S-propositi per il 2018

koreancheerleaders

Iniziato il 2018, è d’uopo redigere una lista dei buoni propositi, o spropositi, per il nuovo anno, come fa ad esempio l’autorevole rivista Internazionale; non per copiare… ma ecco quelli della redazione del nostro blog:

1) partecipare alle Olimpiadi invernali in quota alla delegazione unica coreana (prendete me, scegliete me)

2) fare un tuffo dal trampolino più alto

3) andare a visitare la tomba di zia Nunzia al paese, che mi voleva tanto bene e ogni anno dico che lo faccio e poi non ci riesco, e magari le chiedo di darmi i numeri da giocare al lotto (esisterà ancora il lotto tradizionale, poi?)

4) dare in beneficenza un euro in più dell’anno scorso, che poi per tre euro nessuno è mai andato in rovina, crepi l’avarizia, via

5) votare PoterealPopolo! e raccontarlo in giro, anche se poi magari al Senato PD perché bisogna anche essere concreti

6) appendere una lampada seria nello sgabuzzino, che insomma viviamo qui da cinque anni e c’è ancora la lampadina appesa, alla faccia di “ci pensiamo la prossima settimana”

7) rubare due stelle dal cielo e regalarle alla donna che amo

8) leggere tutti i libri de Il Trono di Spade che ancora mi mancano (vale anche se leggo il 50 +1 %)

9) finire di scrivere la sceneggiatura della puntata pilota della mia serie televisiva, un noir a tinte fosche con protagonisti una zingara, un profugo islamista, un testimone di Geova, un’avvocato e la sua moglie straniera e una deputata radical chic, una cosa tra Lost, Breaking Bad e Don Matteo ma con un bel po’ di sesso in stile HBO

10) cercare una buona strategia difensiva per giustificare con l’Impero Galattico  il furto delle due stelle di cui al punto 7)… e insomma uno mica se lo aspettava che vi arrabbiavate tanto!

Annunci

Dieci ottimi motivi per (ri)sposarsi

wedding.jpg

Capita che la vita riservi brutte sorprese e delusioni, diciamo che capita a circa il 99,9987% degli esseri umani.

La reazione può essere sfiducia o cinismo, oppure un sano, un po’ irrazionale, ottimismo.

Chi oggi, in una società libera e moderna, decide di sposarsi fa una scelta di fiducia e ottimismo, risposarsi una seconda volta, ancora di più, e per incoraggiare chi voglia fare come me (arrivato a ben tre matrimoni tre, anche se due con la stessa persona) l’ultima Risposta, conclusiva di una serie iniziata anni fa, la dedico alla Domanda

perché (ri)sposarsi?

Risposta n. 100

  1. perché essere ottimisti è meglio che essere realisti, se anche il tuo ottimismo è mal riposo comunque vivrai più sereno e felice
  2. perché hai trovato una donna meravigliosa e piena di entusiasmo, con cui non ti annoi mai
  3. perché, anche prima di sposarsi, hai costruito una famiglia con due bellissime bambine, e quando sei da solo ti senti come se ti mancasse qualcosa
  4. perché non c’è niente di male a prendersi un impegno per la vita, quando credi veramente in quello che fai
  5. perché ai tuoi occhi il peggiore difetto della persona che ami è solo che non ti presta tutta l’attenzione che vorresti, perché ciò che desideri è solo avere ancora di più di lei
  6. perché non è mai troppo presto o troppo tardi, e non sei mai troppo giovane o troppo vecchio/a per unire il tuo destino a un’altra persona
  7. perché hai trovato una persona con cui condividi più della metà delle cose che ti piacciono e che rendono la vita più bella, e ormai hai compreso che se vuoi trovare una persona che ti rispecchi al 100% tanto vale restare da solo
  8. perché quando vi amate non vorresti essere in nessun altro posto, e con nessuna altra persona
  9. perché in tutte le disavventure che avete vissuto insieme, nei momenti di paura e nei momenti di dolore più intenso, in una stanza d’ospedale o in mezzo a una tempesta di neve, siete stati uniti e ne siete usciti insieme, e alla fine fuori dalla galleria c’era sempre il sole in alto nel cielo
  10. perché la ami anche se a lei piace Baglioni e tu invece ascolti la musica tamarra, perché vivere insieme è accettarsi così e incontrarsi nelle cose che invece condividi (e spero che le piaccia la canzone che le dedico… 😉 )

Well I found a woman, stronger than anyone I know
She shares my dreams, I hope that someday I’ll share her home
I found a love, to carry more than just my secrets
To carry love, to carry children of our own
We are still kids, but we’re so in love
Fighting against all odds
I know we’ll be alright this time
Darling, just hold my hand
Be my girl, I’ll be your man
I see my future in your eyes

 

Come diventare vampiri

jgkfdlsfssf.jpg

“Se sei vampiro sei già figo quasi di default”

Grazie alla collaborazione con la prestigiosa rivista Bellarix Psicognostica, la redazione di E’ scientificamente dimostrato è in grado di fornire la risposta scientifica alla domanda che attaglia molti adolescenti:

“come fare per diventare un vampiro?”

