Fascio Nero

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Tutto cominciò per una maledetta battuta del mio amico Marco Aurelio, giornalista su una tv locale.  “Tu sei mio amico ma non posso fare un servizio su di te, lo potrei fare solo se… solo se mi finisci in un fatto di cronaca“.

Queste parole mi tornarono in mente quando la campagna per la mia rielezione si stava rivelando una battaglia impossibile, gli equilibri nazionali erano cambiati e anche io sarei stato una vittima del cambiamento.  Volevo e dovevo fare qualcosa, in fondo nel mio mi ero dato da fare per il territorio, e poi lo svantaggio non era così grande, avevo fiducia di poterlo recuperare.

Non era questione di interesse, con la mia professione guadagnavo di più che con la politica, e pur non potendo negare che se la sala d’aspetto fosse piena per merito della mia attività politica, non era certo per soldi che ci tenevo a conservare il mio seggio.  Non è questo ciò che anima i veri politici, ciò per cui veramente si impegna la gran parte di chi si dedica alla politica professionalmente è la fama, la notorietà, le luci della ribalta,  l’essere al centro dell’attenzione, acclamato o anche vituperato tutto sommato non importa.

Questo era quello che non volevo perdere, e per questo inventai Fascio Nero.

Non fraintedemi, io sono di centrosinistra e anzi tendente a sinistra, almeno a livello di teoria, ma ci voleva assolutamente qualcosa per salvare la mia campagna elettorale, e per questo dopo che mi tornarono in mente le parole del mio amico giornalista le cose vennero da sé…

Il primo passo fu contattare un mio cliente che conosceva un cittadino di origine straniera che a sua volta aveva un gruppo di persone che per un congruo compenso poteva fare quello che gli chiedeva, anche se un po’ particolare come nel mio caso.

Poi dovevo creare il background, e quello fu più impegnativo, furono tre notti di intenso lavoro, in assoluta riservatezza perché nessuno, neanche i miei stretti famigliari, doveva sapere niente.  Così mi inventai il nome del movimento, Fascio Nero direi che rendeva bene l’idea, creai anche un simbolo di chiara efficacia con bel fascio littorio stilizzato copiato dallo stemma dell’aviazione dell’epoca fascista, e poi mi dedicai a ideologia e manifesto politico costruiti  con citazioni di Mussolini e Kim Il Sung (il mio tocco di classe), e qualche idea adeguatamente stralunata come la reintroduzione del reato della pena capitale tramite fucilazione alla schiena o che i lavoratori stranieri versassero i contributi ma senza avere diritto a nessuna pensione.

Studiai bene i tempi.

La prima mossa fu fare imbrattare qualche muro con la scritta “Fascio Nero“, mentre nel frattempo io personalmente pubblicavo sulla pagina facebook del fantomatico movimento vari post di odio verso stranieri,  omosessuali e i politici nazionali più noti.  Non poteva mancare qualche meme su Mussolini amante del popolo.

Poi feci la dichiarazione, studiata bene per giustificare l’aggressione ma al contempo non farmi perdere troppi voti, mica volevo spaventare i moderati, come si dice.  L’idea che sparai più o meno era ripopoliamo i paesini disabitati della nostra montagna con gli immigrati, e così fu facile ottenere qualche articolo sui quotidiani locali.

Se il giorno lo spesi a diffondere questa proposta, la notte la impiegai per una feroce campagna contro me stesso sulla pagina facebook di Fascio Nero, tutto sommato incurante per i troppi like che i post ottenevano.  Non ci davo peso, tutto concentrato sul clou della operazione, che ebbe luogo due giorni dopo.

Fu un’aggressione in piena regola, e anzi devo dire che i ragazzi ingaggiati per la sceneggiata la presero anche troppo sul serio, e qualcuno menò pesantemente.  Recitarono bene la parte, non c’è dubbio, e quando arrivarono due testimoni uno di loro gridò, come da programma “Fascio Nero non perdona“, sebbene, a volere essere puntigliosi, l’accento dell’est Europa rovinava un po’ la scena.  Ma nessuno, né allora né poi, se ne accorse mai.

Il mio obiettivo lo raggiunsi egregiamente; titoli di giornale, servizi televisivi, perfino una serata di approfondimento, il candidato aggredito da militanti di estrema destra per quasi una settimana diventò una delle notizie principali.  Soldi ben spesi i miei, indubbiamente.

