Centomila

Ci sono risultati che fanno venire voglia di fare festa e di ballare, nunc est pede libero pulsanda tellus come dicevano i romani, anche se quell’invito del poeta romano Orazio a (bere e) ballare valeva per caduta di un tiranno, e non per i risultati dell’audience di un blog.

Perché di questo si tratta, e il titolo dice già tutto: E’ scientificamente dimostrato ha raggiunto l’incredibile (almeno per chi vi scrive) risultato delle centomila visite.

Centomila visite che hanno seguito il dopo la fine del mio matrimonio, la rinascita e poi la nascita di un nuovo amore, passando per un anno di giornate mondiali e per tante domande e risposte, che adesso sono arrivate a cinquantanove, senza dimenticare i passeggeri de La Nave de Los Monstruos e le Notizie ASMA che abbiamo pubblicato grazie a una collaborazione con l’agenzia di stampa russa Notizija.

Un grazie a tutta la redazione e a tutte le guest star che apparendo a loro insaputa su questi pixel hanno reso possibile questo risultato, visto che i post al top della top ten hanno avuto come protagonisti Till Lindemann (con 3.579 lettori), Johnny Depp (con 3.424 lettori), l’Orso Bianco dei Sogni (con 3.174 lettori), Zach Efron e Vanessa Hudgens (con 2.321 lettori).

Ma un grazie sopratutto ai miei disaffezionati lettori; forse non sono più il blogger romantico e sentimentale che conquistava torme di navigatrici (quando sei felice sei meno romantico, lo so), ma se siete sul lavoro e avete voglia di calzeggiare su internet dopo passati per twitter e facebook qualche volta venite a trovarmi.

E intanto ballate con me sulle note di Big Fish (featuring Nesli), uno dei più talentuosi artisti e produttori rap italiani.

29 mesi dopo

“Quanto tempo ci vuole per rifarsi una vita dopo la fine di un matrimonio?”.

La cinquantesima domanda cui dedico una delle mie Risposte (forse l’ultima di questa Rubrica, visto che sono arrivato a cinquanta, ma chissà) questa volta non arriva dal mondo pazzo delle ricerche su internet, nessuno è arrivato su questi pixel per chiedere quanto tempo deve passare tra la fine di un matrimonio e l’inizio di un’altra vita con un’altra persona.

Questa volta la domanda è autogenerata, e se continuate a leggere capirete il perché.

Risposta n. 50.

Nelle relazioni d’amore è difficile, forse impossibile, dare regole o risposte valide per tutti, tranne ovviamente per quanto riguarda la celeberrima formula di Liebe.  In tutti gli altri casi la soluzione è davvero un mistero.

Si può andare per approssimazioni.  Si può dire che buttarsi subito in una nuova storia dopo la fine di una relazione importante è uno sbaglio tanto grande quanto è breve l’intervallo e l’importanza della storia precedente, e lo stesso (anzi è pure peggio) se avete trovato un altro/a quando ancora dormivate insieme al vostro partner.

Insomma, deve passare un po’ di tempo, specie prima di incominciare una storia importante, in fondo se rimorchiate un tipo in discoteca male non fa, distende i nervi e aiuta l’umore senza fare ingrassare come una tavoletta di cioccolata, ma buttarsi troppo presto in una nuova relazione a me personalmente sembra una pessima idea.

Sì, ma quanto tempo?  Onestamente non lo so, posso però dire che nel mio caso sono passati ventinove mesi da quando il matrimonio è finito, ed è veramente iniziata l’avventura di questo blog con tutti i lettori che hanno deciso di partecipare alla mia elaborazione del lutto per un amore finito.

Forse anche grazie al diario di quelle prime dieci settimane, l’elaborazione del lutto ha funzionato, ho iniziato a vivere un’altra vita, e alla fine, dopo  dieci mesi e qualcosa dal giorno che ho conosciuto Bellaccina (che con una settimana di differenza coincide con il tempo da cui stiamo insieme) la mia casa da single con tre gatti è diventata la casa di una coppia con cinque gatti (lo so che siamo un po’ pazzi, ma in fondo ci ha presentato la Diane Arbus dei Navigli).

Nove mesi per ritrovare me stesso, dieci mesi per divertirmi, nel mezzo due estati all’estero, e poi è arrivata lei.

Ventinove mesi per cominciare di nuovo a vivere a due.

La dimentidanza

Risposta n. 18

“Tutto si può cancellare?”

A suo tempo avevo scritto un post (che evidentemente è stata la carta moschicida che ha attirato l’anonimo navigatore su queste pagine) intitolato Tutto non si cancella, e per essere coerenti con quanto ho scritto allora la Risposta alla Domanda n. 18 dovrebbe essere negativa: nulla si cancella, casomai si dimentica.

Vero è, peraltro, che ho ricevuto il Grammy dell’Incoerenza, è che quindi  a distanza di qualche tempo potrei pure darmi torto, fomentando così le voci secondo cui in realtà Fra’ Puccino non è una sola persona, ma un team di autori  un po’ come Wu Ming (secondo un altra voce in realtà dietro Fra’ Puccino si  celerebbe il nobiluomo inglese Edward de Vere).

