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Amore a Venezia

È domenica sera, in una piangente Venezia, deserta com’è Venezia quando i turisti riprendono il treno o tornano nei loro alberghi.

Le studentesse fuorisede, uscite dalla Stazione, come fiume che si disperde nel delta si infilano nelle calli tornando nei loro appartamenti in affitto, loro quelle fortunate con la singola a Venezia e non la doppia a Mestre o il posto letto dalle suore, il trolley trascinato con la mano sinistra, lo smartphone nella mano destra, il messaggio al moroso rimasto su in valle

“mi manchi già”

e il senso di colpa si insinua, ma subito scompare mentre la ragazza dal passo rapido messaggia subito dopo

“stasera voglio fare la porca”

a Lorenzo che studia economia a Ca’ Foscari ma è simpatico lo stesso, peccato però che ancora lei non sa che stasera non ci si può vedere perché la mamma del suo coinquilino è salita su dal paese e anzi forse si ferma tutta la settimana magari facciamo da te, ma lo sai che Francesca non mi sopporta e se poi lo racconta a Patrick non voglio metterti nei casini, al limite andiamo a bere qualcosa fuori ma non stasera perché comunque la mamma di Enzo ci tiene che resto a cena.

E allora è subito confusione, e chissà se mi racconta la verità, in fondo sono venti minuti da casa mia a casa sua se cammino veloce, lui poi sta al piano ammezzato mi basta sbirciare dentro per capire se non me la sta menando, che poi era proprio quello che speravo per stasera, che in quella cosa lì è proprio bravo e pazienza se nel resto meno, e checcazzo mi sono pure messa le autoreggenti che in treno erano superscomode, ‘sto stronzo, che gli andasse di traverso la burrata o tutta la notte al cesso come quella volta che l’ho assaggiata io ma mai più…vabbé vediamo se c’è qualcosa in tivù, che poi domenica sera Venezia è proprio triste se lo sapevo prendevo domattina il regionale delle 7.27 che era pure meglio, chissà se c’è qualcosa su Netflix, e che starà facendo Patrick adesso poverino? Quasi quasi gli mando un messaggio

“ti voglio bene ciccio”

“anche io cucciola”.

Cucciola glielo dici alla gatta, e sennò poi è normale che una cerca qualcosa di più, è mica colpa mia però. Tanto poi rimettono il lockdown e sarai contento che resto con te in quel paesino di merda.

Vabbè, non c’è una serie con qualcuno davvero figo che almeno mi consolo?

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Il discorso di Totila

Totila

C’era una volta un principe ostrogoto, erano i tempi in cui quel popolo regnava sull’Italia, che voleva convincere la popolazione italica a unirsi al suo esercito per respingere gli invasori. Aveva preparato un bellissimo discorso sull’eguaglianza e l’affrancamento dei più poveri, e riunita tutta la popolazione iniziò a parlare loro, ma in ostrogoto.

I suoi generali gli consigliarono di parlare in latino, ché tutti lo avrebbero capito, ma lui si rifiutò

“l’ostrogoto è la lingua dei miei padri, la lingua in cui loro parlarono alle loro armate, e io voglio continuare a parlare in ostrogoto”

e così fece, con bellissime parole che nessuno capì, e così nessuno di quei popolani che se lo avessero inteso si sarebbe arruolato di slancio tra le sue file lo seguì.

Il povero principe ostrogoto, rimasto solo con 18 cavalieri, morì poco in battaglia colpito alla spalla da una lancia, perché nulla poté il suo coraggio di fronte al preponderante numero degli avversari. “Ma poi che cosa aveva detto?” si chiese il popolo mentre gli occupanti saccheggiavano le loro terre. “Chissà, forse non voleva che noi lo capissimo, magari voleva nasconderci qualcosa “.

Non avevano capito che quel principe ostrogoto fu il primo dei radical chic.

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… e se?

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Pensando al caso di Serbi, Bosniaci e Croati, uniti dalla lingua che un tempo veniva chiamata serbocroata ma divisi su tutto il resto, mi viene da pensare…

…e se nel 1266 Manfredi di Svevia non fosse stato abbandonato da una parte dei suoi soldati (proprio gli Italiani…) e avesse vinto a Benevento, sconfiggendo i soldati francesi di Carlo d’Angiò alleati del papato?

e se dopo questa vittoria, da Re di Sicilia, Manfredi per staccarsi dall’odiata Chiesa di Roma avesse (ri)portato il meridione d’Italia nell’alveo dell’ortodossia, abbandonando la confessione cattolica?

In fondo all’epoca, a due secoli dallo scisma tra cattolici e ortodossi, sarebbe stato abbastanza agevole e un passaggio di un regno da un’osservanza all’altra, e un Manfredi trionfatore avrebbe avuto i motivi e la forza per una simile scelta.  Sarebbe cambiato il destino della nostra penisola, ma non solo…

Se il Regno di Sicilia, che all’epoca comprendeva tutta l’Italia del Sud, fosse passato da Roma a Costantinopoli, dal Papa al Pope, oggi, ottocento anni dopo, avremmo gli abitanti del Centro Nord cattolici e i meridionali ortodossi.

In una situazione così, in cui le differenze religiose avrebbe accresciuto quelle linguistiche e culturali, diremmo forse diremmo che esiste un unico popolo italiano oppure, come nel caso della Jugoslavia, parleremmo di due popoli ben distinti, i Lombardi (come gli italiani del centro nord venivano spesso chiamati fino a pochi secoli fa) e i Siciliani?

Anche senza questa divisione religiosa, sono tante le differenze sociali, culturali, economiche e linguistiche tra Nord e Sud, che forse la risposta sarebbe positiva.

Chissà…

Di certo, sia nel caso dell’Italia che della Jugoslavia, l’impressione è che definire l’identità e i confini di una nazione e di un popolo sia davvero complesso e, alla fine, allafine dei conti artificiale e artificioso.