di Hitomi Saganaki aveva sottratto dal giardino Korakuen per salvare l’altra sua figlia Masumi, o se era un altro.  Notò però che era nel periodo in cui la pianta dava i suoi frutti, le capsule marroni che contengono tanti semi, uno solo dei quali destinato a far nascere una nuova pianta, come insegnano i maestri giardinieri.  Se ne nascono due, dicono che porti somma sventura.

Notò anche una scritta in ideogrammi, composta da fiori di differenti colori, nel prato lì accanto.  Non era facile capire cosa ci fosse scritto esattamente, Yusuke pensò di vedere gl ideogrammi di seminare, ragazza, tornare e futuro.

“Seminalo, e lei tornerà”.

Era questo che c’era scritto?  Yusuke colse uno dei piccoli frutti, lo avvolse in un fazzoletto di carta, e se lo infilò nella tasca della giacca. Poi riguardò la scritta, ma non riuscì più a vedere bene gli ideogrammi come prima, ora sembravano solo macchie casuali di colore.

Non era più importante, comunque, Yusuke aveva in ogni caso deciso di portare con sé il frutto con i semi della pianta di satzuki, e quando fu di nuovo a casa sua a Tokyo, aprì la valigia e il frutto era ancora lì, avvolto in un fazzolettino.

Yusuke prese un bicchiere, lo riempì d’acqua, vi aggiunse un poco di zucchero, e vi mise uno dei semi.  Poi ripetè l’operazione con tutti i bicchieri che aveva.

Yusuke nei giorni successivi riprese la vita di sempre, il lavoro nella casa editrice e le sue piccole abitudini.  Adesso però non aveva nemmeno più paura di salire sulla metropolitana.

Un giorno Yusuke ricevette una telefonata da Akihiko, il capitano della squadra di baseball. “Hitomi Saganaki è viva“.

Hitomi non era morta, ma aveva subito un drammatico incidente; una volta arrivata con la sua famiglia nella Hawaii, e anche grazie ai soldi guadagnati dal padre, aveva cominciato a praticare il surf, prima come semplice hobby poi come uno sport che era quasi diventato una ragione di vita; d’altro canto l’impegno che richiedevano le scuole americane era molto inferiore a quello richiesto dalle scuole giapponesi, e Hitomi aveva molto tempo libero; Hitomi così era divenuta una giovane promessa del surf; un mattino quando ancora era molto giovane, uscendo insieme al suo istruttore per una prova di addestramento in vista del campionato statale, la sua tavola era stata attaccata da uno squalo e Hitomi si era salvata solo grazie alla freddezza del suo istruttore; ma lo squalo aveva portato con sé una delle sue gambe.  Dopo questi fatti Hitomi era tornata in Giappone.

Quando Akihiko ebbe finito il suo racconto, Yusuke avrebbe voluto tornare nel salotto in stile tradizionale della casa della famiglia Saganaki nelle isole Hawaii, perché aveva molte domande per il padre di Hitomi, ma il biglietto per le Hawaii era molto costoso, e ora Yusuke voleva soltanto pensare a ritrovare lei.

“Come hai fatto a scoprire che Hitomi è viva?” chiese Yusuke ad Akihiko, mentre nel locale si sentiva la musica di Hungry like a wolf; evidentemente uno dei camerieri aveva acquistato l’album live dei Duran Duran del 2005.

“Dopo che sei tornato dalle Hawaii ho cercato su internet la notizia di una ragazza giapponese vittima di attacchi di squali; gli attacchi di squali a esseri umani non sono poi molti, e non ho fatto difficoltà a trovare ben tre articoli che ne parlavano, e in cui si diceva che era sopravvissuta, pur avendo perso una gamba.  Da uno degli articoli si capiva che dopo l’incidente era  tornata in Giappone, e allora ho ricontattato tutte le compagne di classe delle superiori che sono riuscito a ritrovare. Purtroppo sono riuscito solo ad avere la conferma che Hitomi Saganaki era tornata, ma nulla di più, a parte che si era iscritta alla Rikkyo University”.