Piuttosto che cambiare opinione, meglio cambiare tema, e se mesi or sono avevo parlato di momenti, ora potrei parlare di persone.

Ma mi sa che mi tocca essere coerente con me stesso; per quanto lo vorremmo, per quanto talvolta ne sentiamo l’impellente bisogno, non si possono cancellare le persone, al massimo direi che le possiamo dimenticare.

Ovviamente è più facile dimenticare una persona che è stata protagonista di pochi ricordi della nostra vita, se di una persona abbiamo tanti ricordi è più difficile dimenticarla, perché quella persona finisce per riaffiorare sempre, e quando il ricordo non fa più male a noi, rischia di fare male alla persona che abbiamo al nostro fianco.

Ma come fare per cancellare dimenticare qualcuno? Ci vuole impegno e costanza, non telefonare, non mandare mail, non fare commenti su facebook, eliminare le tracce di quella persona dalla nostra vita e dalla nostra casa, ma senza operazioni drastiche di pulizia ad personam, perché rischieremmo di far riemergere proprio il ricordo di chi vogliamo dimenticare.

La prima settimana è difficile, ma poi con il tempo la dimenticanza viene con sé, e allora sì che potremo ballare la dimentidanza, e mentre muoveremo i piedi come Johnny Depp nel finale di Alice in Wonderland di non riusciremo più a ricordare chi avevamo dimenticato.

Ma se avete qualche suggerimento migliore di questo… sono tutto orecchi; e con me tutte le migliaia di persone che d’ora in avanti vorranno dimenticare qualcuno e finiranno spiaggiate su questo blog.

Per sempre

Di poche cose possiamo dire che dureranno per sempre.

Le guerre, per esempio, a meno di un’invasione di alieni pacifisti dallo spirito samaritano quelle ci saranno per sempre, e così ci saranno sempre quelli che cercheranno di riportare la pace.

Oggi ricorre proprio la giornata internazionale dei peace keepers (come lo traduco in italiano?) delle Nazioni Unite, quelli che quando ero piccolo io si chiamavano più simpaticamente caschi blu, i soldati delle forze di pace disseminati in giro per il mondo.

Quand’ero piccolo vedevo le Nazioni Unite e i caschi blu come il bene assoluto, i buoni che portavano la pace in vista di un’umanità unita in un’unica entità statale, senza guerre né confini.

Certo, poi gli anni passano, e così è cambiata anche la visione elementare della politica internazionale basata sul binomio buoni-cattivi che avevo a 7 anni.

Perché non tutto dura per sempre.

L’amore, per esempio.   Un anno fa elaboravo il lutto per la mia fine amore, ed eccomi qua di nuovo nella stessa situazione, a riattaccare i cocci dopo l’ennesima storia finita male.

Per fortuna, però c’è l’amicizia, quella vera. Tipo l’amicizia con la mia peacekeeper personale, con cui ieri sera ho chiacchierato a lungo, anche se in questo momento  le Nazioni Unite l’hanno mandata nella capitale di un lontano stato africano a farci crescere la democrazia.

Il nostro legame d’amicizia è sopravvissuto a tanto, e sono passati sedici anni, davvero un sacco di tempo.

Come è passato un sacco di tempo da quanto avevo sette anni; ma certe cose non cambiano.

Ieri la mia amica mi ha detto che in quel lontano paese africano c’erano state le elezioni amministrative, e aveva vinto il partito di governo.

“Sì…”

le ho risposto io

“Ma quelli che hanno vinto sono i buoni o i cattivi?”

Lacrime

Sono passati diciotto anni e sei mesi.  Diciotto anni e sei mesi dal giorno in cui i Nirvana suonarono a Muggia.

Oggi è il 17 maggio 2010, giornata mondiale contro la desertificazione e per la prevenzione della siccità.

Mi chiedo se le lacrime che ho versato ieri sera tornando a casa servano per l’uno o l’altro scopo, ma ho i miei dubbi.

Non so neanche esattamente per cosa ho pianto.   Forse perché i motivi sono tanti.

Un po’ ho pianto per sfogarmi della litigata e del nervosismo accumulati in una serata andata come non doveva andare, un po’ ho pianto per la casa dei miei nonni rivista dopo tanti anni.

Ma prima di tutto ho pianto perché l’autoradio stava mandando una stupida canzone anni ottanta, e allora ho pensato a quegli anni tra la fine degli ottanta e l’inizio dei novanta; erano gli anni del mio primo amore, e un po’ ho pianto per la nostalgia di un passato perduto per sempre.

E poi ho pensato a quel giorno di novembre del 1991 in cui i Nirvana (sì, proprio i Nirvana di Kurt Cobain) fecero al cinema teatro Verdi di Muggia (vicino a Trieste) davanti a un pubblico di 200 persone, tra cui uno (si sente in sottofondo) che commenta “grandisimi” con un’inconfondibile accento triestino.

