Wikileaks: gli Stati Uniti nascondono l’esistenza degli gnomi

gnomi real

(ANSA) Mosca 1 Apr. – È di quelle che lasciano a bocca aperta la notizia trapelata da fonti russe, e svelata dall’agenzia Notizija, secondo cui tra gli ultimi documenti riservatissimi resi pubblici da Wikileaks ci sarebbe la prova di un accordo segreto, risalente addirittura alla presidenza Nixon, tra gli Stati Uniti d’America e gli gnomi delle Dolomiti.

Si tratterebbe di un patto d’intesa e collaborazione siglato nel 1971 dal Segretario di Stato americano e il Connestabile dell’Enrosadira delle Dolomiti, che tra le altre cose vincolava gli Stati Uniti a mantenere sempre segreta l’esistenza stessa degli gnomi dolomitici e del loro regno, e dall’altra parte garantiva all’amministrazione americana l’accesso a tutta una serie di informazioni dal sottomondo.

Non appena uscita la notizia, è arrivata la ferma smentita del Cancelliere dell’Enrosadira, che ha negato sia l’esistenza del patto segreto che dello stesso regno degli gnomi. “È solo una favola per bambini” ha dichiarato l’alto esponente del piccolo regno.

La leggenda della Bissa

torre-bissara A fianco della Basilica palladiana di Vicenza c’è una torre altissima chiamata Torre Bissara; pochi conoscono l’origine del suo nome e la leggenda che vi è collegata, e quasi tutti ignorano perché non sia possibile visitare la Torre.

Un tempo, tanti anni fa, nella città di Vicenza viveva una donna bellissima di nome Bertilla ma che tutti chiamavano Tilla, che apparteneva a una delle famiglie più ricche e illustri della città.  Per essere dal fato dotata di siffatte fortune, invece di essere animata da buoni intenti e spirito d’amore fraterno, era divenuta viziata e vogliosa di avere qualsiasi cosa desiderasse, senza cura delle conseguenze.

Un domenica fuori dalla messa vide un uomo di bell’aspetto e dai modi eleganti, e non appena lo vide pensò che lo voleva fare suo.  Tilla era sposata con un brav’uomo, ma suo marito non era certo l’unico uomo che aveva portato nel suo letto.  L’aitante giovane visto sulle panche della chiesa non sarebbe stato né il primo né l’ultimo, e in fondo era un capriccio come un altro.  Costante, quello era il suo nome, però rifiutò la sua corte, non perché immune alla bellezza di Tilla, ma perché buon cristiano fedele alla sua giovane sposa.

Tilla, che nulla frapponeva alla soddisfazione delle sue brame, sparse allora per la città delle gravi maldicenze sulla sposa di Costante, di lei raccontando nient’altro che quello che lei stessa in realtà faceva e aveva fatto.  La gente è spesso bendisposta alle male parole, ancor di più se vengono da un volto angelico incorniciato da una chioma dorata e se ciò che si racconta ha un alone di malizia, e per tale cagione la reputazione della povera e innocente ragazza fu così rovinata, che il suo matrimonio rovinò e la sventurata ne morì.

Diletta non ebbe alcun rimorso o pentimento, ma il suo unico pensiero fu di ottenere l’immeritato premio della sua propria crudeltà, e usando la finzione di volerlo consolare concupì senza fatica il cuore e il corpo di Costante.

Un mattino però si presentò alla sua porta una vecchia venuta dalle valli occidentali del territorio vicentino, che le disse di avere un dono prezioso per lei.  Tilla non la volle nemmeno ascoltare, e la fece bastonare e cacciare via dalla servitù. La vecchia però non si arrese, e ogni mattino tornò di fronte al palazzo ove  viveva Tilla, fino a suscitare in lei la curiosità per il misterioso dono promesso.  Fu così che il quinto giorno Tilla fece entrare la vecchia, che le disse che avrebbe potuto assicurarle la vita eterna se fosse stata disposta a pagare il giusto prezzo.  Tilla le rispose sprezzante che il giusto prezzo era risparmiarle la vita e non gettarla in un pozzo, e che solo per pietà e per non averla più tra i piedi vi avrebbe aggiunto due ducati.  La vecchia allora estrasse un piccolo sacchetto da sotto il vestito e le gettò addosso la polvere che conteneva, dicendo perché si realizzasse l’incantesimo bastava la volontà di Tilla, che ridendo della vecchia e per prenderla in giro le rispose che sì, di certo non rifiutava un dono prezioso come vivere per sempre.  E poi la fece cacciare via negandole anche i due ducati promessi.

