La via dell’efflorescenza

esserediluce

Grazie alla collaborazione con Bellarix Psicognostica, rivista purtroppo rinvenibile su abbonamento solo nel deep web (non chiedetemi perché, il direttore della rivista è sempre molto imperscrutabile), siamo in grado di pubblicare, primi e unici in Italia, un’intervista esclusiva al famosissimo guru Pathcoulai Rabhan, Maestro, fondatore (lui preferisce “riscopritore”) del movimento dell’efflorescence spirituality, il nuovo movimento adesso in auge e di gran moda nella California che conta.

D: “Maestro, Lei spesso afferma che bisogna abbandonare l’effervescenza, a favore dell’efflorescenza, cosa significa esattamente?”

P: “Nella società contemporanea noi, o sarebbe meglio dire voi visto che chi come me ha scelto un’altra strada è libero da questa schiavitù, voi siete schiavi dell’effervescenza, dell’impulso irrefrenabile a fare, produrre, consumare, mangiare, vivere.  Un impulso che crea stress, ansia, panico, malattia; la mia Scuola insegna a liberarsi dell’effervescenza, per scegliere un’altra modalità di vita”

D: “Quella che Lei, con una fortunata locuzione, ha denominato efflorescenza…”

R: “La via delll’efflorescenza è insieme via e vita, parola che in molte lingue contiene le lettere di via, e in altre no, per esempio in inglese life non c’entra nulla con street, ma comunque non importa, posso fare l’esempio con il sanscrito e fa anche più effetto; se scegli la via dell’efflorescenza scegli di rimanere fermo e rifiorire della tua emotività interiore, riscoprendo la vera felicità, che hai dentro di te, il tuo samsara interiore; questa è l’efflorescenza, ma sarebbe disonesto dire che l’ho chiamata io in questo modo…”

D: “Siamo al punto che lascerà molti “scettici” un po’ dubbiosi”

Il Maestro Rabhan sorride sotto la barba, aspira dal piccolo narghilè riempito -mi assicura- solo di aromi floreali, e poi risponde.

R: “La via dello scettico è lo scetticismo.  La mia invece è quella dell’accettazione.  L’accettazione della verità.  E della realtà del mio incontro con gli esseri della luce

D: “Nel suo best seller I sette sentieri verso l’efflorescenza Lei impiega molte pagine a spiegare la differenza tra gli esseri della luce e gli angeli delle varie tradizioni”

R: “Gli angeli e i demoni, non dimentichiamo questi ultimi; gli esseri della luce non possono essere dipinti come esseri tutti buoni, né ovviamente il contrario; si tratta di creature che vibrano a un’altra lunghezza d’onda rispetto a noi, che condividono il nostro stesso continuum spazio temporale ma che noi non riusciamo quasi mai a percepire, o non vogliamo farlo, come gli scienziati quando si trovano di fronte alle prove empiriche di anomalie inspiegabili e non ammettono che sono le loro teorie di partenza ad essere sbagliate”

D: “Lei ha scritto e racconta sempre che incontrare gli essere di luce è possibile, che Lei lo ha fatto e che chiunque può farlo”

R: “Sì, è così; ho costruito il mio Bija-Ashram nel mezzo di una  foresta nel nord della California, non lontano dalla famosa Napa Valley, perché era un luogo libero dai frutti velenosi dell’effervescenza: telefonini, sistemi wireless, microonde, telecomandi e tutto ciò che produce onde elettromagnetiche, che interferiscono con le nostre percezioni extrasensoriali e ci rendono impossibile comunicare con gli esseri della luce e con altre entità; ha notato, e non è un caso, che da quando la nostra civiltà è stata invasa dall’elettricità e dai suoi figli i racconti di fenomeni c.d. “paranormali” sono radicalmente diminuiti?  Non è un caso, è causa-effetto!”

D: “Quindi nel suo bija-ashram si possono incontrare gli angeli?”

