cultura · Lettere dalla Quarantena · politica

In questo interregno

1918_antonio-gramsci

Quarantesimo giorno di Quarantena.

Confinati in casa si possono fare tante cose; una di queste è leggere gli scritti di altri confinati.

Di autori che hanno approfittato della prigionia per scrivere ce n’è più d’uno, Rustichello da Pisa (il vero autore de Il Milione sui viaggi di Marco Polo), il Marchese de Sade, Cervantes, Oscar Wilde, ma uno dei migliori di questa categoria è indubbiamente il nostro Antonio Gramsci, che incarcerato dal regime fascista per ragioni esclusivamente politiche (“bisogna impedire a quel cervello di funzionare” disse nella sua requisitoria il pubblico ministero), rimase in carcere per otto anni, e fino a quando le condizioni di salute glielo permisero scrisse una mole imponente di appunti, che dopo la sua morte vennero raccolte nei celeberrimi Quaderni dal carcere.

Per mia fortuna, ho ereditato nella mia libreria personale alcuni dei volumi in cui sono stati pubblicati, e in questi giorni sto leggendo quello intitolato Passato e presente.

Ciò che colpisce, leggendo Gramsci, è prima di tutto l’incredibile attualità delle sue analisi della società e della politica italiana, che per certi aspetti sono validissime ancora oggi. Certo, nessuno oggi catalogherebbe come “morti di fame” (testuale) i piccoli intellettuali in cerca di un qualsivoglia impiego decentemente retribuito, nello stato o in politica, pur di non dover fare un lavore manuale (d’altronde Gramsci scriveva per sé non pensando a una pubblicazione) ma la descrizione della cultura nazionale e di certe, purtroppo immutabili, caratteristiche del nostro popolo sembrano scritte l’altroieri. Così come i ritratti dei tanti opportunisti, che un secolo fa come oggi pullulano nella nostra penisola, e che per esempio avevo trovato nell’altro libro dei Quaderni di Gramsci che avevo letto (Sul Risorgimento).

Il secondo aspetto che colpisce, altrettanto forte, è la scrittura. Una scrittura asciutta, pulita, una prosa leggibilissima, la sapienza e l’erudizione di Gramsci si intuiscono, sono evidenti, ma mai esibite.

La frase da cui ho preso il titolo di questo post ne è un esempio

il vecchio muore e il nuovo non può nascere; e in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati

ma se ne potrebbero trovare altre decine nelle pagine di Gramsci, la cui lettura viene facile e scorrevole.

Oggi di converso spesso leggiamo testi inutilmente prolissi, e specie se si ha la ventura di avere passione per la politica si leggono lunghi mappazzoni in cui la supponenzadell’autore è pari solo all’inutilità di quello che scrive . Viene da pensare che la colpa di questo diluvio di parole sprecate stia nel computer e nella facilità della videoscrittura. Scrivere al computere o sul telefonino è facile, le lettere prendono forma in pochi istanti e si perde il senso delle parole e delle frasi.

All’epoca di Gramsci scrivere era un esercizio manuale, una penna sulla carta, cancellare e correggere non era semplice, e allora ogni singola parola pesava e contava. Se anche solo una persona, lette queste mie righe, riscoprisse la scrittura di Gramsci (dando così un senso a questo mio post) vedrebbe quante poche parole utilizza per esprimere concetti complessi e idee pesanti. Tutto il contrario di chi spreca parole e frasi per dire banalità di cui il mondo ben potrebbe fare a meno.

Spero di non essere tra quelli, per cui mi fermo a scrivere e torno a leggere, sperando che oggi sia l’ultimo giorno di clausura e che domani, quando sapremo il risultato dell’ultimo tampone, sia il giorno della nostra ritrovata libertà.

4 pensieri riguardo “In questo interregno

  1. E ti stupisci che nulla sia cambiato? “Chi conosce la storia non ha bisogno di leggere la cronaca”: non l’ho detto io, ma decisamente lo condivido!

    L’uomo è sempre lo stesso, le dinamiche umane pure.

    1. E invece siamo ancora qui con “miseria della vita culturale e angusti meschina dell’alta cultura: invece della storia politica, la erudizione scarnita; invece della religione, la superstizione (…) il giorno per giorno con le sue faziosità e i suoi urti personalistici, invece della politica seria” (sempre Gramsci)

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