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Il nuovo viaggio dell’Eroe nello stile di Hollywood

Avete presente il celeberrimo Viaggio dell’Eroe sulla cui falsariga sono state narrate mille storie?

La mitopoiesi della cultura pop contemporanea ne ha creato un altro, parzialmente alternativo, che ho provato a ricostruire.


1) l’Eroe è già un eroe 💪 ma facendo solo il suo dovere commette un errore su cui poi rimugina tutto il film anche se non era colpa sua
2) l’Eroe viene emarginato e perde il lavoro, la casa, la moglie e si allontana dai figli e c’è sempre un patrigno 🏌️odioso e ricco di mezzo
3) l’Eroe ripara automobili 🚘 o cose così
4) arriva il Grande Problema e chi ha mandato via l’Eroe non sa risolverlo 😳
5) chi ha mandato via l’Eroe lo richiama 📣 perché solo lui, etc, etc, e magari chi lo richiama è proprio chi non aveva creduto lui o un suo ex amico
6) l’Eroe prima rifiuta ma poi tempo 5 minuti accetta 👍 anche se le possibilità di farcela sono pari allo 0,05%
7) i figli e l’ex moglie 👩 recuperano la stima dell’Eroe
8) l’Eroe risolve il Grande Problema 🇺🇲 quasi sempre agli ultimi 3 secondi dell’immancabile conto alla rovescia

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Sulla mitopoiesi di Disney

La capacità mitopoietica è la capacità di generare dei miti. E’ una parola colta, ma il concetto in sé non appartiene (solo) agli studi classici, ma rappresenta una realtà molto attuale della società della comunicazione, e della cultura pop contemporanea, di cui molto spesso mi sono occupato su questi pixel.

E’ un concetto molto attuale perché il successo mediatico di un prodotto artistico commerciale dipende anche dalle sue ripercussioni sulla sfera multimediale, ovvero nella dimensione dei contenuti autoprodotti dagli utenti nelle varie piattaforme e che riprendono i temi, i contenuti e i personaggi del prodotto artistico, che così si trasforma in qualcosa analogo alla mitologia degli antichi.

L’ultimo esempio è il lungometraggio della Disney Encanto, film del 2021 con la regia di Jared Bush (non è parente).

Non è probabilmente il film migliore a cartoni animati (si dice ancora così?) di quest’ultimo periodo, Soul per dire è molto più bello, ma grazie soprattutto a canzoni estremamente accattivanti, opera di quel genio di Lin Manuel Miranda, è divenuto fonte di una miriade di video di fan che riprendono i personaggi e le canzoni del film, a partire da “Non si parla di Bruno“, la cui versione originale “We don’t talk about Bruno” ha superato perfino “Let It Go“, finendo nei primi 10 posti delle hit parade inglese e statunitense.

Quanto questo accade, il film originario alla fine si riduce solo nell’ispirazione originale di una mitologia che a un certo punto assume vita propria. Parodie, imitazioni, video con i pupazzetti, balletti, medley, sulle piattaforme di condivisione si trova di tutto, e se quello del 2022 fosse (stato) un Carnevale come gli altri ne avreste viste tantissime di maschere ispirate a Encanto. In Italia magari ancora no, ma altrove sicuramente.

Era già successo con Frozen, e non solo. Ci sono opere d’arte commerciali che hanno una capacità mitopoietica straordinaria, e chi sta dimostrando grande capacità di realizzare prodotti di questo tipo, accanto all’ancora insuperabile Disney, è forse Netflix, e lo dimostrano (tra le altre) La Casa di Carta o Squid Game.

Ma ora lasciate perdere la lettura, perché lo so che dopo averne ascoltato 30 secondi non riuscite a resistere ad ascoltare tutta “Non si parla di Bruno“… e poi ancora, e ancora…

E’ una canzone per bambini? Non importa, sarà il vostro guilty pleasure little secret 😉

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Strigo, stregone o negromante?

Se avete letto o visto in tivù qualche libro, film o serie tv fantasy, vi sarete senz’altro imbattuti nell’equivalente maschile della strega, figura che a sua volta negli ultimi vent’anni ha acquistato una alone molto più positivo nell’immaginario della cultura pop contemporanea, a partire dal trio della serie tv Charmed – Streghe, che seppure siano di base a San Francisco, città che come sanno tutti fa parte del triangolo della magia nera, alla fine sono sostanzialmente tre maghe buone.

Una serie per donne che offre qualche elemento di interesse anche per il pubblico maschile

Buone senz’altro, ma comunque streghe, devote al bene e nemiche dei demoni fuoriusciti puntata dopo puntata dalla fantasia della sorgente di ogni male, cioé gli sceneggiatori della serie.

E il loro equivalente maschile? In Streghe ci sono degli stregoni che sembrano più che altro un’altra categoria di demoni, e che in inglese sono chiamati warlock, usata anche nella versione italiana da una certa stagione in poi. Dato che la cultura anglosassone sembra avere un’idea meno negativa della stregoneria, come insegna Salem (o forse no?), c’è una parola inglese per stregone che sembrano avere un’aura più positiva, come wizard, lasciando a necromancer e sorcerer il significato più oscuro di praticante della magia nera.

Ma se volessimo trovare anche in italiano una parola meno spregiativa di stregone? Se negromante non va bene di sicuro, nella serie videoludica e ora la televisiva di Netflix Witcher, il protagonista Geralt di Rivia è appunto un witcher, un mutante con poteri soprannaturali che nell’originale polacco era chiamato Wiedźmin e che nei libri in italiano è stato tradotto come strigo, termine originale anche se mi ricorda il dialetto istriano di mia nonna, dove la strega per l’appunto si chiama striga e il cui folclore contemplava vari demoni tipo quelli di Charmed, che lei chiamava Hudic.

Dopo Elsa e Daenerys, finalmente il biondo platino si declina anche al maschile

La lingua italiana in effetti conosce poche alternative valide, maliardo lo vedo poco utilizzabile, e incantatore è buono se hai a che fare con i serpenti, mentre sciamano lo vedo più indicato per uno di quei seminari per manager per fare team building e via a scoprire sè stessi nella giungla che in realtà è la foresta vicino a Monterotondo e invece dei coccodrilli al massimo le bufale ma comunque ci divertiamo un mondo il weekend senza famiglia mezzi nudi a pitturarci tutti per conoscere il nostro animale totem e ci pagano pure, o cavolo Merracci si è intossicato tiriamolo fuori dalla tenda ah ma vi facciamo causa, eh, non se ne parla, e vabbé l’anno scorso che Di Carlo per tre giorni era rimasto convinto di essere un cavallo che almeno la moglie non si era lamentata ma in ufficio era successo quell’episodio imbarazzante con la responsabile della compliance, ma questa volta è davvero grande ma ci sentono, eccome se ci sentono, che poi si sa che Merracci è intollerante al lattosio.

No, nemmeno sciamano va bene.