Il messaggio di rivendicazione  orgogliosa della lezione inferta al traditore della patria che avevo postato  sulla pagina facebook di Fascio Nero ne garantì l’immediata chiusura, e quel punto potevo dedicarsi al termine della campagna elettorale, che purtroppo però non ottenne il risultato sperato.  Certo, la pubblicità che ero riuscito a procurarmi mi aveva fatto recuperare un bel po’ di svantaggio, ma non abbastanza, per cui la mia carriera politica terminò così per sempre.

Tornai a fare il mio lavoro, e i clienti erano persino aumentati, tutto sommato nella nostra cittadina ero diventato una piccola celebrità, e forse l’idea di Denise di prenderci una casa al mare la potevamo approfondire…

Ebbi qualche problema con la Procura della Repubblica e con la Polizia, che si mise a fare anche troppe indagini sull’accaduto, ma per mia fortuna cercando nei posti sbagliati, ovvero tra i veri estremisti di destra, che naturalmente nulla sapevano di Fascio Nero e dell’aggressione che avevo subito.

La cosa apparentemente finì lì.

Poi, due anni e mezzo dopo, un trafiletto su un quotidiano nazionale attirò la mia attenzione.  La lista di Fascio Nero era stata accettata alle elezioni comunali di Roma.  Nome e simbolo non erano più un problema, nella nuova stagione politica le vecchie leggi sul divieto di ricostituzione di partito fascista e contro l’apologia di fascismo erano state abolite come retaggio di un’epoca ormai superata, e poi c’era il mio disclaimer sul fascio littorio come simbolo repubblicano e mazziniano.

Sì, proprio il mio disclaimer, che lessi un po’ esterefatto sulla pagina internet di questo nuovo Fascio Nero che qualcuno aveva ricreato sulla falsariga di quello che avevo inventato io.  Stesso simbolo, stesso manifesto politico, identica ideologia. Stesso disclaimer, fatto anche troppo bene. Unico cambiamento, ora il movimento si chiamava Fascio Nero – Rivolta Nazionale.

Dei pazzi fanatici, sottovalutai la cosa, e neanche notai che alle elezioni del comune di Roma Fascio Nero ottenne un sorprendente 4,6% entrando in consiglio comunale.

Era solo l’inizio.  Lo scandalo che  coinvolse poco dopo il leader del movimento populista che aveva trionfato alle ultime elezioni nazionali decretò la fine politica di quel movimento,  rapida com’era stata la sua ascesa, e un elettorato disorientato e arrabbiato cercava solo qualcosa ancora più  di rottura e antisistema.

Fascio Nero per questo era perfetto.

Le parole d’ordine che avevo inventato di notte con voluto paradosso diventarono la base dell’incredibile successo del sito e della pagina facebook del movimento, persino la mia aggressione era rivendicata come legittima difesa di popolo, anzi il primo atto della Rivolta Nazionale.

Il resto è Storia; oramai, più di dieci anni dopo non possiamo dire per quanto ancora rimarrà almeno l’apparenza  delle libertà democratiche, e se non diventeremo qualcosa di peggio di quella democrazia autoritaria in cui già siamo.

Certo, ho la mia bella villa al mare, ma se sentire i discorsi del primo leader di Fascio Nero era sempre irritante, averlo visto vincitore delle prime presidenziali a elezione diretta è stato agghiacciante, e ormai anche nel privato ho ritrosia a fare discorsi che potrebbero essere considerati “antinazionali”.

In mezzo a tutto questo, mentre i sensi di colpa mi attagliano, l’altro ieri capita pure che ascoltando il notiziario sento che il nuovo governo ha appena approvato il dislocamento degli immigrati per il ripopolamento delle zone disabitate degli Appennini.

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Sovranità

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Accadde in una brumosa mattina. Me ne stavo andando al lavoro facendo una piccola deviazione sul lungomare, o meglio sarebbe stato dire lungo laguna, visto che la passeggiata si affacciava su quella che un tempo, prima dell’Inondazione, era stata la pianura padana, e che ora costituiva un immenso aquitrinio di acque basse.