I Nirvana, nella mia cittadina, e c’erano 200 spettatori. Il video che ho postato è proprio la registrazione originale di Smells Like Teen Spirit eseguita in quell’occasione, in cui pare che Kurt Cobain e compagni fossero in gran forma.

Quel che più mi secca è che io a quel concerto avrei potuto andare, se fossi stato più sveglio, se avessi ascoltato musica migliore di quella che ascoltavo, o anche solo se mi fossi interessato a chi era quel gruppo con quel nome indiano di cui sicuramente avrò visto il cartellone pubblicitario del concerto, magari con il nome Nirvana scritto a pennarello.

Chissà invece che cosa ho fatto per davvero sabato 16 novembre 1991, voglio provare a scoprirlo, ma posso immaginare che sarò uscito con la ragazza e i soliti amici, e saremo andati in cinema o in pizzeria.

Magari la serata l’ho passata proprio nella mia cittadina, e passando davanti al cinema teatro avrò notato il concerto, e il nome curioso del gruppo che suonava. Senza capire che quel momento la Storia della Musica incredibilmente mi stava attraversando la strada…

Che tristezza, certe volte, non poter tornare indietro a fare altre scelte, a cambiare il passato.  Che sia il passato di 19 anni fa, di un anno fa, o anche solo di tre ore fa.

Per questo esistono le lacrime.  Anche se non bastano per combattere la siccità.

Infermieraaa!!

Nurse by Belsina on deviantart.com

Esistono anniversari piacevoli e anniversari spiacevoli.

Un anniversario può essere spiacevole se dovrebbe ricordare qualcosa di bello, ma se quel qualcosa di bello è svanito come sabbia nel deserto , allora quello stesso anniversario diventa triste e melanconico.

Visto che oggi però è anche la giornata internationale delle infermiere, allora comincio a fantasticare che se all’improvviso adesso in mezzo al soggiorno si materializzasse un’infermiera come quella della foto, il mio umore migliorerebbe all’improvviso.

Lo so che non dovrei celebrare questa giornata con il trito stereotipo dell’infermiera provocante,  la cui diffusione è ben testimoniata dal numero di costumi in tema che si trova nei cataloghi on line di costumi sexy, perfetto campionario dell’immaginario erotico maschile.

Lo so bene, ho ben due infermiere in famiglia, che è un lavoro serio e impegnativo; e ricordo bene, dai vari ricoveri in ospedale, che le infermiere vere non vestono in latex e autoreggenti (almeno non sul lavoro).

Ma che ci volete fare, sono un maschio e come tutti i maschi ho le mie debolezze.

Non lo dovrei dire, visto che il mio pubblico è in grande maggioranza femminile, ma -lo confesso- anch’io sono vittima dello stereotipo dell’infermiera sexy. Però, e spero mi venga riconosciuto da chi mi giudicherà, che tra le mille foto in tema che ho trovato sul web, ne ho pubblicata una carina e spiritosa.

Adesso la guardo fisso, così magari dopo me la sogno e non penso più all’anniversario-che-non-c’è-più.

Un anno dopo (ep. 9)

E’ passato un anno.

Il blog era iniziato prima, ma un anno fa c’è stata la riunione tra i creativi della mia agenzia di comunicazione, e in vista dell’entrata nel mercato italiano di una nota multinazionale del caffé, si è deciso di trasformare questo blog nella casa di un personaggio battezzato Fra’ Puccino.  Il contenuto ero libero di deciderlo.

Così, per le prime dieci settimane il blog ha seguito la mia elaborazione del lutto per la fine (purtroppo assolutamente reale) della mia storia d’amore.

Poi, finiti quei settanta giorni ognuno passato interpretando diligentemente un tema della cultura pop contemporanea, mi sono dedicato alla celebrazione di tutte le giornate mondiali dell’anno, e sono ancora qui, determinato ad andare fino alla fine, e anche oltre, mentre nel frattempo è pure decollata La Nave de Los Monstruos

Ho avuto (alla data di oggi) più di 43.238 visite, ma soprattutto 3.612 commenti, ed è la cosa che mi fa più piacere.

Intanto la ruota della vita ha fatto il suo giro di 365 giorni, e in un certo senso sono ritornato al punto di partenza.  Di cose ne sono successe molte, di incontri ne ho fatto tanti e variegati.  Come in certi film d’avventura, e dopo essere stato in tanti posti e avere incontrato i personaggi più strani, sono di nuovo qui, in questa stanza, in questa, davanti a questo stesso monitor.

Come in un film di Tim Burton, davanti a me ci sono due porte colorate.

Con una si torna indietro, si finisce il giro, e in un certo senso è la porta del cuore.

Con l’altra c’è un altro anno come questo, e in un certo senso è la porta della razionalità (la mia razionalità, assolutamente irrazionale).

Potrei dirvi che sono indeciso in quale porta entrare.  Ma non sono io che decido.  Perché solo una delle porte si aprirà per farmi entrare.

Oggi attendo che La Nave de Los Monstruos carichi anche me.  Ma poi mi ricordo che no, non è possibile.

Su La Nave de Los Monstruos ci sono già; io sono il capitano.