Meglio avrebbe fatto Tilla ad ascoltare un servo che veniva anch’egli dalle valli occidentali e che l’aveva invitata a diffidare della misteriosa vecchia che il servo sospettava fosse una delle streghe che tormentavano quelle contrade.

Passarono sette giorni e Tilla una notte ebbe un terribile incubo, in cui non riusciva a sollevarsi da terra e tutti la fuggivano atterriti.  Alla luce del giorno volle alzarsi per specchiarsi nella sua bellezza, ma non riuscì che a strisciare fuori dal letto.  Non capendo che fosse successo, si guardò le gambe e con orrore vide che erano ricoperte di squame.  Tornò a letto e non uscì dalla sua stanza per giorni, vietando a ognuno, compreso il suo ignaro marito, di vederla o parlarle, mentre un’orrenda mutazione trasformava il suo corpo splendido in quello di un’orrida biscia.

Quando ormai era troppo tardi Tilla disperata volla chiamare aiuto, ma dalla sua bocca uscirono solo sibili, strisciata fuori dalla sua stanza una serva la vide e cercò di colpirla, ella allora uscì di soppiatto fuori dal palazzo e si diresse in strada finché davanti a sé vide la Torre allora chiamata civica, e vi si infilò per nascondersi, salendo fino alla cupola in cima.

Sotto di sé stavano i tetti della città, attorno il cielo azzurro, ma all’improvviso la serpe che era stata la bella Tilla iniziò a sentire delle voci. Si guardò intorno, ma le voci provenivano dal basso.  E non erano voci qualunque, erano persone che sparlavano di altre, per pettegolezzo, astio o invidia.

Sentì una voce più nitida e più vicina, e vide accanto a sé la vecchia che la guardava sogghignando.  La strega le svelò di essere la madre della giovane che la sua cupidigia aveva fatto morire, e di avere appena compiuto la sua vendetta.  Il sortilegio di cui l’aveva fatta vittima aveva dato a Tilla, oltre alle sembianze di una biscia, il triste potere di ascoltare ogni mala parola che si dicesse in città, e di queste parole si sarebbe nutrita come fossero per lei cibo e bevanda.  E sarebbe rimasta in sembianza di serpente per sempre, perché quella era la promessa di eternità che ella ridendo aveva accettato,  fino al momento in cui il sole fosse sorto e tramontato per due volte senza che nella città di Vicenza nessuno avesse più detto maldicenze e falsità al danno di altri.

Con queste parole la vecchia si dileguò com’era apparsa, lasciando la biscia che un tempo era stata Tilla nella più profonda disperazione.

Passarono i giorni, le settimane e i mesi, la sventurata aveva provato invano a lasciarsi morire di fame e di sete  traendone invece conferma delle parole della strega, perché ogni cattiva parola che giungeva alle sue orecchie da rettile la nutriva e  la faceva divenire sempre più grande, finché la presenza nella torre di un enorme biscia divenne di conoscenza pubblica.

I maggiorenti della città proposero di cacciare via il mostro dalla Torre, ma dopo che due armigeri furono divorati vivi e i loro resti fatti precipitare dall’alto, e che stessa sorte ebbe un cavaliere cui nulla servì il suo impavido coraggio, nessuno più si offrì volontario di salire le scale per affrontare quella ormai tutti chiamavano la Bissa, neanche a fronte di laute ricompense.

Fu solo decretato che nessuno, per nessuna ragione, avrebbe potuto salire agli ultimi piani della Torre, e all’entrata fu posto un possente cancello.

