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Sulla mitopoiesi di Disney

La capacità mitopoietica è la capacità di generare dei miti. E’ una parola colta, ma il concetto in sé non appartiene (solo) agli studi classici, ma rappresenta una realtà molto attuale della società della comunicazione, e della cultura pop contemporanea, di cui molto spesso mi sono occupato su questi pixel.

E’ un concetto molto attuale perché il successo mediatico di un prodotto artistico commerciale dipende anche dalle sue ripercussioni sulla sfera multimediale, ovvero nella dimensione dei contenuti autoprodotti dagli utenti nelle varie piattaforme e che riprendono i temi, i contenuti e i personaggi del prodotto artistico, che così si trasforma in qualcosa analogo alla mitologia degli antichi.

L’ultimo esempio è il lungometraggio della Disney Encanto, film del 2021 con la regia di Jared Bush (non è parente).

Non è probabilmente il film migliore a cartoni animati (si dice ancora così?) di quest’ultimo periodo, Soul per dire è molto più bello, ma grazie soprattutto a canzoni estremamente accattivanti, opera di quel genio di Lin Manuel Miranda, è divenuto fonte di una miriade di video di fan che riprendono i personaggi e le canzoni del film, a partire da “Non si parla di Bruno“, la cui versione originale “We don’t talk about Bruno” ha superato perfino “Let It Go“, finendo nei primi 10 posti delle hit parade inglese e statunitense.

Quanto questo accade, il film originario alla fine si riduce solo nell’ispirazione originale di una mitologia che a un certo punto assume vita propria. Parodie, imitazioni, video con i pupazzetti, balletti, medley, sulle piattaforme di condivisione si trova di tutto, e se quello del 2022 fosse (stato) un Carnevale come gli altri ne avreste viste tantissime di maschere ispirate a Encanto. In Italia magari ancora no, ma altrove sicuramente.

Era già successo con Frozen, e non solo. Ci sono opere d’arte commerciali che hanno una capacità mitopoietica straordinaria, e chi sta dimostrando grande capacità di realizzare prodotti di questo tipo, accanto all’ancora insuperabile Disney, è forse Netflix, e lo dimostrano (tra le altre) La Casa di Carta o Squid Game.

Ma ora lasciate perdere la lettura, perché lo so che dopo averne ascoltato 30 secondi non riuscite a resistere ad ascoltare tutta “Non si parla di Bruno“… e poi ancora, e ancora…

E’ una canzone per bambini? Non importa, sarà il vostro guilty pleasure little secret 😉

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Henry Avery nel Quarnero

E’ esistita un libera repubblica piratesca tra l’Istria e la Dalmazia, a due passi dall’Italia?

Molto prima dell’impresa a Fiume di Gabriele D’Annunzio, un altro avventuriero era arrivato in quelle terre, anzi in quei mari, per fondarvi un suo piccolo dominio.

Secondo documenti venuti recentemente alla luce pare che Henry Avery, forse il più famoso dei pirati, dopo la fine della repubblica di Libertalia che aveva contribuito a fondare nel nord del Madagascar alla fine del XVII secolo, si spostò con alcuni fedelissimi nell’alto mare Adriatico, dove trovò rifugio in un’isoletta a sud di Lussino, nel mar Quarnero, chiamata San Piero de’ Nembi.

Ancora oggi, nel piccolo isolotto disabitato diviso da un braccio di mare dall’isola di Asinello (Ilovik in croato), si possono ammirare le rovine di un forte misterioso, che recenti scoperte consentono di ricollegare proprio a quello che molti chiamarono “Re dei pirati”.

Il testo di un documento ritrovato recentemente alla Biblioteca marciana di Venezia, e datato 1706, fa sorprendentemente luce sull’identità del chi visse in quel misterioso forte sull’acqua, di fronte a cui potete immaginare di vedere la nave Fancy di Capitan Avery :

Noi Alvise Mocenigo, secondo del nostro nome, Duca di Venezia, Dalmazia e Croazia, per consulto del nostro Provveditore generale da Mar qui decretiamo che il capitano Enrico Averio, nato in Inghilterra, con nostro piacimento è libero di condurre guerra da corsa contro navi inimiche della nostra Serenissima Repubblica o che sieno solite di praticare il contrabbando, e facciamo a lui promissione di potersi liberamente stabilire nelle due isole dette di San Piero dei Nembi, piccola e grande, e costruirvi fortilizi, e di governare dette isole in nostro nome e conto, e di farsi leggi, pronunziar sentenze e trarre tasse, facendosi con lo medesimo patto solenne che mai egli abbia a iniziar tenzone con le navi della nostra Serenissima Repubblica o che alzino la nostra bandiera.

Il documento, di cui diversi autorevoli storici non hanno potuto confermare l’assoluta autenticità, conferma quindi la leggenda ancora diffusa nell’arcipelago di Cherso e Lussino, che narra di una repubblica piratesca fondata sui principi della libertà e che attirò in quelle isole fuggiaschi provenienti dalle più svariate località dei dintorni. E porta a supporre che sia quella leggenda, e non il mare particolarmente difficile da affrontare per i meno esperti della navigazione, l’origine della fosca fama che ancora avvolge quei mari.

Forse Henry Avery approdò nel Quarnero per sfuggire ai numerosi nemici e alla vendetta del Gran Moghul, forse fu chiamato dalla Repubblica di Venezia, o forse fu semplicemente per godersi le ricchezze accumulate in un suo puerto escondido. Magari lo stesso nome attuale di una delle due isole dove avvennero questi eventi, IIlovik, deriva dal cognome di Avery… Nessuno forse lo scoprirà mai, come pure è difficile sapere per quanti anni Henry Avery, se si trattava veramente di lui, governò sulle due isolette del Quarnero, anche se alcuni indizi, ancora non confermati, portano a supporre che fu almeno fino al 1721, tanto che alcuni si spingono fino a immaginare che la Libertalia delle leggende, invece che in Africa, ebbe la sua effimera vita con il permesso (spontaneo o estorto chissà) della Repubblica di Venezia, a due passi da noi.