Qualcuno ci avrebbe dovuto pensare a quella storia del riscaldamento globale, anche se questo ragionamento era meglio tenerlo per sé, si poteva finire in osservazione vincolata per molto meno.. Passai davanti al solito banchetto di Israel Beitenu, con la raccolta di adesioni alla petizione per l’omologazione della Seconda Diaspora come Appartenenza, e come ogni mattina nessuno si fermava, nessuno di noi voleva una nuova Appartenenza omologata… In fondo, già eravamo stati generosi ad accoglierli in classe B quando metà del loro paese era stata sommersa e l’altra metà invasa dai loro eterni nemici…

Era questo che pensavo quando successe; un leggero ronzio all’orecchio, il dubbio di avere attivato il connecter ma attorno a me già apparve un tridigramma; chiusi gli occhi e ordinai due volte l’interruzione del collegamento, ma era impossibile, e attorno a me vidi tutti immobili, s tutti connessi, involontariamente. Quello di Israel Beitenu, gli assimilati che pulivano le strade, gli agenti della milizia, tutti fermi immobili.

Solo ora notai un’ombra sopra di noi, come un’immensa nuvola.

Davanti ai miei occhi si materializzò l’immagine di un ammiraglio della flotta aerea cinese, circondato da altri ufficiali nella plancia di quella che riconobbi come una spazionave cinese.

“Cittadini e residenti della Federazione delle Appartenenze di Nordagna! Sono felice di annunciarvi, a nome del Primo Presidente dell’Unione Celeste di tutte le Cine, lo scioglimento della vostra Federazione e la vostra integrazione nell’Unione. Si ricostituisce così la Mongolia occidentale, che come insegnano gli storici era parte della Grande Cina fin dai tempi del generale Xiongnu Attila. Bentornati nella nostra grande Unione”.

La solita storia, almeno questa di Attila aveva un po’ più senso della principessa cinese che aveva sposato Carlo Magno. Chissà perché i cinesi ci tengono sempre a giustificare le loro conquiste con qualche riferimento storico… Un dubbio che è meglio rimanga tale, per non correre il rischio di finire nel vaporizzatore.

L’ammiraglio stava continuando a parlare.

“Il sistema razzista e discriminatorio delle Appartenenze viene abolito, le loro proprietà diverranno proprietà pubbliche e ogni residente nel territorio della Federazione diviene cittadino dell’Unione; le vostre istituzioni governative sono sciolte e i vostri governanti saranno processati per i crimini di deviazionismo e discriminazione etnica. Invitiamo gli alti gradi delle vostre forze armate e delle forze di polizia a consegnare truppe e armamenti all’Alto Comando dell’Armata Celeste. Ogni resistenza sarà inutile, e comporterà la neutralizzazione degli oppositori. Si invitano i comuni cittadini e i residenti ad attendere con serenità l’instaurazione del nuovo ordine, a recarsi per utili informazioni presso le sezioni del Partito che verranno aperte in ogni località, e presso cui verranno organizzati corsi obbligatori di mandarino. E ricordate, nuovi cittadini dell’Unione Celeste: gli spaghetti gli abbiamo inventati noi!”

Una storia salvadiga

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Witch House by Alex Shatohin on Deviantart.com

Piccola favola crudele ambientate nella mia Terra (come cantava Elisa), ossia nella provincia  di Trieste, e scritta (semel in anno licet insavire) nella parlata locale.

Ghe jera una volta, e la viveva nel Bosco de le Noghere, tacà de Muja e del bloco de Rabuiese, una vecia che non so come la jera diventà una striga.  Una striga vera, de quele cative che le svòla su el manigo de scopa.

Bòn, una sera un muleto¹ che no scoltava mai mama e papà, el se perdi dentro el bosco; camina de qua, camina de là, el muleto el incontra la striga, e ghe chiedi, educatamente:

“Mi scusi, signora, ma per tornare ai laghetti che direzione devo prendere?”

La striga la varda el muleto, un bel muleto un poco su de chili con le guanciotte rosse, e se lo magna in un sol boccone.  Come i veri, la se disi da sola tuta contenta.

No la se jera acorta che un minuto prima jera ‘riva un orco, che la varda e  ghe disi “Cosa te ga fato?  Te se ga magnà el muleto?”

“ehhhhh, no l parlava triestìn, sarà sta un Furlàn²”

“Ma el jera de Borgo!”