Risposta (alle Grandi Domande della Vita) n. 98.

Gli studiosi dell’Università Statale di Bolizimagrad, nella Federazione Russa, Territorio di Krasnojarsk, avendo potuto esaminare la peculiare popolazione di Supirgrad, il famoso “villaggio di vampiri”, ha elaborato un protocollo per la trasformazione in vampiro che è entrato in possesso dei giornalisti del noto quindicinale di paranormale e dintorni Bellarix Psicognostica.

Si tratta di un percorso in sei tappe, che comincia con:

  1. iniziare un rapporto di fratellanza con una creatura della notte; sono validi pippistrelli, ragni, falene o gatti, specie quest’ultima che (diciamolo) facilita il superamento di questo passaggio (anche se ci sono falene con cui ho fatto chiacchierate interessanti)
  2. passare un’intera giornata dormendo di giorno e vivendo di notte, importante passare svegli le ore tra mezzanotte e le 6 di mattina; occhio che basta un colpo di sonno e si deve ricominciare da capo la notte successiva
  3. vivere sei giornate in una completa immersione nella narrativa sui vampiri; leggere romanzi di vampiri, guardare film sui vampiri e serie televisive di vampiri e ascoltare musica dedicata ai vampiri, come la famosa sinfonia Stvořeni nocva di Smetana o I will come to bit you tonite dei Morturia
  4. cucinare per 2 volte una pasta con almeno 3 tipi diversi di pasta insieme (tipo rigatoni, farfalle e spaghetti), una specie di sfida al Creatore; nella versione originale si tratta di 3 tipi di ravioli russi
  5. effettuare un pellegrinaggio in una città vampiresca e restarci almeno 6 ore, sei minuti e sei secondi, se già ci vivete dovete visitarne un’altra; nel nostro Paese valgono Torino, Volterra, Venezia, Trani e Benevento ; durante il soggiorno dovete bere un bicchiere di vino, mangiare un pezzo di carne, abbandonare un oggetto che possedete da diverso tempo
  6. cavalcare il drago; il significato di questa prova sarà assolutamente chiaro a chi sarà arrivato a questa parte del percorso, da parte nostra possiamo dire che è una prova che ha a che fare con dare e ricevere piacere.

E’ importante tenere presente che il percorso è efficace solo se chi lo ho intraprende è un hafu, come vengono chiamati i mezzo vampiri, le persone apparentemente normali che però hanno nel loro DNA una parte vampiresca sopita, che le sei tappe servirebbro a  risvegliare.

Se avete il dubbio di essere o meno un hafu, sappiate che la gran parte dei mezzosangue vampiri ha alcuni comportamenti in comune: avversione per le luci troppo forti, propensione a restare svegli la notte, attrazione naturale verso (gl)i (altri) carnivori, improvvisi appetiti sessuali, il cellulare che si scarica troppo velocemente, la tendenza ad amare la musica metal o gotica, e da ultimo l’interesse verso articoli e saggi come questo.

E poi, tutti insieme al concerto dei Morturia…

shall thee die… twang twang twang ziiiing

I will come tonight twang twang twang

when the sky is DAAAAAARK twang twang twang ziiiing

 

Il senso dei ricchi per il brutto

strane scarpe

C’è un dubbio che mi attaglia da tanti anni, quasi trenta ormai, ed è il seguente: perché i ricchi di famiglia acquistano e indossano capi di abbigliamento che qualunque altro Italiano troverebbe orrendi e investibili?

Ecco allora la mia Risposta n. 97.

Probabilmente non è un’esperienza generalemente condivisa, ma se almeno una volta nella vita siete stati a Stintino, Capalpio, Cortina, o Courmayer o similari, e avete passato qualche ora insieme con quelle signore bene educate che si affibbiano nominogli ridicoli come Cicci e Lolli, o con quei gentlemen altolocati che indossano le scarpe inglesi e il maglione di cashmere anche per andare ad acquistare il Corriere o Repubblica, forse vi sareste chiesti perché talvolta questi eleganti signore e signori, che il più delle volte devono la loro agiatezza al bisnonno e oltre, indossino capi d’abbigliamento semplicemente ridicoli, spesso identificati con nomignoli altrettanto ridicoli.

Guarda, ho messo finalmente le pappucce

Oggi con questo tempo ho tirato fuori dal guardaroba la balanfracca che ho preso a Sankt Moritz

Chi oggi non ha un cappello alla zevingote?”

