Il flirt e la gelosia

Oggi è la giornata internazionale dei musei. E il tema di quest’anno sono i musei per l’armonia sociale.

I musei per l’armonia sociale?  Mah…

Di sicuro se andate a Londra merita una visita l’Albert & Victoria Museum.  Quando sono stato a Londra io non ci sono stato, ma prometto solennemente sui server di questo blog che la prossima volta che vado a Londra visiterò il museo e stazionerò in rispettoso silenzio di fronte a Jealousy and Flirtation di Haynes King.

Ogni museo ha la sua opera più importante, quella davanti a cui il turista meno acculturato si soffermerà più a lungo per poter poi dire “ho visto la Gioconda” se è andato al Louvre, “ho visto la Cappella Sistina” se è stato ai Musei Vaticani, “ho visto la Venere di Botticelli” se è andato agli Uffizi.

Non so se questo è ruolo di Jealousy and Flirtation per quanto riguarda l’Albert & Victoria Museum, ma di sicuro il quadro rispecchia bene il flirt e la gelosia.

La gelosia.   E’ un peccato che la gelosia non rientri tra i vizi capitali, né tra i dieci comandamenti, perchè ci starebbe bene.

Tu uomo non sarai geloso di tua moglie, e tu donna non sarai gelosa di tuo marito

Che cosa fastidiosa la gelosia, ma soprattutto che atteggiamento profondamente noioso. Sì, la gelosia è noiosa e rende noioso anche chi la pratica. Non è forse questo il messaggio che traspare dal quadro di Haynes?

Potrei  specificare la gelosia infondata, ma in fondo anche la gelosia fondata è noiosa e anzi per chi la pratica è ancora più controproducente, perché non c’è niente di peggio per far cadere la persona che ami nella braccia di un altro, che essere troppo gelosi.

Ma, si sa, farlo capire a chi è geloso è più difficile che far entrare quel famoso cammello nella cruna di un ago.

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Sarebbero stati famosi

1, 2, 3… se siete nati prima del 1980, alzatevi dalla sedia, mettete le casse del computer al massimo e vi scatenate a ballare la sigla di Fame-Saranno famosi, la serie tv degli anni ’80, tratta dall’omonimo musical di Alan Parker.

Remember my name

Fame

I’m gonna live forever

I’m gonna learn how to fly…  high

Fame sta per fama in inglese, non per fame, ma tutto sommato il telefilm parlava anche di fame, la fame di successo dei protagonisti, studenti di una scuola dove io, come tanti altri, avrei proprio voluto studiare.  Fare l’esame di recitazione invece della provetta di greco, studiare i passi di danza invece di geografia astronomica… e con quei professori, e con quei compagni e compagne di corso.

Ogni personaggio del telefilm aveva una sua storia, rivedere la sigla mi ha richiamato tanti ricordi… Leroy, il ballerino talentuoso che piaceva a mia mamma,  Bruno, con quei capelli improponibili, la professoressa Sherwood, icona della Professoressa Perfetta, la signorina Grant, icona della Professoressa Stronza-per-il-tuo-bene, Doris la secchiona sfigata vestita come un’alternativa milanese, e poi Julie, che piaceva a me e ora capisco perché mi è rimasta l’idea della violoncellista sexy.

Se mi fossi iscritto alla Scuola di Fame avrei scelto recitazione, al Liceo avevo recitato in una tragicomica recita scolastica scritta in parte anche da me (che orrore, che vergogna) e poi il mio sogno sarebbe stato darmi all’arte recitativa, ma  mio padre mi convinse che intanto era meglio prendere la laurea, poi magari…

Eh, sì, come no… è andata proprio così.

Ma almeno non faccio la fame.

Buon World Artist Day a tutti!

Avvertenza: questo post non ha nulla a che fare con omonime trasmissioni televisive vagamente ispirate alla stessa idea, e magari con lo stesso logo di Fame-Saranno famosi, che non ho mai guardato e non mi sono mai piaciute.  Tanto per debita chiarezza…

1988

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Per una volta, nessuna giornata mondiale, oggi vado fuori tema, oggi l’argomento è un anno, il millenovecentottantotto.

Qualche giorno fa un episodio tutto sommato insignificante ha riportato la mia memoria a quell’anno, a tutto ciò che accadde nella mia vita nel 1988. L’altroieri, poi, mentre attraversavo la notte a 8.000 metri d’altezza, leggendo Dance Dance Dance di Murakami Haruki, sono rimasto colpito da alcune parole, di per sé poco significative.