Era la stessa università cui era iscritto Yusuke, ma chissà a quale facoltà era iscritta, chissà se negli stessi anni in cui l’aveva frequentata lui.  Chissà se si erano magari sfiorati senza incontrarsi.

Yusuke apprezzava l’impegno di Akihiko nell’aiutarlo a ritrovare Hitomi.  D’altro canto era nel carattere di Akihiko, che era la classica persona che si fa in quattro ad aiutare gli amici, anche se lo faceva a modo suo.  Yusuke ricordava bene quell’episodio in cui un loro compagno di scuola, che a quel tempo era un amico inseparabile di Akihiko, gli aveva chiesto di aiutarlo a conoscere una ragazza di un’altra classe, compito cui Akihiko si era dedicato con ardore, salvo poi fidanzarsi con lei, che poi era diventata sua moglie.

Nel suo caso però l’impegno disinteressato di Akihiko sembrava essere stato inutile, aveva recuperato molte notizie di Hitomi, ma nulla che gli permettesse di rivederla, anche se ora sapeva che Hitomi adesso era in Giappone e che in passato per un certo periodo aveva frequentato la sua stessa università.

Tornato a casa, Yusuke andò a guardare il vasetto rosa in cui aveva piantato l’unico germoglio che era nato dai sette semi di Satsuzki. Fino a quella sera dalla terra non era uscito ancora nulla, anche se lo aveva bagnato regolarmente,

Quella sera però gli parve che la piccola, minuscola, giovane piantina verde stesse per uscire fuori dal terreno.

Il giorno successivo la piantina era completamente visibile, e giorno dopo giorno la piccola piantina cresceva.

Dopo due settimane da quando aveva piantato il germoglio nel vasetto la piantina di Satzuki mise la prima foglia.

Era una piovosa domenica di aprile.  E nel pomeriggio di quella piovosa domenica di aprile Yusuke Motomaro sentì suonare tre volte al campanello del suo bizzarro condominio di appartamenti con il corridoio, e non chiese neanche chi fosse alla porta, perché lo aveva capito all’istante.

(continua)

Klimt in corridoio

Klimt-Lakeshore-with-Birches-soth

omaggio a Murakami Haruki

A Yusuke Motomaro piacevano i corridoi delle abitazioni.  Li aveva sempre trovati affascinanti, e così quando si era trasferito a Tokyo dopo avere trovato un impiego in una casa editrice specializzata in agende e calendari aveva cercato una casa che, al di là delle dimensioni, fosse dotata di un corridoio, caratteristica inconsueta per gli appartamenti che normalmente si trovano a Tokyo, a meno di non appartenere a quella ristretta minoranza in grado di acquistare una casa di grandi dimensioni. In una città come Tokyo però è anche possibile trovare quasi tutto quello che si cerca, e così anche Yusuke trovò una casa con il corridoio in un curioso condominio nelle vicinanze della stazione di Ikebukuro, dove tutti gli appartamenti avevano sole due stanze, una camera da letto e un soggiorno con l’angolo cottura, entrambe di modeste dimensioni ma collegate tra loro da un breve corridoio da cui si accedeva anche al bagno.

Alcune volte la sera a Yusuke piaceva sedersi nel corridoio, chiudere gli occhi e ascoltare i suoi cd degli anni ottanta, gli stessi che ascoltava quando era ragazzo e viveva nella prefettura di Fukuoka.  Aveva riempito le pareti del corridoio di quadri di paesaggi di pittori europei, mentre le pareti nel resto della casa erano rimaste completamente spoglie.

Il padre di Yusuke Momotaro era un controllore di volo, e per questo motivo la sua famiglia trascorse alcuni anni nel sobborgo di Hakata, dove il padre aveva trovato lavoro nell’aeroporto civile di Fukuoka.  Il padre di Yusuke era un ex militare dal forte senso pratico, e per questo aveva cercato e trovato casa vicino al luogo di lavoro.