“De Borgo?  E no el parlava triestìn?”

“Ehhhh, cos te vol, la mare jera ‘taliana³”

“Orca, alora me dispiasi tanto… Bon dei, prosimo giro ghe penso do volte… anche se te devo dir che la carne jera davero bòna, te ga presente quela che te compravi in Zonabìª tanti anni fa…?”

1: muleto: bambino, diminutivo di mulo, che in triestino vuol dire ragazzo

2: Furlàn: Friulano inteso come abitante delle province di Udine e Pordenone, divise con Trieste da un forte campanilismo

3: ‘taliana: Italiana del Sud, inteso in senso molto esteso a ricomprendere anche il Centro Italia

a: Zonabì: la Zona B dell’ex Territorio Libero di Trieste, che comprendeva il nordovest della penisola istriana, da Capodistria a Cittanova, che legalmente continuò ad esistere fino al 1975.

Una brutta notizia e una buona

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(racconto breve)

La figlia trafelata, salita dallo scantinato, si fece largo tra le cianfrusaglie che ingombravano il soggiorno, attraversò il lungo corridoio precipitandosi in cucina dove la mamma, incurante dei piatti sporchi che ingombravano il lavello, finiva l’ultimo bocconcino di pollo fritto.

“Mamma, mamma! Nello scantinato è pieno di topi morti, saranno almeno una decina!!”

“Oh no! Terribile! TERRIBILE! Ma… mister Groviera?”

“Sta bene! Per fortuna lui è salvo”

Piani alieni per il pianeta “Terra”

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3.710 anni fa, sulla Terra è l’anno 1.694 a.C., in  Mesopotamia prosperano i Sumeri, in Sardegna nasce la civiltà nuragica mentre in Egitto regna la XIV dinastia e in Cina la dinastia Xia.

A 49 anni luce, sul quinto pianeta del sistema stellare che noi chiamiamo Trappist-1 gli alti rappresentanti di tre civiltà aliene tengono il loro simposio.

E’ presente una delegazione di quelli che noi terrestri chiamiamo Rettiliani, abitanti del quarto pianeta del sistema, i Pleiadiani del sesto pianeta e i padroni di casa, i simpatici Grigi.

Tema del simposio, la scoperta di un nuovo pianeta da colonizzare, precisamente il quarto pianeta di un sistema orbitante attorno a una stella di media grandezza; sto parlando del pianeta Terra, se non si fosse capito.

Il primo a parlare è il Sommo Patriarca degli Acquariani pleiadiano(che alcuni erroneamente chiamano Pleiadiani) il quale evidenzia che il pianeta in questione non appare tanto ospitale, con quelle stagioni così lunghe (“un anno di ben 365 giorni!”) e la luce abbagliante di quel sole.

rettilianoInterviene allora l’Arconte dei Rettiliani, massima autorità tra quella razza, sottolineando di contro la vastità dei mari che ricoprono il pianeta, tanto da poterlo definire un pianeta marino, anche se stranamente la specie più intelligente, pur essendo logicamente acquatica, non ha sviluppato alcuna civiltà ma preferisce nuotare placidamente nel mare lasciando alla razza degli umani il primato tecnologico.

Anche il Primario grigiodel Consiglio Superiore dei Grigi conviene sull’interesse per la Terra, ricordando che i Trattati che chiusero la guerra tra i Tre mondi prevedono un pieno accordo tra tutti sulla colonizzazione di un nuovo pianeta.

Riprende allora la parola il rappresentante acquariano, proponendo la classica invasione del pianeta, anche perché il basso livello tecnologico finora raggiunto dalle civiltà terresti renderà la conquista più che facile.  “Ci adoreranno come Dei” aggiunge l’alto alieno dai capelli bianchi.

La delegazione dei grigi annuisce in silenzio, inviando segnali telepatici di approvazione. Classico dei Grigi.

Prende allora la parola l’Arconte rettiliano, proponendo, invece di un’invasione in campo aperto, una tattica completamente diversa.  Infiltrarsi tra gli umani, assumere le loro sembianze, creare una una rete segretissima di controllo  con cui dominare gli abitanti della Terra senza che se ne accorgano usando come burattini i governanti degli umani o prendendo direttamente il loro posto, sfruttando la sorprendente somiglianza tra Acquariani e terrestri o la capacità dei Rettiliani di mutare l’aspetto fisico.