Ecco, spero di avere reso l’idea… Talvolta, un certo capo è tipico di una specifica cerchia o di una località, talvolta è una scelta individuale, ma l’orrore resta.

Me lo sono chiesto tante volte, il perché di questo atto di vero e proprio odio verso il bel vestire, e forse la risposta è simile alle ragioni che portarono la povera Florence Foster Jenkins a esibirsi alla Carnegie Hall: nessun domestico, collaboratore, segretaria o autista ha il coraggio di dire “Dottore, quel cappotto fa ridere i polli” o “Signora, ma quelle scarpe sembrano ciabatte del mercato, ma delle bancarelle sfigate” e quindi le nostre Zizza e i nostri Ghigo continuano imperterriti a indossarli.

Direte: ma gli altri del loro ceto sociale, in occasione di vernissage o salotti, perché non glielo fanno notare?  Semplicemente perché non sta bene, non è educato, non sia mai dire una cosa fuori posto, e così l’orrendo capo rimane indossato, e capita pure che venga imitato, magari dall’ultima arrivata che vedendo la contessa indossare quel maglione uscito da un video dei Wham degli anni ’80 corre a comprarlo nell’unica boutique di Sankt Moritz che ancora li vende…

E pazienza se due settimane prima ne aveva buttato uno identico nel cassonetto della raccolta indumenti usati…

Come il cioccolato sciolto al sole

Oggi, ormai sul finire della storica rubrica delle Risposte alle grandi Domande della vita (che terminerà alla n. 100), voglio offrire una soluzione a chi si chiede:

“E’ una buona idea tornare con il mio ex?”

Risposta n. 96.

A tutti, credo, è capitato la disavventura di acquistare una buona e gustosa tavoletta di cioccolato, di dimenticarla in automobile a sole poi, ritornati dopo qualche ora, ritrovarla tutta sciolta.  A me è successo ieri, per dire.

Ecco, quando capita qualcuno (io, per esempio) prova a mettere la tavoletta in frigorifero, sperando che il freddo la riporti alla forma originaria, ma questo non avviene mai, gusto e forma non sono gli stessi.

Con le storie d’amore è la stessa cosa; una volta che si sono sciolte, qualunque cosa sia avvenuta nel frattempo, altre storie o casti struggimenti, è inutile provare a far tornare quell’amore com’era (o come ricordavate che fosse), perché sarà solo qualcosa una vaga imitazione di quel che era, proprio come la tavoletta di cioccolato sciolta al sole e rimessa in frigo.

Quindi, giovani amiche e amici che siete capitati qui per sapere se val la pena tornare con l’ex, la mia risposta è

NO

Una storia salvadiga

witch_house_by_totalnol-d4r6kd1.jpg

Witch House by Alex Shatohin on Deviantart.com

Piccola favola crudele ambientate nella mia Terra (come cantava Elisa), ossia nella provincia  di Trieste, e scritta (semel in anno licet insavire) nella parlata locale.

Ghe jera una volta, e la viveva nel Bosco de le Noghere, tacà de Muja e del bloco de Rabuiese, una vecia che non so come la jera diventà una striga.  Una striga vera, de quele cative che le svòla su el manigo de scopa.

Bòn, una sera un muleto¹ che no scoltava mai mama e papà, el se perdi dentro el bosco; camina de qua, camina de là, el muleto el incontra la striga, e ghe chiedi, educatamente:

“Mi scusi, signora, ma per tornare ai laghetti che direzione devo prendere?”

La striga la varda el muleto, un bel muleto un poco su de chili con le guanciotte rosse, e se lo magna in un sol boccone.  Come i veri, la se disi da sola tuta contenta.

No la se jera acorta che un minuto prima jera ‘riva un orco, che la varda e  ghe disi “Cosa te ga fato?  Te se ga magnà el muleto?”

“ehhhhh, no l parlava triestìn, sarà sta un Furlàn²”

“Ma el jera de Borgo!”

“De Borgo?  E no el parlava triestìn?”

“Ehhhh, cos te vol, la mare jera ‘taliana³”

“Orca, alora me dispiasi tanto… Bon dei, prosimo giro ghe penso do volte… anche se te devo dir che la carne jera davero bòna, te ga presente quela che te compravi in Zonabìª tanti anni fa…?”

1: muleto: bambino, diminutivo di mulo, che in triestino vuol dire ragazzo

2: Furlàn: Friulano inteso come abitante delle province di Udine e Pordenone, divise con Trieste da un forte campanilismo

3: ‘taliana: Italiana del Sud, inteso in senso molto esteso a ricomprendere anche il Centro Italia

a: Zonabì: la Zona B dell’ex Territorio Libero di Trieste, che comprendeva il nordovest della penisola istriana, da Capodistria a Cittanova, che legalmente continuò ad esistere fino al 1975.