R: “E’ un luogo dove sperimentare e riscoprirsi insieme.  Ma prima di tutto bisogna sapere che gli esseri della luce non sono quelli che tramanda la tradizione.  Gli esseri della luce sono molti, ognuno ha la propria individualità, come noi esseri umani ma anche di più, perché si tratta di intelligenze di livello superiore, che noi possiamo solo provare a comprendere.  Ci sono esseri della luce  che vogliono aiutarci, altri che magari godono o si nutrono della nostra sofferenza, e altri ancora che semplicemente ci deridono e ci prendono in giro, e purtroppo molte delle “rivelazioni” alla base di alcune religioni o credenze sono nate da scherzi con cui qualche essere di luce si è divertito ai danni dell’umanità, e di qualche “profeta” troppo ingenuo”

D: “Ma come può essere certo che invece a Lei gli esseri della luce dicano la verità?”

R: “E’ molto semplice: perché non ho parlato con un solo essere della luce, ma con molti di loro, in tante occasioni e in tanti “luoghi”, e nel tempo ho imparato a distinguerne l’essenza.  Inoltre ho avuto la  guida di Samsa Bakhmati, il mio maestro, che mi ha mostrato i tre chakra nascosti e ha condiviso con me altre conoscenze che mi sono servite da guida nel mio percorso di scoperta”

D: “Sa che alcuni dei suoi detrattori mettono in discussione la stessa esistenza di Samsa Bakhmati e degli otto maestri sconosciuti che lo avrebbero preceduto…”

R: “Scetticismo e creduloneria sono due facce della stessa medaglia; e sono due esempi dell’effervescenza di cui è affetto il nostro mondo.  A me non importa delle parole di chi non crede a me o alle verità che insegno.  La mia è un’offerta al mondo, che ognuno è libero di accettare o di rifiutare; a questo proposito le voglio raccontare un aneddoto: nel mio ashram vivono molti gatti, animali adorabili che a differenza di noi sanno vedere perfettamente gli esseri di luce; però sono sempre animali, e quando porto loro del cibo nuovo, che magari non conoscono, e lo distribuisco nelle ciotole, solo alcuni  lo accettano e mangiano, mentre altri magari si allontanano dubbiosi; io sono certo che il cibo che offro loro è buono, ma non posso imporli di mangiarlo, e non voglio, perché dev’essere una loro scelta“.

Il tempo dell’intervista sta scadendo, il Maestro Rabhan deve prendere l’aereo per andare a visitare un posto tra Slovenia e Austria dove fondare anche in Europa un Bija-Ashram; ci congediamo con una  forte stretta di mano, un gradito dono da parte del Maestro (il famoso mala invisibile che si può percepire solo con la propria dimensione spirituale), e la promessa di incontrarci di nuovo per approfondire i temi del nostro incontro.

 

 

Il Cacciatore di Suicidi

Per alcuni la vita è troppo dura, per altri la vita è troppo breve.

Il Cacciatore di suicidi era uno di questi; di quelli per cui la vita è troppo breve.

In quest’epoca il Cacciatore di suicidi è una persona distinta, veste sembre in abito scuro,  ma non mette mai la cravatta. Si fa chiamare il Dottore, e non si sa perché. Forse un tempo curava le persone, a quel tempo quando tutto è cominciato.

Il Cacciatore è una persona attaccata a questa vita, eppure la morte è una parte importante della sua esistenza, anche se lui dice che non è vero, che il suo scopo è andare in cerca dei brandelli di vita che i suicidi non vogliono, che gettano nella spazzatura, e che lui raccoglie, come se si occupasse della raccolta differenziata delle vite non volute, dice proprio così.

Quando tutto è cominciato la medicina non era come oggi, le persone morivano facilmente, bastava un malanno che oggi si curerebbe con qualche pillola, all’epoca scienza e magia erano quasi un tutt’uno e di continuo di scambiavano i ruoli.  Tra il fisico e l’alchimista, tra il medico e lo stregone quasi non c’era differenza. Scienza e magia. Il Cacciatore passò dall’una all’altra quasi senza accorgersi, e quasi senza accorgersi trovò il Modo di prendere e fare propri i pezzi di vita che altri gettavano via.