“E noi?” chiede deluso uno dei Grigi.

“Voi potete ritirare qualche umano e fare i vostri soliti esperimenti” risponde l’Arconte, ottenendo ampi segni di approvazione da parte dei Grigi, sempre ansiosi di sperimentare sulle razze aliene, fatto che un tempo creava tensione con gli Acquariani, memori di fatti risalenti a secoli prima al tempo dell’invasione grigia (“spedizione scientifica” correggono sempre i Grigi).

“Non capisco una cosa, però” prende la parola una delegata acquariana “che senso ha organizzare tutto questo complotto quando possiamo semplicemente invadere la terra con migliaia di astronavi e dischi volanti?  La gran parte di questi umani sono semplici cavernicoli…”

“E’ vero” conferma l’Arconte “ma che noia... l’abbiamo fatto tante volte, qui cambiamo, dai, che ci divertiamo un po’ con qualcosa di diverso…”.

Dopo ampia discussione, alla fine la proposta di Rettiliani viene approvata da tutti.  Restava solo un ultimo adempimento, come ricorda uno dei dignitari acquariani.

“Abbiamo qui con noi un rappresentante della specie più evoluta del pianeta Terra, regola vuole che sentiamo anche la sua parola, prima di dichiarare approvato il nostro piano”.

Per noi va bene” risponde il Delfino nella sua lingua di strilli e acuti.

La leggenda della Bissa

torre-bissara A fianco della Basilica palladiana di Vicenza c’è una torre altissima chiamata Torre Bissara; pochi conoscono l’origine del suo nome e la leggenda che vi è collegata, e quasi tutti ignorano perché non sia possibile visitare la Torre.

Un tempo, tanti anni fa, nella città di Vicenza viveva una donna bellissima di nome Bertilla ma che tutti chiamavano Tilla, che apparteneva a una delle famiglie più ricche e illustri della città.  Per essere dal fato dotata di siffatte fortune, invece di essere animata da buoni intenti e spirito d’amore fraterno, era divenuta viziata e vogliosa di avere qualsiasi cosa desiderasse, senza cura delle conseguenze.

Un domenica fuori dalla messa vide un uomo di bell’aspetto e dai modi eleganti, e non appena lo vide pensò che lo voleva fare suo.  Tilla era sposata con un brav’uomo, ma suo marito non era certo l’unico uomo che aveva portato nel suo letto.  L’aitante giovane visto sulle panche della chiesa non sarebbe stato né il primo né l’ultimo, e in fondo era un capriccio come un altro.  Costante, quello era il suo nome, però rifiutò la sua corte, non perché immune alla bellezza di Tilla, ma perché buon cristiano fedele alla sua giovane sposa.

Tilla, che nulla frapponeva alla soddisfazione delle sue brame, sparse allora per la città delle gravi maldicenze sulla sposa di Costante, di lei raccontando nient’altro che quello che lei stessa in realtà faceva e aveva fatto.  La gente è spesso bendisposta alle male parole, ancor di più se vengono da un volto angelico incorniciato da una chioma dorata e se ciò che si racconta ha un alone di malizia, e per tale cagione la reputazione della povera e innocente ragazza fu così rovinata, che il suo matrimonio rovinò e la sventurata ne morì.

Diletta non ebbe alcun rimorso o pentimento, ma il suo unico pensiero fu di ottenere l’immeritato premio della sua propria crudeltà, e usando la finzione di volerlo consolare concupì senza fatica il cuore e il corpo di Costante.

Un mattino però si presentò alla sua porta una vecchia venuta dalle valli occidentali del territorio vicentino, che le disse di avere un dono prezioso per lei.  Tilla non la volle nemmeno ascoltare, e la fece bastonare e cacciare via dalla servitù. La vecchia però non si arrese, e ogni mattino tornò di fronte al palazzo ove  viveva Tilla, fino a suscitare in lei la curiosità per il misterioso dono promesso.  Fu così che il quinto giorno Tilla fece entrare la vecchia, che le disse che avrebbe potuto assicurarle la vita eterna se fosse stata disposta a pagare il giusto prezzo.  Tilla le rispose sprezzante che il giusto prezzo era risparmiarle la vita e non gettarla in un pozzo, e che solo per pietà e per non averla più tra i piedi vi avrebbe aggiunto due ducati.  La vecchia allora estrasse un piccolo sacchetto da sotto il vestito e le gettò addosso la polvere che conteneva, dicendo perché si realizzasse l’incantesimo bastava la volontà di Tilla, che ridendo della vecchia e per prenderla in giro le rispose che sì, di certo non rifiutava un dono prezioso come vivere per sempre.  E poi la fece cacciare via negandole anche i due ducati promessi.