Per andare e tornare da scuola Yusuke adoperava una bicicletta rossa con cui poteva facilmente raggiungere gli edifici scolastici; il percorso era facile, ma se lo percorreva con il buio c’era un tratto che gli metteva sempre inquietudine; si trattava del cono di volo, una zona priva di ogni forma di illuminazione per non disturbare le manovre di decollo dell’aeroporto.  Il tragitto nella zona d’ombra era breve, ma la sera era importante avere le luci accese e prestare la massima attenzione.

Un anno, quando aveva 13 anni e frequentava la scuola media, Yusuke ottenne pessimi voti nelle prove di matematica e scienze, e fu obbligato a seguire dei corsi serali di riparazione; per questo tornava spesso a casa piuttosto tardi attraversando regolarmente il cono di volo.  Fu in una di quelle occasioni che Yusuke cominciò a sentire bisbigliare nel buio.  All’inizio credette che fosse la sua immaginazione o la stanchezza per la lezione di matematica, ma con il tempo le voci che sussurravano nel buio si facevano sempre più insistenti; sembravano provenire dal prato vicino alla strada, anche se Yusuke si guardò sempre bene dal voltare lo sguardo, provando invece ad accelerare la pedalata.  La cosa  continuò a lungo, e sempre più cresceva l’angoscia nel petto di Yusuke, che però non aveva coraggio di parlarne ai genitori e in particolare a suo padre, che a differenza di sua madre disprezzava le credenze tradizionali di fantasmi e kami, e perciò non disse nulla e continuò  ogni sera percorrere quel tragitto fino alla fine dei corsi di riparazione, sperando solo che prima o poi i bisbigli finissero.

Finché il cono di volo non tornò silenzioso.

Vent’anni dopo Yusuke aveva ormai dimenticato quel lontano episodio. Andava regolarmente al lavoro con la metropolitana, con cui percorreva la linea Yurakucho da Ikebukuro a Ichigaya, e poi raggiungeva a piedi il luogo di lavoro.  Aveva sempre fatto così da quando viveva a Tokyo, ma un giorno, improvvisamente, mentre la radio della metropolitana trasmetteva Money for nothing dei Dire Straits, fu colto da una crisi di panico e dovette scendere dal vagone.

Quel giorno tornò a casa in taxi, e per un certo periodo di tempo non volle più salire a bordo della metropolitana.  Non c’era una ragione, successe e basta, e poiché Yusuke non possedeva un’automobile decise, intanto che quell’ingiustificato timore fosse evaporato, di acquistare una bici Miyata usata di colore celeste.  In fondo la distanza dal luogo di lavoro non era impossibile da percorrere in bicicletta.

Un sera del mese di ottobre, periodo in cui la sua azienda era impegnata al massimo per preparare le agende e i calendari per l’anno successivo, tornando tardi dopo alcune ore di straordinario, mentre attraversava un passaggio poco illuminato sotto il cavalcavia della superstrada per Yokohama, sentì improvvisamente qualcuno bisbigliare nel buio.  Yusuke però non aveva più tredici anni.  Fermò la bicicletta, e rimase un attimo a guardare verso il buio.  Poi prese una decisione, d’istinto.  Legò la bicicletta a un palo dell’elettricità, e si incamminò nel terreno incolto davanti a sé, andando incontro a quelle voci.  All’improvviso, mentre camminava nell’erba umida, ebbe come la sensazione di non potere proseguire, e subito dopo gli sembrò di essere chiuso in una scatola di pareti di vetro; provò a muovere le braccia ma le mani incontrarono solo una superfice fredda e liscia.  Fu solo un attimo, che svanì prima che l’angoscia prendesse il sopravvento.  Le pareti svanirono, e Yusuke si trovò in mezzo al buio.  Non era da solo.  Intorno a sé tante altre persone, tutte rivolte in una direzione.  Si voltò anche lui in quella direzione, era quella da cui era venuto, ma il cavalcavia era svanito.  Davanti a lui c’era la stradina  che portava alla casa che avevano preso in affitto a Fukuoka quando Yusuke aveva tredici anni.  Nessuna delle persone attorno a lui sembravano prestare attenzione alle altre.  Sembravano spettri.

Ci sono persone che vedono i fantasmi, e altre che possono prevedere il futuro.  Entrambe le cose insieme, non è possibile.  Yusuke non aveva nessuna di queste due doti, però ora era lì.