Non è sempre uguale, mi spiega il Cacciatore. Puoi trovare un suicida che aveva molta vita da  vivere, che ha deciso di interrompere molto presto la strada tracciata dal destino, e allora ciò vuol dire un guadagno di molto tempo, di anni, una volta furono decenni e il Cacciatore si rivide nello specchio quasi adolescente.

Altre volte la vita è due volte beffarda con quegli infelici; il Cacciatore si ricorda di un giovane nel pieno degli anni, che si gettò dentro un fiume per una pena d’amore. Lui raccolse la sua vita rimasta, ma si accorse che erano poche ore. Un accidente fulminante l’avrebbe comunque ucciso il giorno dopo.

Sa che lo chiamano il Cacciatore, e non gli fa piacere, ma lo accetta, sono molti anni che percorre le strade del mondo e conosce bene le persone. Ma ci tiene a precisare che ogni cosa è consensuale, e che a ogni suicida lui chiede il permesso di prendere quello che l’altro non vuole più. E’ uno scambio alla pari, uno raccoglie quello che l’altro getta via.

Gli chiedo se abbia mai provato a dissuadere le sue vittime. Mi confessa che è tale il suo amore per la vita che deve reprimere la rabbia verso chi vi rinuncia spontaneamente, e un tempo per questo motivo si spingeva fino a provare a convincere l’aspirante suicida a rinunciare, a ricominciare a vivere, specie quando si trattava di giovani, di adolescenti pronti a uccidersi senza aspettare la svolta che era giusta lì, appena dietro l’angolo.

Ma questo accadeva una volta, quando era ancora umano.

Adesso seleziona prima i suoi donatori, come li chiama lui, tra le persone che hanno già irrevocabilmente deciso, tra le persone che avrà meno la tentazione di fermare, di dissuadere, di salvare.

Adesso si preoccupa solo di essere lì, di apparire all’improvviso, di recitare la sua presentazione.

Lui può aiutare a fare quel passo, basta dire di sì e tutto sarà più lieve, basta dire di sì e il trapasso sarà dolce e indolore, resteranno solo le apparenze, le apparenze sono importanti, specie per chi si suicida in faccia e in odio a chi rimane, e a chi importa se quel corpo che penzola dal soffitto o che emerge dai flutti era già morto prima di morire?

Gli chiedo se l’inspiegabile che solo può spiegare la sua stessa esistenza non sia per lui una prova sufficiente che la morte non è l’ingresso nel nulla, che c’è altro dopo la vita terrena e che quindi forse non dovrebbe più cercare di rimandare la morte inseguendo quest’unica e lunghissima vita. Mi dice che cosa sia l’aldilà rimane un mistero anche per lui, e che forse l’ìnsopprimibile angoscia che lo attanaglia per anni nonostante una vita passata sulla soglia della morte è forse la punizione di Dio per la sua esistenza contronatura.

Il Cacciatore sa che dovrebbe arrendersi, sa che non sta facendo la cosa giusta, che è condannato a errare per sempre finché non accetterà il destino di tutti gli esseri umani. Ma come una persona da troppo ferma sulla soglia, continua a dire agli altri di passare prima loro.

Ailurantropìa (ep. 24)

Se fino ad oggi La Nave de Los Monstruos aveva raccolto più campioni del trash che veri e propri mostri, con il post di oggi vogliamo invece dare spazio a una di quelle creature che preferiamo definire diversamente teriomorfi.

Si tratta dell’ailurantropo, impropriamente chiamato uomo o donna gatto, e per farlo E’ scientificamente dimostrato ha intervistato la prof. Jambadoo Olsen della prestigiosa Miskatonic University, nel Massachussets, probabilmente una dei massimi esperti al mondo sull’argomento.