Meglio avrebbe fatto Tilla ad ascoltare un servo che veniva anch’egli dalle valli occidentali e che l’aveva invitata a diffidare della misteriosa vecchia che il servo sospettava fosse una delle streghe che tormentavano quelle contrade.

Passarono sette giorni e Tilla una notte ebbe un terribile incubo, in cui non riusciva a sollevarsi da terra e tutti la fuggivano atterriti.  Alla luce del giorno volle alzarsi per specchiarsi nella sua bellezza, ma non riuscì che a strisciare fuori dal letto.  Non capendo che fosse successo, si guardò le gambe e con orrore vide che erano ricoperte di squame.  Tornò a letto e non uscì dalla sua stanza per giorni, vietando a ognuno, compreso il suo ignaro marito, di vederla o parlarle, mentre un’orrenda mutazione trasformava il suo corpo splendido in quello di un’orrida biscia.

Quando ormai era troppo tardi Tilla disperata volla chiamare aiuto, ma dalla sua bocca uscirono solo sibili, strisciata fuori dalla sua stanza una serva la vide e cercò di colpirla, ella allora uscì di soppiatto fuori dal palazzo e si diresse in strada finché davanti a sé vide la Torre allora chiamata civica, e vi si infilò per nascondersi, salendo fino alla cupola in cima.

Sotto di sé stavano i tetti della città, attorno il cielo azzurro, ma all’improvviso la serpe che era stata la bella Tilla iniziò a sentire delle voci. Si guardò intorno, ma le voci provenivano dal basso.  E non erano voci qualunque, erano persone che sparlavano di altre, per pettegolezzo, astio o invidia.

Sentì una voce più nitida e più vicina, e vide accanto a sé la vecchia che la guardava sogghignando.  La strega le svelò di essere la madre della giovane che la sua cupidigia aveva fatto morire, e di avere appena compiuto la sua vendetta.  Il sortilegio di cui l’aveva fatta vittima aveva dato a Tilla, oltre alle sembianze di una biscia, il triste potere di ascoltare ogni mala parola che si dicesse in città, e di queste parole si sarebbe nutrita come fossero per lei cibo e bevanda.  E sarebbe rimasta in sembianza di serpente per sempre, perché quella era la promessa di eternità che ella ridendo aveva accettato,  fino al momento in cui il sole fosse sorto e tramontato per due volte senza che nella città di Vicenza nessuno avesse più detto maldicenze e falsità al danno di altri.

Con queste parole la vecchia si dileguò com’era apparsa, lasciando la biscia che un tempo era stata Tilla nella più profonda disperazione.

Passarono i giorni, le settimane e i mesi, la sventurata aveva provato invano a lasciarsi morire di fame e di sete  traendone invece conferma delle parole della strega, perché ogni cattiva parola che giungeva alle sue orecchie da rettile la nutriva e  la faceva divenire sempre più grande, finché la presenza nella torre di un enorme biscia divenne di conoscenza pubblica.

I maggiorenti della città proposero di cacciare via il mostro dalla Torre, ma dopo che due armigeri furono divorati vivi e i loro resti fatti precipitare dall’alto, e che stessa sorte ebbe un cavaliere cui nulla servì il suo impavido coraggio, nessuno più si offrì volontario di salire le scale per affrontare quella ormai tutti chiamavano la Bissa, neanche a fronte di laute ricompense.

Fu solo decretato che nessuno, per nessuna ragione, avrebbe potuto salire agli ultimi piani della Torre, e all’entrata fu posto un possente cancello.

La Bissa che un tempo era una donna di nome Tilla rimase quindi lì nella Torre, ingrandendo delle maldicenze che esalavano dalla città, e diventando sempre più grossa e sempre più mostruosa, fino a dare il suo nome alla Torre stessa, che iniziò a essere chiamata la Torre Bissara.