Si guardò intorno e capì che tutti gli individui attorno a lui non stavano bisbigliando, ma parlavano ad alta voce, anzi gridavano.  E non tutti insieme, uno alla volta, rivolti alle persone che si vedevano camminare sulla strada alla fine dell’oscurità.  All’improssivo vide, lontano nella stradina, una ragazzino di tredici anni con una bicicletta e uno zaino da scuola, che passava pedalando veloce.  Non disse nulla, nessun altro disse nulla, mentre lo Yusuke tredicenne attraversava il cono d’ombra.

Tutto accadeva molto velocemente.  Secondo gli psicologi animali, il tempo non scorre eguale per tutte le specie, dipende tutto dal modo in cui il cervello elabora le informazioni esterne.  Per un cane il tempo scorre quattro volte più veloce che per noi, per i gatti il doppio, per altri animali è invece più lento del nostro.  Nel cono d’ombra invece il tempo era dieci, venti, forse trenta volte più veloce, e sebbene attorno a lui fosse sempre buio e il sole non apparisse mai nel cielo, gli sembrò che passassero intere giornate, anche se in quel luogo erano come ore.  Nello scorrere del tempo, vide passare molte persone laggiù nella stradina, e a turno uno degli spettri nel buio alzava la voce, rivolgendosi alla persona che stava passando in quel momento. Yusuke comprese presto che ognuno si rivolgeva a sé stesso, al sé stesso del passato, come spettri del futuro che cercano di interloquire con il proprio sé passato.

Uno spettro, che era vestito con l’abito grigio dei business men, e che aveva un segno rosso attorno al collo, cercava di interagire con un ragazzo dall’aria vivace vestito con l’uniforme scolastica, gridandogli di non abbandonare gli studi di filosofia.  Un altro degli spettri, con il volto sfigurato, cercava di attirare l’attenzione di un giovane con l’uniforme dei piloti della seconda guerra mondiale “Scegli la marina, scegli la marinaaaa”.  Un altro spettro, una donna di cinquant’anni, gridò verso quella ragazza un po’ grassottella che camminava veloce “Non sposare Maitumi, ti renderà infelice!”.  Non si capiva se le persone che passavano sentivano le voci degli spettri, forse sentivano solo bisbigli come lui a tredici anni, e forse era per che questo gli spettri cercavano di alzare la voce, tentando disperatamente di farsi sentire.

Forse c’era una ragione per cui  anche io sono qui, pensò Yusuke, anche se non ho avuto una morte violenta o la condanna a una vita infelice.  Così Yusuke provò ad ascoltare dentro di sé, e all’improvviso sentì di dover dire qualcosa.  Proprio in quel momento, in quello stesso istante, vide di nuovo il ragazzo tredicenne con la bicicletta che era stato lui vent’anni prima, e allora gli gridò: “Stringi la mano di Hitomi!”.  Nell’oscurità gli sembrò di vedere il ragazzo fermarsi, scendere dalla bicicletta e guardare verso il buio.

Un momento dopo era di nuovo al di là del buio, sulla strada sotto il cavalcavia, le scarpe e i pantaloni fradici.

Rientrato nella sua casa con il corridoio, Yusuke accese lo stereo e inserì un vecchio cd di Mike Oldfield.  Mentre nella stanza risuonavano le melodie di Moonlight shadows si preparò una zuppa di pollo e sasubashi mentre in un altro pentolino cucinava i soba che avrebbe mangiato insieme alla zuppa.

Ripensò a Hitomi.

Quando aveva quattordici anni si era innamorato di Keirei Yang, una ragazza cinese che frequentava la sua scuola, anche se nessuno sapeva il motivo.  I suoi genitori erano altrettanto misteriosi, nessuno aveva mai visto il padre, la madre appariva solo per portarla a scuola e venire a riprenderla, e non parlava mai con nessuno.  Nessuno sapeva nemmeno se i suoi genitori parlassero giapponese.