“Prof. Olsen, il fenomeno della licantropìa, la trasformazione dell’uomo in lupo, è stato abbondantemente trattato e raccontato, mentre ben poco si sa dell’ailurantropìa; come mai?”

“In parte è dovuto al comportamento degli ailurantropi, in parte, almeno in Occidente, è stata una rimozione voluta, legata anche al genocidio degli ailurantropi che poi è passato alla storia con il nome di caccia alle streghe…”

“Cosa c’entra la caccia alle streghe con l’ailurantropìa?”

“Vede, leggende sull’esistenza di uomini o donne gatto sono diffuse in diverse culture, anche molto lontane tra loro; dalla dea gatto egizia Bastet, al mito giapponese delle nekomusume, ma in realtà lo stesso mito è presente anche nella cultura occidentale: il potere delle streghe di trasformarsi in gatto, spesso confessato spontaneamente dalle streghe sotto processo, non è altro che una manifestazione dell’airulantropìa, ed è molto probabile che gli inquisitori lo sapessero perfettamente”

“In che senso, mi scusi?”

“Nel senso che ci sono ragioni attendibili per ritenere che la c.d. caccia alle streghe sia stato in realtà un genocidio degli ailurantropi scientemente programmato”

“Lei ne parla come se gli uomini gatto esistessero veramente”

“A parte il fatto che si tratta di un fenomeno prevalentemente, non esclusivamente ma prevalentemente femminile, e quindi preferirei che utilizzasse il termine ailurantropi, ormai possiamo affermare che ci sono diverse evidenze scientifiche che dimostrano l’esistenza e l’origine genetica del teriomorfismo in generale e dell’ailurantropia in particolare”

“Se non sentissi queste parola da un’autorevole docente universitaria farei difficoltà a crederci”

“Eppure è così, ma è meno fantascientifico di quello che può apparire, se si pensa che il DNA dei felini è il più simile a quello umano al di fuori dei primati, e che le differenze sono davvero minime”

“Allora dovrebbero esistere anche uomini-scimmia…”

“Infatti esistono, e alcuni hanno anche ottenuto ottimi risultati in campo sportivo e perfino politico; devo fare qualche nome?”

“No, è meglio di no… Piuttosto, perché diceva che l’ailurantropìa costituisce un fenomeno tipicamente femminile?”

“Sono i dati che lo dimostrano, come pure la gran parte delle leggende di cui ho parlato che quasi sempre hanno come protagoniste donne gatto; ma lo dimostrano anche gli archetipi mentali che si ritrovano nella cultura popolare contemporanea: pensi al personaggio di Catwoman, alle neko girl giapponesi, a film come  Il bacio della pantera o Cat Girl, ma gli esempi sono innumerevoli e il teriomorfo felino è sempre una donna”

“Ma esistono anche uomini gatto?”

“Ailurantropi di sesso maschile?  Sì, certo, così come esistono licantrope di sesso femminile, solo che il rapporto è di almeno 1 a 4”

“Ma queste statistiche su cosa si basano?”

“Fondamentalmente, come per quasi tutta la nostra conoscenza del fenomeno, sull’analisi e il confronto tra le mitologie di diversi popoli, che guarda caso convergono su molti aspetti; particolarmente interessante, sotto questo aspetto, è il mito tramandato dal misterioso popolo degli Yazidi, che incredibilmente coincide nei dettagli con la leggenda centroamericana degli uomini coguari”

“Può fornirci qualcuno di questi dettagli?”

“Ad esempio quasi tutte le leggende sugli ailurantropi raccontano che la trasformazione, esattamente al contrario che per i licantropi, avviene nelle notti senza luna (il che spiega il perché dei minori avvistamenti); le leggende concordano anche sul fatto che il miglior sistema per tenere lontani gli ailurantropi è l’acqua, ma anche l’odore dei limoni, tremendamente sgradevole per queste creature”

“C’è ancora una cosa che non mi è chiara; come fa un essere umano, con le sue dimensioni, a trasformarsi in un animaletto piccolo come un gatto?”