La Bissa che un tempo era una donna di nome Tilla rimase quindi lì nella Torre, ingrandendo delle maldicenze che esalavano dalla città, e diventando sempre più grossa e sempre più mostruosa, fino a dare il suo nome alla Torre stessa, che iniziò a essere chiamata la Torre Bissara.

Ma in quale città di provincia passano due giorni interi senza una maldicenza o un pettegolezzo?

Oggi molti anni sono trascorsi, nessuno è più salito le ripide scale degli ultimi piani della Torre Bissara, e con i tempi moderni anche le scuse per non farlo si sono aggiornate, e invece di mostri e sortilegi si parla di questioni di sicurezza.

Vero è che se chiedete a qualche anziano vi racconterà che talvolta la notte, quando sono passate le tre, la Bissa esca dalla torre e attraversi in silenzio le contrade della città, non in cerca di prede vive, ma in preda alla nostalgia di quando attraversava le stesse vie vanitosa nei suoi abiti eleganti e agghindata di splendidi gioielli.

Lo chiamavano Zi’ ‘Nzara

Le calde sere d’estate a Castelmonte Cozzuto, quando i ragazzini vanno a trovare i nonni per bere un buon bicchiere di latte di mandorle e se sono fortunati mangiare qualche marzapane avanzato e se sono fortunatissimi una cassatella di quelle buone, lo sanno che c’è una regola da rispettare: non accendere mai la luce con la porta o la finestra aperte.

Si sa come sono i ragazzini oggi, non ascoltano mai le persone anziane, e fanno quello che vogliono, e allora i nonni che sanno raccontare le storie li avvertono di stare attenti nelle notti d’estate a tenere la finestra della camera aperta con la luce accesa “perchè ci arriva Zi’ ‘Nzara, e a Zi’ Nzara ci piacciono le fimmine ma sopra tutto i picciriddi“.

Zi’ ‘Nzara di giorno sembra uno di noi, è uno del paese… ma nessuno sa chi è.  Si sa solo che se un ragazzino o una donna fanno l’errore di aprire la finestra senza avere spento la luce Zi’ ‘Nzara entra dalla finestra, e non lo si vede perchè sa rendersi quasi invisibile, solo il suo ronzio si fa sentire, ma allora quasi sempre è troppo tardi, Zi’ ‘Nzara  colpisce le sue vittime senza pietà e gli cava tanto di quel sangue che l’indomani li vedi passeggiare pallidi e smunti che paiono lenzuola lavate nella candeggina.

Basta già questo per spaventare i ragazzini, ma anche a Castelmonte Cozzuto ci sono quelli che vogliono sempre sapere di più, ma chi è questo Zi ‘Nzara, e perchè fa così?

Zi’ ‘Zara, raccontano gli anziani che tengono memoria, ha il sangue nero, perchè dovete sapere che tanti e tanti anni fa uno dei demoni che San Vincenzo beneamato cacciò dalla caverna se ne fuggì per le campagne vicino all’Etna, e lì capitò in una casa dove c’era una giovane sposa, la trovò bella e la concupì nel buio fingendosi il marito, e dopo nove mesi la sventurata partorì il figlio del demonio, che fu il primo Zi’ ‘Nzara, e il primo di una lunga serie, e fece molti figli che si dispersero in tutta l’isola e anche a Castelmonte Cozzuto arrivò un rivolo di quel fiume malefico.

‘Ecco perchè, picciriddi miei, la notte d’estate tenete sempre spenta la luce, e se potete e il caldo non è troppo, non aprite le finestre, perchè stanotte Zi’ ‘Nzara potrebbe arrivare anche per voi”.

Il Grande Pasqua

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Se tra 50 mila anni, quando ormai della nostra civiltà si sarà persa la memoria, e archeologi degli umanoidi di quel lontano futuro o di una civiltà aliena in visita nel nostro Pianeta scopriranno le tracce di una festa chiamata Pasqua, che cosa ne penseranno?

Forse penseranno che in quei giorni si ricordava il Grande Pasqua.

