Asserismi · politica

Comico, prima di essere stupido

Le lettere dal carcere di Gramsci sono una miniera di passi divertenti quanto incredibilmente attuali. Straordinario è il passaggio in cui parla del piccolo borghese europeo, contrapposto a quello americano, il Babbit, come lo soprannomina lui. L’italiano medio, come diremmo oggi.

I piccoli borghesi europei, per Gramsci, sono più pittoreschi ma più stupidi e più ridicoli del loro corrispondente americano

il loro conformismo è intorno a una superstizione imputidrita e debilitante

mentre il conformismo americano è ingenuo e spontaneo, intorno a una superstizione energetica e progressiva.

Ma Gramsci non ne ha per nessuno, per lui lo stesso antiamericanismo

è comico, prima di essere stupido

ma è soprattutto il piccolo borghese europeo a finire sulla graticola della prosa del grande filosofo

Il piccolo borghese non può uscire da se stesso, comprendere se stesso come l’imbecille non può comprendere di essere imbecille (senza dimostrare con ciò di essere un uomo intelligente) per cui sono imbecilli quelli che non sanno di esserlo e sono piccoli borghesi i filistei che non sanno di esserlo. Il piccolo borghese europeo ride del particolare filisteismo americano, ma non si accorge del proprio,

Il piccolo borghese tipo poi

crede che il suo verso, e il suo qua-qua da ranocchio infisso nel pantano sia un canto di usignolo

perché è un filisteo di paesi conservatori, che imputridiscono nella palude stagnante del luogo comune della grande tradizione e della grande cultura.

Gramsci, mi pare chiaro, non le manda a dire, e la sua critica è acuta quanto feroce. La cosa però un po’ agghiacciante, a leggerlo, è constatare che quello che scriveva più di 85 anni fa sia oggi più attuale che a quell’epoca.

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A sinistra è sempre il 17 Brumaio

” Il linguaggio politico è diventato un gergo, si è formata l’atmosfera di una conventicola: a forza di ripetere le stesse formule, di maneggiare gli stessi schemi mentali irrigiditi, si finisce, è vero, col pensare allo stesso modo, perché si finisce col non pensare più

Parole immortali di Antonio Gramsci, che per paradosso della storia oggi si applicano benissimo proprio a quella parte politica che tiene Gramsci tra i propri numi tutelari (la più parte di loro, senza averne letto una riga, probabilmente).

cultura · Lettere dalla Quarantena · politica

In questo interregno

1918_antonio-gramsci

Quarantesimo giorno di Quarantena.

Confinati in casa si possono fare tante cose; una di queste è leggere gli scritti di altri confinati.

Di autori che hanno approfittato della prigionia per scrivere ce n’è più d’uno, Rustichello da Pisa (il vero autore de Il Milione sui viaggi di Marco Polo), il Marchese de Sade, Cervantes, Oscar Wilde, ma uno dei migliori di questa categoria è indubbiamente il nostro Antonio Gramsci, che incarcerato dal regime fascista per ragioni esclusivamente politiche (“bisogna impedire a quel cervello di funzionare” disse nella sua requisitoria il pubblico ministero), rimase in carcere per otto anni, e fino a quando le condizioni di salute glielo permisero scrisse una mole imponente di appunti, che dopo la sua morte vennero raccolte nei celeberrimi Quaderni dal carcere.

Per mia fortuna, ho ereditato nella mia libreria personale alcuni dei volumi in cui sono stati pubblicati, e in questi giorni sto leggendo quello intitolato Passato e presente.

Ciò che colpisce, leggendo Gramsci, è prima di tutto l’incredibile attualità delle sue analisi della società e della politica italiana, che per certi aspetti sono validissime ancora oggi. Certo, nessuno oggi catalogherebbe come “morti di fame” (testuale) i piccoli intellettuali in cerca di un qualsivoglia impiego decentemente retribuito, nello stato o in politica, pur di non dover fare un lavore manuale (d’altronde Gramsci scriveva per sé non pensando a una pubblicazione) ma la descrizione della cultura nazionale e di certe, purtroppo immutabili, caratteristiche del nostro popolo sembrano scritte l’altroieri. Così come i ritratti dei tanti opportunisti, che un secolo fa come oggi pullulano nella nostra penisola, e che per esempio avevo trovato nell’altro libro dei Quaderni di Gramsci che avevo letto (Sul Risorgimento).

Il secondo aspetto che colpisce, altrettanto forte, è la scrittura. Una scrittura asciutta, pulita, una prosa leggibilissima, la sapienza e l’erudizione di Gramsci si intuiscono, sono evidenti, ma mai esibite.

La frase da cui ho preso il titolo di questo post ne è un esempio

il vecchio muore e il nuovo non può nascere; e in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati

ma se ne potrebbero trovare altre decine nelle pagine di Gramsci, la cui lettura viene facile e scorrevole.

Oggi di converso spesso leggiamo testi inutilmente prolissi, e specie se si ha la ventura di avere passione per la politica si leggono lunghi mappazzoni in cui la supponenzadell’autore è pari solo all’inutilità di quello che scrive . Viene da pensare che la colpa di questo diluvio di parole sprecate stia nel computer e nella facilità della videoscrittura. Scrivere al computere o sul telefonino è facile, le lettere prendono forma in pochi istanti e si perde il senso delle parole e delle frasi.

All’epoca di Gramsci scrivere era un esercizio manuale, una penna sulla carta, cancellare e correggere non era semplice, e allora ogni singola parola pesava e contava. Se anche solo una persona, lette queste mie righe, riscoprisse la scrittura di Gramsci (dando così un senso a questo mio post) vedrebbe quante poche parole utilizza per esprimere concetti complessi e idee pesanti. Tutto il contrario di chi spreca parole e frasi per dire banalità di cui il mondo ben potrebbe fare a meno.

Spero di non essere tra quelli, per cui mi fermo a scrivere e torno a leggere, sperando che oggi sia l’ultimo giorno di clausura e che domani, quando sapremo il risultato dell’ultimo tampone, sia il giorno della nostra ritrovata libertà.