Keirei era molto bella, aveva un ovale di porcellana e lunghi capelli neri, tanto che tra noi ragazzi si era diffusa la leggenda  che fosse una principessa del Mansukoku fuggita dalla Cina continentale.  Yusuke aveva provato in molti modi a entrare in confidenza con Keirei, che gli rispondeva sempre con grande gentilezza ma mantenendo rapporti molto distanti.

Era in questo periodo che l’esistenza di Yusuke Motomaro incrociò quella di Hitomi Saganaki.  Hitomi era una ragazza magra e molto esile, con due sopracciglia arcuate sopra due occhi di una speciale intensità, e indossava spesso una felpa con il logo della squadra di calcio del Fagiano Okayama.  Il padre di Hitomi era stato il custode del famoso giardino Korakuen di Okayama, ma era stato licenziato per avere sottratto un antico e prezioso arbusto di satzuki, e per questo la famiglia di Hitomi si era trasferita a Fukuoka, da dove proveniva la madre di Hitomi e dove volevano provare a ricostruire la propria vita.

Hitomi era una ragazza molto triste e silenziosa, e pur essendo indubbio che avesse un genere particolare di bellezza, quasi nessuno parlava con lei.  Yusuke aveva subito avuto una simpatia immediata per Hitomi, ma nulla di più, essendo tutto preso dalla sua infatuazione per Keirei. Si erano parlati solo poche volte, e solo con parole di circostanza.

Hitomi frequentò la sua scuola soltanto per un anno.  Ci furono solo due episodi.

Un giovedì del mese di maggio Yusuke era uscito di scuola  un’ora prima a causa dell’assenza improvvisa dell’insegnante di storia, che l’istituto non era riuscito a sostituire; invece di tornare subito a casa aveva deciso di fare una passeggiata nei dintorni del tempio di Joten-Ji; mentre si trovava lì aveva incontrato Hitomi nei pressi di una bancarella di daifuku; le si era avvicinato, aveva acquistato anche lui un daifuku caldo con ripieno di azuki preparato sul momento ed era rimasto a mangiarlo insieme a Hitomi, scambiando poche parole sulla disorganizzazione della scuola e sui motivi dell’assenza della sig.na Michiguki. Stando vicino a Hitomi aveva notato meglio l’intensità del suo sguardo e la morbidezza del suo sorriso timido. Il tempo era passato velocemente, tanto che a un certo punto Hitomi aveva guardato l’orologio ed aveva detto di dover tornare subito a casa.

Verso uno degli ultimi giorni di scuola, nel mese di luglio la loro classe venne portata ad assistere all’Hakata Gion Yamakasa, e durante il corteo dei carri Yusuke trovò accanto a sé Hitomi.  Lei, senza una ragione e senza dire nulla, gli prese la mano.  Yusuke non seppe cosa fare, e allora non fece nulla.  Non parlò, non strinse la sua mano né la lasciò. Si voltò verso di lei, e vide il suo sguardo nel suo.  Ne rimase intimidito, rigido nella sua divisa scolastica, e distolse subito il suo.  Rimase lì immobile, per dieci, forse venti minuti, finché Hitomi non abbandonò la sua mano.  In quell’istante le dita di Yusuke sfiorarono la pelle della coscia di Hitomi, e lui provò l’emozione intensa che può provare un ragazzo di quattordici anni nel contatto, anche breve, con il corpo di una ragazza.  Ma conservò quell’emozione dentro di sé.

Alla fine dell’anno la famiglia di Hitomi abbandonò la città e non si rivedettero mai più.  I genitori degli altri ragazzi dissero che non riuscendo più a trovare lavoro in Giappone il padre di Hitomi avesse trovato un lavoro da giardiniere nelle isole Hawaii.  Il padre di Yusuke fece uno di quei commenti sprezzanti che era solito fare, e che Yusuke odiava sentire.

Da quella volta Yusuke non aveva più pensato a Hitomi, ma all’improvviso si era reso conto che non avere contraccambiato quella stretta di mano era stata l’occasione mancata della sua vita, che in quella giornata di sole durante l’Hakata Gion Yamaka qualcosa era andata perduto.  Le parole che aveva rivolto a sé stesso dal cono d’ombra gli avevano fatto capire che quel qualcosa che mancava nella sua vita, quel qualcosa di indefinito che aveva sempre percepito come assente, era Hitomi Saganaki.