Una cosa tipo…

Il vero nome del Grande Pasqua era Gesù di Nazaret o Jehousha bin Josip, era un Mago dai grandi poteri, che aveva come aiutanti tanti simpatici coniglietti magici; il Grande Pasqua aveva in particolare il potere di creare delle uova magiche, per esaudire i desideri e le speranze delle persone che lo evocavano.  Chi riceveva l’uovo magico trovava una sorpresa altrettanto magica, che però quasi mai corrispondeva alle aspettative.  Era il nato negativo del potere del Grande Pasqua.  Colpa dei coniglietti troppo sindacalizzati, probabilmente.

Il Grande Pasqua originariamente viveva in un posto dove la gente non gli voleva niente affatto bene, lo condannavano a morte e poi però lui, avendo anche il potere di autorigenerarsi, risorgeva e si vendicava dei propri nemici che allora scoprivano che in realtà Gesù di Nazaret e il Grande Pasqua erano la stessa persona.  Poi però si ritirava al Polo Sud, dove viveva insieme ai suoi coniglietti in un Oasi magica di fiori, campanelli, colombe gioiose e ramoscelli d’ulivo.  Nessuno diceva che le colombe portano malattie, nel Paese magico del Grande Pasqua.

In quell’epoca si festeggiava il Grande Pasqua con lunghe abuffate festose, la cui durata si allungava man mano che si arriva all’equatore, fino ad arrivare ai pranzi di 37 ore del Ghana e di Reggio Calabria (ex aequo).  I fan più ferventi del Grande Pasqua facevano anche degli incontri speciali dove si cantavano cori per il loro eroe, anche se poi ognuno lo faceva a suo modo e diceva che quelli degli altri non andavano bene.

I vampiri di Montescontego

per i miei cari appassionati di vampiri & co…

Italia a colori

montescontegoCi sono vampiri nel Veneto?  Ad aprile del 2014 il prof. Giuseppe Bisetto , esperto di culti religiosi, ha parlato publicamente della supposta esistenza in questa regione di una setta “vampiresca”, ma questo nulla ha a che fare con gli antichi racconti di morti si risvegliano nella notte per andare alla ricerca di vittime.

Si racconta di un paesino nei monti della Lessinia, nel Veneto occidentale, oggi cancellato dalle mappe, o che forse ha cambiato nome, e che un tempo era noto come Montescontego, dove si racconta che agli inizi del settecento un uomo del posto, un certo Zane (o Gianni) Grando, conosciuto in vita come “senza Dio”, gran bestemmiatore e donnaiolo, e che i compaesani chiamavano “strigòn“, dopo la morte avvenuta in modo violento (secondo alcuni perché ucciso dal marito di una delle sue amanti), passati 6 mesi e 6 giorni si fosse risvegliato dalla morte…

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Romanso viṡentin

gatoGhe ṡera ‘na volta un gato che voeva deventar un cristiàn.

Cussì iera drìo ciacolarghe ai altri gati, e un ghe dise:

“Vù tu saver come devantar un crìstian? Varda che ghe ṡè un masc’io a Montecio, che el ṡè la bestia più intelijente de tute, e che se te ghe dimandi qualunque roba, el te rispondi, vaghe chieder a eo cossa che te ghe da fare“.

El gato, che el iera miga mona, el va da el masc’io e el ghe dimanda come che el poderìa deventar un omo.  El masc’io che ribate:

“Te ghe de ‘ndar a Creàso,  tòr una scianta de procolo fiolaro, e magnartelo”.  El gato no el jera massa convinzesto, ma el masc’io ghe dise

“No te me credi? Sta ‘tento: ghe tu mai visto un can magnarse el brocolo fiòlaro?  O un vèdeo?  O un conicio? O un musso?  O una galìna?  Solo i crìstiani magna el brocolo fiòlaro… e vù tu saver perché?  Perché nel momento che te lo magni te deventi imediatamente un crìstian”.

“Te sì propio una bestia ‘sai intelijente” che dise el gato, e subito el se meti suso a corèr per rivàr a Creàso, dove (come sa tuti) cressi quel brocolo fiolaro che no ghe ṡe compagno.

