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Il discorso di Totila

Totila

C’era una volta un principe ostrogoto, erano i tempi in cui quel popolo regnava sull’Italia, che voleva convincere la popolazione italica a unirsi al suo esercito per respingere gli invasori. Aveva preparato un bellissimo discorso sull’eguaglianza e l’affrancamento dei più poveri, e riunita tutta la popolazione iniziò a parlare loro, ma in ostrogoto.

I suoi generali gli consigliarono di parlare in latino, ché tutti lo avrebbero capito, ma lui si rifiutò

“l’ostrogoto è la lingua dei miei padri, la lingua in cui loro parlarono alle loro armate, e io voglio continuare a parlare in ostrogoto”

e così fece, con bellissime parole che nessuno capì, e così nessuno di quei popolani che se lo avessero inteso si sarebbe arruolato di slancio tra le sue file lo seguì.

Il povero principe ostrogoto, rimasto solo con 18 cavalieri, morì poco in battaglia colpito alla spalla da una lancia, perché nulla poté il suo coraggio di fronte al preponderante numero degli avversari. “Ma poi che cosa aveva detto?” si chiese il popolo mentre gli occupanti saccheggiavano le loro terre. “Chissà, forse non voleva che noi lo capissimo, magari voleva nasconderci qualcosa “.

Non avevano capito che quel principe ostrogoto fu il primo dei radical chic.

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Sogno di una notte di mezzo inverno

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Un istante per decidere, forse intuire, quello che dovevo fare.

Uscii fuori dal tunnel, e quando fui lì fuori nel freddo silenzioso tutto all’improvviso mi fu chiaro… le cose che mi erano appena successe, il loro perché, e la ragione per cui ero lì in quel momento, chi ero io.

L’atmosfera stava evaporando fuori dalla cupola, veniva risucchiata fuori quasi in silenzio, insieme a tutto quello che avevo davanti agli occhi.  Come per un istinto naturale, anche se non lo avevo mai fatto prima, alzai le mani dritte al cielo, e mi concentrai in un flusso di energia che fermò tutto, e come legata a una corda invisibile che partiva dalle mie mani l’atmosfera sfuggente rientrò piano dentro la cupola.

Ero lì da solo, fermo immobile nella consapevolezza di avere pieamente capito,  una perfetta comprensione che sarebbe svanita quasi subito dopo, quando mi svegliai, mezzora fa, con solo il ricordo di cosa avevo fatto nel sogno e di avere avuto, anche solo per un minuto e solo in un sogno, la risposta al perché della mia (nostra) esistenza.

Un perché che, naturalmente, per quanti sforzi mentali faccia, adesso non riesco a ripescare dalla mia memoria.