Ma in quale città di provincia passano due giorni interi senza una maldicenza o un pettegolezzo?

Oggi molti anni sono trascorsi, nessuno è più salito le ripide scale degli ultimi piani della Torre Bissara, e con i tempi moderni anche le scuse per non farlo si sono aggiornate, e invece di mostri e sortilegi si parla di questioni di sicurezza.

Vero è che se chiedete a qualche anziano vi racconterà che talvolta la notte, quando sono passate le tre, la Bissa esca dalla torre e attraversi in silenzio le contrade della città, non in cerca di prede vive, ma in preda alla nostalgia di quando attraversava le stesse vie vanitosa nei suoi abiti eleganti e agghindata di splendidi gioielli.

La favola della principessa nutria

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C’era una volta, tanto tanto lontano, una piccola cittadina dove vivevano tante piccole persone.  Alle piccole persone non piacciono tutte le cose che non conoscono e non capiscono, e per tale ragione un giorno gli abitanti della città decisero che le nutrie che vivevano nel fiume che attraversava la città erano troppe e molto molto pericolose, e che bisognava fare qualcosa.

Si riunì il consiglio comunale, e si decise che le nutrie dovessero essere tutte sterminate.

Un cacciatore, contento di potere sparare a qualcosa di nuovo, chiese al figlio di accompagnarlo alla battuta di caccia dei feraci animali; insieme andarono sul fiume, armati di tutto punto, e poi si separarono, ognuno camminando su uno degli argini.  A un certo punto il giovane vide una nutria che usciva dal fiume, la inseguì fino a raggiungerla.  Alzò allora il bastone per colpirla, ma quella all’improvviso gli parlò.

“Non uccidermi, giovane amico, non ho fatto nulla di male né a te né alla tua gente, ti prego risparmiami e io diventerò una moglie fedele ed esaudirò il tuo più grande desiderio”.

Il giovane rimase stupefatto, non sapeva che fare, ma certo non poteva colpire chi gli parlava con voce umana, che fosse vero o fosse la sua immaginazione, e allora gettò il bastone nel fiume e disse alla nutria che l’avrebbe risparmiata.  D’incanto l’animale scomparve in una nuvola celeste e quando la nuvola si fu diradata apparve un’incantevole ragazza dai lunghi capelli castani e dagli splendidi occhi neri contornati da lunghissime ciglia, che baciò il giovane sulla guancia.  Il giovane le diede il suo giaccone per coprirsi, e poi l’accompagnò lontano dal fiume, velocemente quasi temesse che qualche altro cacciatore di nutrie la riconoscesse, poi gridò al padre che non voleva più fare nulla e se ne tornò a casa insieme alla ragazza nutria.

Costei era bella e gentile, non appena a casa rivelò al giovane di essere una principessa zingara, trasformata in nutria da un maleficio che aveva colpito la sua famiglia per uno sgarro a un clan rivale.

Il giovane le andò subito a comprare degli abiti bellissimi, degni di una principessa, ma quando suo padre tornò non seppe trovare le parole giuste per spiegare come mai c’era quella bellissima ragazza a casa loro.  Suo padre non amava le nutrie, ma ancora meno gli zingari, e persino meno sapere che suo figlio aveva speso tutti i soldi che c’erano in casa per comprare dei vestiti a una sconosciuta.  Il giovane pensò allora di dire che era una poverella scappata da una guerra in un paese lontano, ma suo padre non amava nemmeno i poverelli che scappavano dalle guerre, al massimo era disponibile ad aiutarli a casa loro, ma giusto per dire, non mandandogli veramente dei soldi.

Così i due giovani fuggirono insieme, e la principessa gli propose di andare da suo padre, che li avrebbe accolti molto bene.

L’entusiasmo del giovane si placò di fronte all’ingresso dell’accampamento dove lo aveva condotto la principessa, una strada sterrata tra due case mobili in mezzo alla quale razzolavano due galline e si muoveva ciondolando un cane che pareva randagio.