Camminando mi chiedevo perché cavolo Vietnam e Cambogia fossero in guerra. Non ci capito un tubo. Che mondo complicato

Un attimo, mi sono detto, ma questa è una notizia di molti anni fa.  Già sapevo che il romanzo era abbastanza risalente nel tempo, ma quel riferimento mi ha fatto correre alla quarta della copertina, e scoprire che, in effetti, il romanzo era stato pubblicato in Italia nel 1998 ma in Giappone dieci anni prima.

Nel 1988.

Chissà perché, in questo periodo mi torna continuamente in mente questa data.

Il 1988 si era aperto in maniera triste, con la morte improvvisa di mio nonno.   Ma in quello stesso anno è nato mio fratello, e una settimana dopo è iniziata la mia vita sentimentale, con quel primo bacio di cui ho già scritto in un altro post.  La mia vita sentimentale ha già compiuto i 21 anni, davvero impressionante, a rifletterci.

Ma il 1988 è stato anche l’anno in cui sono andato di nuovo in vacanza, dopo qualche anno che vi avevo rinunciato, anche per i rapporti non facili che avevo con i miei genitori; nulla di speciale sul fronte adolescenziale, diciamo. Quell’anno sono ritornato in vacanza e così, delle poche foto che ho ritrovato, in alcune, con addosso una felpa dal colore improbabile, mi trovo a Cortina d’Ampezzo, dov’ero riuscito ad andare a scrocco solo per seguire la mia fidanzatina dell’epoca, che invece le vacanze a Cortina se le poteva permettere.

Ma poi, cos’altro era successo in quell’anno?  Faccio davvero fatica a ricordare, come non ricordo assolutamente quale maldestro tentativo letterario avessi fatto.

A volte, comunque, mi viene un’idea pazzesca e surreale; quella che certe volte la parola scritta abbia una forza creativa del tutto insospettabile.  Uno scrittore, non necessariamente uno dotato di particolare talento, descrive un personaggio in un suo racconto o in un romanzo, dopodiché nel mondo della letteratura, della fantasia, questo personaggio prende vita.

Una spiegazione più prosaica è che forse è l’abilita dello scrittore nel dipingere le persone in modo tanto realistico.

Così potrebbe essere per i personaggi del libro di Murakami. Il protagonista, il giornalista free lance che vive spalando metaforicamente la neve e per districarsi tra le sue relazioni più strette deve disegnare uno schema delle persone con cui è in rapporto, e poi gli altri comprimari: la timida receptionist con gli occhiali, la ragazzina dotata di un potere paranormale, l’attore di successo che vorrebbe una vita ordinaria, la fotografa che si innamora dei poeti.

Non nego che in tanti passi del romanzo, forse anche troppi, mi sono riconosciuto nei pensieri del protagonista, tanto che ora che la fine del romanzo è vicina temo il giorno in cui inevitabilmente arriverà. Pur essendo un appassionato lettore di Murakami, non tutte le sue opere mi sono piaciute allo stesso modo, e so che non potrò consolarmi per la fine di questo romanzo passando ad un altro. Questo romanzo è davvero unico, com’è impareggiabile il modo in cui rende la scena musicale degli anni ottanta.

Le canzoni di Michael Jackson avevano invaso il pianeta come un’innocua epidemia. I ben più mediocri Hall & Oates combattevano per costruirsi il loro posto al sole. I Duran Duran spiccavano per mancanza di fantasia. A Joe Jackson, nonostante avesse un certo talento, mancava qualcosa per potersi imporre a livello mondiale. I Pretenders non mi sembravano avere un grande futuro davatni. I Supertramp e i Cars non suscitavano in me grandi entusiasmi. Queste e altre innumerevoli pop star ascoltavamo ogni giorno per ore e ore

Per combinazione, anche l’autrice della fotografia che ho scelto come illustrazione è nata nel 1988.

Secondo me possiede un talento vero, naturale.

E’ come se le sue foto mettessero la poesia a nudo. I poeti stanno lì a tormentarsi su una parola, ma quello che a loro costa tanti sforzi, lei riesce a realizzarlo in un attimo nelle sue foto. Quel paesaggio spirituale che ognuno di noi nasconde nella parte più profonda di sè, lei riesce a coglierlo in una luce, in un intervallo di tempo, e lo materializza. Un’atmosfera che è di catastrofe e di rigenerazione. Una catarsi di tempo e di luce che si consuma in un attimo.

Le parole, le confesso, le ho prese (quasi tutte) ancora una volta in prestito da Murakami. Ma per verificare se ho ragione oppure esagero, la cosa migliore è che andiate a visitare il suo blog.