“Grazie per la domanda, che mi consente di chiarire un equivoco: anche se si parla di donne o uomini gatto, la creatura in cui avviene la trasformazione ha più le dimensioni di un grande felino, e quindi dovremmo pensare a una pantera o a un coguaro”

“Un’ultima domanda: lei continua a parlare di miti e leggende, ma mi pare di capire che invece ormai dovremmo parlare di verità scientifica, è così?”

“Assolutamente, ritengo che ormai disponiamo di abbastanza elementi per poter affermare che l’esistenza degli ailurantropi è scientificamente dimostrata“.

Adesso l’unico problema è trovare una donna pantera disponibile a salire a bordo de La Nave de Los Monstruos. Ma intanto faccio scorta di sushi surgelato e tonno al naturale.

Un tipo fine (ep. 4)

Faccendiere, maneggione, trafficone, sòla.  La lingua e i dialetti italiani conoscono tante definizioni per uno degli esemplari tipici della fauna italica.  Dalle mie parti lo chiamiamo trappolèr. Ma si tratta sempre del solito soggetto, che periodicamente torna nelle cronache italiane.

Per questo, la seconda delle interviste di Fra’ Puccino (ma questo post vale anche per La Nave de Los Monstruos), è con un trappolèr, anzi con il maestro del genere, che però per concederci l’intervista ci ha chiesto di mantenere l’anonimato.  Lo chiameremo L.P.

L.P. arriva all’appuntamento con la sua automobile sportiva; sembra una Ferrari, ma mi spiega che è made in China, lui l’ha comprata con l’importazione parallela, ha avuto qualche problema con i collaudi ma allora ha smesso di pagare le rate a quello che gliel’ha venduta, tanto comunque è intestata alla società che non ha niente e anche se gli fa causa non gliene frega nulla.

Veste elegante, anche se un po’ anni ottanta, un blazer blu scuro su pantaloni grigi, un bel cravattone e un classico rolex al polso.    Mi porta nel suo ufficio, quattro stanze eleganti in una bella zona del centro, sicuramente è in affitto, molto probabilmente il proprietario continua a chiamare per sapere se il problema con il codice IBAN per il bonifico lo hanno risolto.

E’ cordiale, affabile, sulla libreria dietro la scrivania ha tante foto di lui con diverse personalità politiche; la tendenza è chiara,  anche se c’è pure qualche presenza bipartisan.  Le foto mi danno l’ispirazione per la prima domanda, sul suo rapporto con la politica.

L.P.: “Sa, io sono un uomo del fare, lavoro nel business, avrà capito da che parte sto… però è importante anche avere qualche contatto dall’altra parte, no?  In fondo qui si vota di continuo, e bisogna pensarci a pararsi il culoo.  Anche se poi comunque come idee io sarei socialista, eh!”

Dall’accento non capisco se sia romano o milanese, ma forse tutti e due insieme. Gli chiedo se si riconosce come esponente della categoria dei faccendieri.

L.P. “Vede, noi siamo come il lubrificante delle relazioni sociali, che come Lei sa sono il motore del nostro sistema economico.   A me non piacciono i termini che Lei usa, ma diciamo che nel mio campo, modestamente sono un vero esperto, lo sa che gli altri mi chiamano il Professore?  Più di una volta sono anche venuti da me a chiedere consigli, se le dicessi i nomi non ci crederebbe, e io ovviamente non dico di no, ma visto che non sono un coglione, scusi la parola, mi sono fatto pagare cash.  Proprio perché conosco la categoria, non so se mi spiego”

Io: “Visto che siamo in tema di relazioni umane, mi hanno detto che Lei è bipartisan anche a livello di fratellanze…”

Il Professore passa al tu.  Non mi chiede il permesso, ma mi spiega che anche questo è un classico del buon trappolèr. Instaurare confidenza subito.