Doveva ritrovare Hitomi Saganaki.  Ad ogni costo.  E doveva stringerle forte la mano.

(Continua)

No te aguanto

Murakami Haruki thinking "Watanabe Noboru no te aguanto"

E’ curioso come la locuzione spagnola no te aguanto (non ti sopporto) trovi un esatto corrispettivo nel dialetto triestino, ove il medesimo concetto si esprime con no te guanto.

Se avesse vissuto a Trieste come James Joyce, forse Murakami Haruki avrebbe potuto usare questa locuzione nei confronti del detestato Watanabe Noboru, l’eterno personaggio chiamato Watanabe Noboru, l’insopportabile fratello della moglie o fidanzato della sorella che tutti i fan di Murakami conoscono e detestano proprio come lui.

Ognuno ha un suo Watanabe Noboru, e siccome oggi 27 aprile ricorreva il Tell A Story Day, la Giornata del Raccontami una Storia, ecco la mia:

Nemmeno un gatto

“Non hai mai avuto nessun ragazzo che si chiamava Stefano?”

“No, nessuno… perché me lo chiedi?”

“Neanche quello che faceva il commerciale?”

“No, lui si chiamava Matteo”

“Sicura che non si chiamasse Stefano?”

“No, te l’ho già detto, perché mi fai queste domande?”

“Perché mi pare strano che nel tuo passato non ci sia un Stefano, perché non li sopporto proprio i ragazzi che si chiamano Stefano, sono più di quindici anni che incontro ragazzi di nome Stefano che incrociano la mia vita sentimentale, e ogni volta incarnano lo stesso insipido personaggio, ogni volta con le stesse caratteristiche caratteriali, con poche varianti l’una dall’altro.  Ecco perché non chiamerei mai un figlio Stefano; e nemmeno un gatto”

“Ma nessuno dei miei ex si chiama Stefano”

“Allora vuol dire che forse mi lascerai per uno Stefano”.

Questo dialogo un po’ è reale e un po’ è inventato.  Ma di sicuro il mio Watanabe Noboru si chiama Stefano.

246° piano

Il 3 settembre è la giornata internazione dei grattacieli.  Mi sembra quindi giusto onorarla con una foto dei grattacieli di Tokio, al momento la mia supermetropoli preferita.

Grattacieli di Tokio

Potrebbe essere l’occasione per ricordare un po’ il Giappone, che tanto ho apprezzato quelle due settimane in cui ci sono stato.  Ancora adesso, e sono passati due anni, ogni volta che ho l’occasione cerco sempre di trovare qualche ristorante giapponese, ma non per mangiare sushi, maki o sashimi, bensì per i miei amati ramen (ma vanno bene anche gli udon o i soba).

Anche per questo ho tanto amato le mie due settimane a Oxford (che c’entra? c’entra, c’entra), perché c’erano tante diverse occasioni, dal noodle bar al ristorante thai, per gustare il mio piatto preferito, i ramen (o udon, o soba) in brodo di miso.  Deliziosi.

Faccio male a ricordare il Giappone parlando solo di cibo?  Ma questo è mooooolto giapponese, prendete i libri di Murakami Haruki, l’autore di Dance Dance Dance e altri capolavori, dedica tantissimo spazio alle questioni culinarie, descrivendo nei dettagli cosa mangia il protagonista e come lo cucina.  Ma provate anche a dialogare con un giapponese in carne e ossa, un giapponese che vive in Giappone, uno dei migliori argomenti di conversazione è proprio il cibo, e non a caso, tra le poche parole giapponesi che conosco c’è oshikatades (o qualcosa del genere), che vuol dire delizioso.

Vabbé, si vede che, come recitano le Mini Viva, I left my heart in Tokyo

Di solito ho gusti musicali diversi, ma oggi ci stava proprio bene 8) , perché nel video ci sono moltissimi grattacieli.