La principessa invece scese tutta felice e le vennero incontro due uomini grandi e grossi di aspetto tale che chiunque vedendoli avrebbe cambiato marciapiede.  I due furono molto cordiali con lei, che indicò con gesti e sorrisi il giovane, e anche lui venne fatto entrare nel campo.  Piano a piano un piccola folla si radunò attorno ai due giovani, tutti felicitandosi per il ritorno della principessa.

“Andiamo da mio padre, adesso!” disse la principessa al giovane che si sentiva molto a disagio in quel luogo per lui così alieno.  Attraversarono il campo fino a una carrozza di fattura antica, come quelle dei circhi ambulanti di una volta, con sopra una scritta  dorata in un alfabeto sconosciuto.  La principessa prese il giovane per mano, e lo trascinò tutto titubante all’interno della carrozza.

Uno stupore immenso colse il giovane, passato l’ingresso della carrozza si apriva un mondo d’incanto, un meraviglioso palazzo con le pareti celesti e mille finestre che davano su meravigliosi laghi e rigogliosi giardini, ovunque lussuosi tappeti e sfarzose decorazioni.

Di fronte a loro, seduto su un trono, era assiso il Re degli zingari, che si alzò per venire incontro alla principessa, e abbracciarla in lacrime.   Poi si volse verso Giovanni, e abbracciò anche lui, ringraziandolo per avere salvato sua figlia, e promettendogli mille ricompense.

Il giovane rispose però che la migliore ricompensa era la mano di sua figlia, al che il Re si alterò, rispondendo che sua figlia da anni era già promessa a un altro, e che doveva mantenere la parola data.

La principessa prese la parola implorando il padre di cambiare idea, perché lei aveva promesso al giovane che lo avrebbe sposato se l’avesse salvata, e così si era spezzato l’incantesimo.  Il Re scosse perentorio la testa, e rispose che la promessa solenne di una principessa non può essere infranta, se non di fronte alla promessa solenne di un Re, e quello era appunto il caso.

Tutti mormorarono, ma il Re era fermo sulla sua decisione, e disse ai due giovani che ora dovevano separarsi, e che avrebbe accompagnato Giovanni nella stanza riservata agli ospiti d’onore.

Fu allora che il giovane si ricordò della seconda promessa della principessa, e le disse che voleva esprimere il suo desiderio.

“Il mio desiderio più grande è vivere insieme a te in un bellissimo palazzo solo per noi“.

Il Re, che aveva capito tutto, gridò “noooooo” ma un attimo dopo tutto svanì negli occhi della principessa, e subito dopo attorno ai due giovani apparve un palazzo non meno splendido di quello dove li aveva accolto suo padre, e c’erano solo loro due.

La principessa lo abbracciò e lo baciò con amore.

“Ora vivremo qui per sempre” gli sorrise, ma il giovane non comprese quanto fossero vere quelle parole.

Il palazzo non aveva uscita, e nessuno poteva entrarne o uscirne, perché lui aveva detto di desiderare “un palazzo solo per noi“.

La prima settimana d’amore fu splendida, ma alla fine anche se la munifica dispensa si rinnovava come per magia ogni giorno, il fatto di non potere uscire dal palazzo  e non potere mai incontrare nessuno non rendeva i due giovani felici.

Alla sera dell’ottavo giorno la principessa chiamò a sé il giovane, e gli disse che spesso esaudire un desiderio è la cosa più infelice che possa esserci, ma che nel loro caso c’era una soluzione, almeno fino alla mezzanotte di quel giorno.  Il giovane le chiese cosa si potesse fare, e la principessa gli illustrò la sua soluzione, e quale incantesimo la poteva realizzare.  Un minuto prima di mezzanotte i due giovani si recarono allora nella torre più alta del palazzo, si strinsero la mano e saltarono giù.

Per il giovane fu come risvegliarsi all’improvviso, in mezzo all’acqua torbida ma che ora lui trovava piacevole, e all’improvviso non era impacciato a nuotare come era sempre stato, ma lo trovava facile e naturale.  Sulla riva alti alberi proiettavano la propria ombra sul lago, di fronte a sé vide subito la principessa, nella sua pelliccia e con la sua lunga coda, e la vide bellissima ora che anche lui si era trasformato in una nutria. E insieme nuotarono affiancati, finalmente liberi.  E vissero felici e e contenti, perché nei dintorni non c’erano piccole città con piccoli abitanti.