L.P. “Ma certo, caro, Massoneria e Opus Dei.  Doppia tessera. Tanto, mica si scambiano l’elenco degli affiliati, e poi guarda che non sono il solo.   Però, non mi crederai… ma l’Opus Dei rende molto meglio, anche perché non la bada quasi nessuno.  Io parto massone, però per me l’Opus Dei è stata una vera rivelazione, in quel contesto uno come me è come una volpe in un pollaio, chiaro?   E guarda che c’ho pure conosciuto delle tipe, perché io sono così, non ho problemi a buttarmi, non me ne frega niente di niente”

Ecco che emerge lo sbruffone.  Ma adesso mi sa che esagera.

Io: “Va bene, ma non penso che con le affiliate dell’Opus Dei ci sia molto da divertirsi, no?”

L.P. “Eeeeeeeeeh, lo credi te, regazzi’…  Ti svelo un segreto: in ogni situazione, quando hai un obiettivo, che sia concludere un affare o farti una scopata, l’importante è capire il tuo interlocutore.  Hai afferrato?  Capire il tuo interlocutore.  Solo per questo consiglio mi dovresti dare cinquemila euro”.

Io: “Cash, immagino”

L.P. “Non sarai mica uno che chiede fattura, vero?  Comunque, la questione è semplice: se alla tipa dell’Opus Dei te la intorti bene, la smeni con i valori e quelle cose là, magari le racconti che sei stato sfortunato ma che credi nella  famiglia, poi classica cena elegante che funziona con tutte e un vino di un certo tipo, allora fai centro anche in quel caso.  E siccome la tipa poi c’hai i sensi di colpa, non lo racconta manco alle amiche, e poi hai campo libero pure con quelle, capito?   Eccheccazzo, sennò è come niente che nel giro delle amiche passi per un puttaniere”

Io: “Beh, capisco”

LP.: “E guarda che le tipe così poi a letto possono essere delle bombe; ovvio, ci devi mettere del tuo… ma per questo io in macchina c’ho sempre un paio di autoreggenti, perché sai… io sono un tipo fine

Io: “Cambiando discorso…”

LP.: “E perché?  Non ti piace la figa?”

Io: “No, è che l’argomento dell’intervista è un altro… Dunque, il fatto di navigare sempre ai margini della legalità non è rischioso?”

L.P.: “Mo’ ti faccio vedere una cosa…”

Apre un cassetto, tira fuori un grosso quaderno ad anelli, pieno di fogli scritti a mano.

L.P.: “Vedi, questa è la mia calligrafia, è tutto scritto a mano; non la capisce nessuno, tranne io e la mia segretaria, ma con lei vado tranquillo, tanto sono sempre in ritardo con i pagamenti e lei lo sa che se vuole ricevere gli arretrati deve starsene zitta e bbona.  E’ il sistema migliore per conservare le informazioni, altro che computer, crittografia o altre stronzate simili…  E qui io c’ho tutti segreti e le grane di magistrati, poliziotti, politici, giornalisti, di chi vuoi tu… e non le  cose per cui ti mettono in galera, no, di quelle cose a gente come questa non gliene frega un cazzo.  No, qua ho quel tipo di roba che se lo viene a sapere tua moglie ti sbatte in strada, non so se mi spiego.  Io la chiamo la mia polizza infortuni”

L’intervista è finita; però L.P. incredibilmente vuole veramente i suoi cinquemila cash, prima non stava scherzando.   Siccome la cassa del blog è vuota, provo a dirgli che se vuole può salire su La Nave de Los Monstruos, a bordo ci sono già Emanuele Filiberto, Michela Vittoria Brambilla e una modella diciassettenne.

Tempo 12 secondi e L.P. è già seduto nella poltrona migliore, quella vicina all’uscita di sicurezza.  Ora però mi tocca spiegargli che non gli posso preparare un mojito.