Rivà a Creàso, el gato el entra in un campo, de scondòn del contadin e càta do’ fìoi de brocolo che el dovarìa magnar.  Basterìa magnarli e el podarìa deventar un crìstian come gavea sempre volùo.  Ma no ghea fa.

“Mi son un gato” el disi “me piase i sorzi, i osei, ‘e sariandole, anca i pessi se qualchedun me li càta, ma de magnar ‘sta roba no go mìga  voja” e cussì disendo el buta in tel foso el brocolo e el torna a casa sua.

La morale de la storia ṡe che sarìa mejo no ‘scoltar chi pensa de gaver tute le risposte, ma se anche te lo fa, mejo che te se refi a l’ultimo.

Piccolo  glossario per foresti:

Brocolo fiolaro: variante di broccolo coltivata nelle colline di Creazzo, vicino a Vicenza; i germogli sono detti fìoi

Catàr / tor: prendere

Crìstian: essere umano, è un modo di dire talmente assurdo (gli umani non cristiani cosa sono, allora?) da essere quasi divertente in questo contesto

Conicio: coniglio

Masc’io: maiale maschio

Musso: asino

Refar(se): ravvedersi

Sariandola: lucertola, qui in realtà ho usato un prestito dal veneto istriano, perché mi andava così

Scianta: un poco

I pascoli delle bufale

maremmane

Perchè internet è diventato il pascolo delle bufale?

Risposta n. 82

C’è stato un tempo, due vite fa, in cui ho passato alcune giornate in una landa desolata dell’Alto Lazio, in completa solitudine con l’eccezione di mandrie di bufale maremmane che sonnolente occupavano il territorio. Nonostante la mole e lunghe corna, le bufale sono animali mansueti e tranquilli e posso dire che mi facevano quasi compagnia.

Chissà se in quei luoghi pascolano ancora le bufale.

Di certo popolano, sempre più numerose, le praterie di internet, dove il loro numero si moltiplica sempre di più. Scie chimiche, complotto dell’11 settembre, cure miracolose contro il cancro, vaccini che provocano l’autismo, signoraggio, immigrati beneficiari di straordinari privilegi, malattie fabbricate in laboratorio, il povero Nikola Tesla declinato in mille modi, misteriose società segrete che dominano il Mondo, ormai internet è diventato il megafono delle teorie più assurde e strampalate, che sul web sopravvivono e prolificano sempre più.

Perchè? E soprattutto, come può essere che spesso a credere a tali panzane siano anche persone di buon livello culturale? E come può essere che uno strumento moderno come internet sia oggi il maggiore mezzo di diffusione della superstizione?

La risposta non è facile, per dirla tutta questo post è una Risposta senza risposte.  Forse una ragione sta nella rinascita  della superstizione; mentre la scienza facendo sempre più progressi diventa sempre più incomprensibile, la massa comincia a dubitare di ciò che non capisce e allora finisce con il credere più a teorie elementari e semplicistiche.  Meglio credere che se bevi acqua frizzante guarisci dal tumore che alla dura verità delle vere terapie.

In fondo,  chi corre dietro alle bufale forse appartiene alla stessa categoria di chi affolla i pullman per Medjugorje, persone che impaurite dalla complessità del mondo cercano soluzioni semplici e lontane dalla famigerata “scienza ufficiale”, e che credono che il mondo, invece di essere quel caos disorganizzato che è, in realtà è governato da qualche Entità superiore, per alcuni il gruppo Bildeberg per altri la Madonna, e dietro la caoticità del tutto in realtà c’è un piano (malefico e benefico a seconda dei gusti).

Io sono, lo confesso, un divertito appassionato di bufale, che ricerco e che mi fanno ridere fin da quando, agli albori di internet, era uscita la storia (ovviamente assolutamente infondata) del ritrovamento delle rovine del ponte che il Dio Rama aveva costruito migliaia di anni fa tra l’India e lo Sri Lanka.  Ma era una bufala innocente, come quelle sui vampiri o gli alieni che trovate su questo blog; invece oggi purtroppo quando gli effetti negativi della diffusione delle bufale cominciano a concretizzarsi nel mondo reale, le bufale mi fanno sempre meno ridere.