1988

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Per una volta, nessuna giornata mondiale, oggi vado fuori tema, oggi l’argomento è un anno, il millenovecentottantotto.

Qualche giorno fa un episodio tutto sommato insignificante ha riportato la mia memoria a quell’anno, a tutto ciò che accadde nella mia vita nel 1988. L’altroieri, poi, mentre attraversavo la notte a 8.000 metri d’altezza, leggendo Dance Dance Dance di Murakami Haruki, sono rimasto colpito da alcune parole, di per sé poco significative.

Camminando mi chiedevo perché cavolo Vietnam e Cambogia fossero in guerra. Non ci capito un tubo. Che mondo complicato

Un attimo, mi sono detto, ma questa è una notizia di molti anni fa.  Già sapevo che il romanzo era abbastanza risalente nel tempo, ma quel riferimento mi ha fatto correre alla quarta della copertina, e scoprire che, in effetti, il romanzo era stato pubblicato in Italia nel 1998 ma in Giappone dieci anni prima.

Nel 1988.

Chissà perché, in questo periodo mi torna continuamente in mente questa data.

Il 1988 si era aperto in maniera triste, con la morte improvvisa di mio nonno.   Ma in quello stesso anno è nato mio fratello, e una settimana dopo è iniziata la mia vita sentimentale, con quel primo bacio di cui ho già scritto in un altro post.  La mia vita sentimentale ha già compiuto i 21 anni, davvero impressionante, a rifletterci.

Ma il 1988 è stato anche l’anno in cui sono andato di nuovo in vacanza, dopo qualche anno che vi avevo rinunciato, anche per i rapporti non facili che avevo con i miei genitori; nulla di speciale sul fronte adolescenziale, diciamo. Quell’anno sono ritornato in vacanza e così, delle poche foto che ho ritrovato, in alcune, con addosso una felpa dal colore improbabile, mi trovo a Cortina d’Ampezzo, dov’ero riuscito ad andare a scrocco solo per seguire la mia fidanzatina dell’epoca, che invece le vacanze a Cortina se le poteva permettere.

Ma poi, cos’altro era successo in quell’anno?  Faccio davvero fatica a ricordare, come non ricordo assolutamente quale maldestro tentativo letterario avessi fatto.

A volte, comunque, mi viene un’idea pazzesca e surreale; quella che certe volte la parola scritta abbia una forza creativa del tutto insospettabile.  Uno scrittore, non necessariamente uno dotato di particolare talento, descrive un personaggio in un suo racconto o in un romanzo, dopodiché nel mondo della letteratura, della fantasia, questo personaggio prende vita.

Una spiegazione più prosaica è che forse è l’abilita dello scrittore nel dipingere le persone in modo tanto realistico.

Così potrebbe essere per i personaggi del libro di Murakami. Il protagonista, il giornalista free lance che vive spalando metaforicamente la neve e per districarsi tra le sue relazioni più strette deve disegnare uno schema delle persone con cui è in rapporto, e poi gli altri comprimari: la timida receptionist con gli occhiali, la ragazzina dotata di un potere paranormale, l’attore di successo che vorrebbe una vita ordinaria, la fotografa che si innamora dei poeti.

Non nego che in tanti passi del romanzo, forse anche troppi, mi sono riconosciuto nei pensieri del protagonista, tanto che ora che la fine del romanzo è vicina temo il giorno in cui inevitabilmente arriverà. Pur essendo un appassionato lettore di Murakami, non tutte le sue opere mi sono piaciute allo stesso modo, e so che non potrò consolarmi per la fine di questo romanzo passando ad un altro. Questo romanzo è davvero unico, com’è impareggiabile il modo in cui rende la scena musicale degli anni ottanta.

Le canzoni di Michael Jackson avevano invaso il pianeta come un’innocua epidemia. I ben più mediocri Hall & Oates combattevano per costruirsi il loro posto al sole. I Duran Duran spiccavano per mancanza di fantasia. A Joe Jackson, nonostante avesse un certo talento, mancava qualcosa per potersi imporre a livello mondiale. I Pretenders non mi sembravano avere un grande futuro davatni. I Supertramp e i Cars non suscitavano in me grandi entusiasmi. Queste e altre innumerevoli pop star ascoltavamo ogni giorno per ore e ore

Per combinazione, anche l’autrice della fotografia che ho scelto come illustrazione è nata nel 1988.