Vecchia roccia

Il 7 gennaio, oltre a essere il Natale ortodosso (Buon Natale a tutti gli ortodossi) è anche la Giornata Internazionale della Vecchia Roccia, the Old Rock Day.

E’ la giornata giusta per pubblicare l’intervista all’Omo Salvadego realizzata in esclusiva da E’ Scientificamente Dimostrato, con cui si inaugura la nuova categoria Le interviste di Fra’ Puccino.

L’Omo Salvadego è una creatura autoctona delle valli del Nord Italia, meno conosciuto del suo cugino nordamericano Big Foot o dello Yeti asiatico, ma non per questo meno meritevole di attenzione. Tra l’altro, al contrario dei suoi simili che vivono nelle foreste americane o sull’Himalaya, l’Omo Salvadego può essere rintracciato con una certa facilità.

E’ scientificamente dimostrato lo ha rintracciato in Val d’Assa, sull’Altopiano di Asiago, una delle località, insieme alla Valtellina, dove pari si trovi il maggior numero di Omini Salvadeghi.

L’Omo Salvadego non ha avuto problemi a concedere l’intervista, sebbene non sia stato del tutto facile comprendere le sue risposte, in un veneto arcaico condito di diversi termini cimbri, ma per fortuna le nostre conoscenze di tedesco sono state molto utili.  Nella traduzione in italiano abbiamo comunque cercato di conservare il più possibile il senso delle risposte originali.

D: “Omo Salvadego, ti ringrazio di averci concesso questa intervista, è la prima volta che nei fai una?”

R: “Cosa è intervista? Omo Salvadego vuole ancora cioccolata, cioccolata!

D: “Sì, ecco, ma ricorda, cioccolata se rispondi, va bene? Allora, vivi da tanto tempo qui su questi monti?”

R: “Omo Salvadego sempre viveva qui; voi venite dopo, ruba terra, ammazza animali, sempre in giro con bruum bruum, scassam…oni”

D: “Ho capito, non vai molto d’accordo con le persone che vivono qui…”

R: “Omo Salvadego dice così: se no mi rompi a me no ti rompo a te, se tu mi rompi a me io ti rompo la testa. Ecco perchè nessuno rompe a me”

D: “E’ vero che, come dicono le leggende, ridi quando piove e piangi quando c’è bel tempo?”

R: “Ti paro così mona? Salvadego sì, ma miga mona”

D: “Sei vegetariano o carnivoro?”

R: “…”

D: “Mangi carne o piante?”

R: “Mangio tutto. Ma visto che è più facile se ruba a gente. Gente fa carne sulla griglia, Omo Salvadego ghe la frega; gente butta cibo in scatolone di ferro (penso intendesse il cassonetto, ndr), Omo Salvadego se la prende; gente lascia bestie in prato, Omo Salvadego prende e se la magna; gente lascia vecchia zia in panchina… Omo Salvadego lascia là”

D: “Tu vivi nella natura, conosci i boschi, vivi in armonia con la terra, hai forse un messaggio per noi, cosa pensi del fatto che l’essere umano sta distruggendo i prati, i monti e la natura in generale e poi scoprirà che il denaro non si può bere, mangiare o respirare?”

R: “A Omo Salvadego piace bastonare chi dice cose che non capisce”

D: “Ok, ho capito, niente coscienza ecologista. Puoi dirmi almeno se sei contento che hanno aperto un gruppo su facebook dedicato a te?”

R: “Omo Salvadego ha solo my space, solo my space. Ma dove cioccolata?”

Purtroppo l’intervista è terminata qui, come le barrette di cioccolata che avevamo portato con noi, troppo poche evidentemente, e visto che al mio “non ci sono più” ho visto che l’Omo Salvadego cercava con lo sguardo il bastone nodoso con cui era arrivato abbiamo pensato bene di concludere qui l’intervista.