Secondo me possiede un talento vero, naturale.

E’ come se le sue foto mettessero la poesia a nudo. I poeti stanno lì a tormentarsi su una parola, ma quello che a loro costa tanti sforzi, lei riesce a realizzarlo in un attimo nelle sue foto. Quel paesaggio spirituale che ognuno di noi nasconde nella parte più profonda di sè, lei riesce a coglierlo in una luce, in un intervallo di tempo, e lo materializza. Un’atmosfera che è di catastrofe e di rigenerazione. Una catarsi di tempo e di luce che si consuma in un attimo.

Le parole, le confesso, le ho prese (quasi tutte) ancora una volta in prestito da Murakami. Ma per verificare se ho ragione oppure esagero, la cosa migliore è che andiate a visitare il suo blog.

I’m a starman waiting in the sky

Il 13 giugno di quest’anno è il giorno internazionale delle giovani aquile, cioé degli aspiranti piloti d’aereo.   Non so come celebrare questo giorno, a parte proponendovi ed ascoltando la bellissima canzone di David Bowie, qui in versione live.

Per il resto dovrò cercare di affrontare il solito problema del week end.

Certe volte odio i week end.

So benissimo perché li odio.

Soprattutto da quando sono diventato single, passo giovedì e venerdì a programmare cose da fare per non annoiarmi, compilando mentalmente un lungo  dettagliato elenco di cose da fare di cui non riesco a concludere nemmeno la metà.  Risultato: non mi annoio, non mi sento (troppo) solo, ma mi secca da matti non riuscire a completare la mia lista.
E poi c’è il telefono, il cellulare o skype, non importa.  L’importante è che sia muto.

Ma qui lascio la parola a Murakami Haruki (da Dance Dance Dance, del 1988).

Avevo il presentimento che forse Yuki avrebbe richiamato. O se non lei, qualcun altro.  In momenti come questi il telefono sembra una bomba ad orologeria.  Nessuno sa quando scoppierà, ma il tempo è scandito da questa possibilità.   Il telefono ha una forma strana.  Molto strana.  Di solito non ci si fa caso, a ma guardarlo con attenzione si comincia a notare la sua singolare presenza nello spazio.  A volte lo guardi e ti sembra che abbia un disperato bisogno di dire qualcosa, altre volte è come se si sentisse oppresso dalle proprie funzioni.  Un puro concetto a cui è stato affidato un compito inadeguato.

(…)

Grazie a linee telefoniche, cavi sotterranei, tunnel sottomarini, comunicazione satellitare, siamo tutti collegati.  Giganteschi computer regolano tutto ciò.  Tuttavia, per quanto questo sistema sia sofisticato e complesso, se noi non abbiamo voglia di parlare non può avvenire nessun collegamento.   Oppure, anche se c’è questa volontà, come nel mio caso attuale, ma non si conosce il numero di telefono dell’altra persona (perché ci si è dimenticati di chiederlo) non c’è modo di collegarsi

(…)

Ma mettiamo il caso che io riuscissi a superare i suddetti ostacoli, e a telefonare a Yuki.  Potrebbe benissimo dirmi “Adesso non mi va di parlare.  Ciao”, e chiudermi il telefono in faccia.   In quel caso non si produrrebbe alcuna conversazione.  Sarebbe solo un esempio di interesse unilaterale.

In questo momento avrei voglia di parlare con tre persone.  Ma una ho deciso di non chiamarla (e neanche lei lo sta facendo, del resto), una non posso chiamarla per ragioni oggettive, un’altra, proprio come il protagonista del romanzo, non ho più il numero e non so come contattarla.   Oltre al fatto che la prima e soprattutto  la terza potrebbero rispondermi anche peggio di Yuki.

Ho fatto un bel volo pindarico?  Beh, se oggi è la giornata delle giovani aquile, diciamo che sto cominciando ad imparare a volare.