La favola della principessa nutria

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C’era una volta, tanto tanto lontano, una piccola cittadina dove vivevano tante piccole persone.  Alle piccole persone non piacciono tutte le cose che non conoscono e non capiscono, e per tale ragione un giorno gli abitanti della città decisero che le nutrie che vivevano nel fiume che attraversava la città erano troppe e molto molto pericolose, e che bisognava fare qualcosa.

Si riunì il consiglio comunale, e si decise che le nutrie dovessero essere tutte sterminate.

Un cacciatore, contento di potere sparare a qualcosa di nuovo, chiese al figlio di accompagnarlo alla battuta di caccia dei feraci animali; insieme andarono sul fiume, armati di tutto punto, e poi si separarono, ognuno camminando su uno degli argini.  A un certo punto il giovane vide una nutria che usciva dal fiume, la inseguì fino a raggiungerla.  Alzò allora il bastone per colpirla, ma quella all’improvviso gli parlò.

“Non uccidermi, giovane amico, non ho fatto nulla di male né a te né alla tua gente, ti prego risparmiami e io diventerò una moglie fedele ed esaudirò il tuo più grande desiderio”.

Il giovane rimase stupefatto, non sapeva che fare, ma certo non poteva colpire chi gli parlava con voce umana, che fosse vero o fosse la sua immaginazione, e allora gettò il bastone nel fiume e disse alla nutria che l’avrebbe risparmiata.  D’incanto l’animale scomparve in una nuvola celeste e quando la nuvola si fu diradata apparve un’incantevole ragazza dai lunghi capelli castani e dagli splendidi occhi neri contornati da lunghissime ciglia, che baciò il giovane sulla guancia.  Il giovane le diede il suo giaccone per coprirsi, e poi l’accompagnò lontano dal fiume, velocemente quasi temesse che qualche altro cacciatore di nutrie la riconoscesse, poi gridò al padre che non voleva più fare nulla e se ne tornò a casa insieme alla ragazza nutria.

Costei era bella e gentile, non appena a casa rivelò al giovane di essere una principessa zingara, trasformata in nutria da un maleficio che aveva colpito la sua famiglia per uno sgarro a un clan rivale.

Il giovane le andò subito a comprare degli abiti bellissimi, degni di una principessa, ma quando suo padre tornò non seppe trovare le parole giuste per spiegare come mai c’era quella bellissima ragazza a casa loro.  Suo padre non amava le nutrie, ma ancora meno gli zingari, e persino meno sapere che suo figlio aveva speso tutti i soldi che c’erano in casa per comprare dei vestiti a una sconosciuta.  Il giovane pensò allora di dire che era una poverella scappata da una guerra in un paese lontano, ma suo padre non amava nemmeno i poverelli che scappavano dalle guerre, al massimo era disponibile ad aiutarli a casa loro, ma giusto per dire, non mandandogli veramente dei soldi.

Così i due giovani fuggirono insieme, e la principessa gli propose di andare da suo padre, che li avrebbe accolti molto bene.

L’entusiasmo del giovane si placò di fronte all’ingresso dell’accampamento dove lo aveva condotto la principessa, una strada sterrata tra due case mobili in mezzo alla quale razzolavano due galline e si muoveva ciondolando un cane che pareva randagio.

La principessa invece scese tutta felice e le vennero incontro due uomini grandi e grossi di aspetto tale che chiunque vedendoli avrebbe cambiato marciapiede.  I due furono molto cordiali con lei, che indicò con gesti e sorrisi il giovane, e anche lui venne fatto entrare nel campo.  Piano a piano un piccola folla si radunò attorno ai due giovani, tutti felicitandosi per il ritorno della principessa.

“Andiamo da mio padre, adesso!” disse la principessa al giovane che si sentiva molto a disagio in quel luogo per lui così alieno.  Attraversarono il campo fino a una carrozza di fattura antica, come quelle dei circhi ambulanti di una volta, con sopra una scritta  dorata in un alfabeto sconosciuto.  La principessa prese il giovane per mano, e lo trascinò tutto titubante all’interno della carrozza.

Uno stupore immenso colse il giovane, passato l’ingresso della carrozza si apriva un mondo d’incanto, un meraviglioso palazzo con le pareti celesti e mille finestre che davano su meravigliosi laghi e rigogliosi giardini, ovunque lussuosi tappeti e sfarzose decorazioni.

Di fronte a loro, seduto su un trono, era assiso il Re degli zingari, che si alzò per venire incontro alla principessa, e abbracciarla in lacrime.   Poi si volse verso Giovanni, e abbracciò anche lui, ringraziandolo per avere salvato sua figlia, e promettendogli mille ricompense.

Il giovane rispose però che la migliore ricompensa era la mano di sua figlia, al che il Re si alterò, rispondendo che sua figlia da anni era già promessa a un altro, e che doveva mantenere la parola data.

La principessa prese la parola implorando il padre di cambiare idea, perché lei aveva promesso al giovane che lo avrebbe sposato se l’avesse salvata, e così si era spezzato l’incantesimo.  Il Re scosse perentorio la testa, e rispose che la promessa solenne di una principessa non può essere infranta, se non di fronte alla promessa solenne di un Re, e quello era appunto il caso.

Tutti mormorarono, ma il Re era fermo sulla sua decisione, e disse ai due giovani che ora dovevano separarsi, e che avrebbe accompagnato Giovanni nella stanza riservata agli ospiti d’onore.

Fu allora che il giovane si ricordò della seconda promessa della principessa, e le disse che voleva esprimere il suo desiderio.

“Il mio desiderio più grande è vivere insieme a te in un bellissimo palazzo solo per noi“.

Il Re, che aveva capito tutto, gridò “noooooo” ma un attimo dopo tutto svanì negli occhi della principessa, e subito dopo attorno ai due giovani apparve un palazzo non meno splendido di quello dove li aveva accolto suo padre, e c’erano solo loro due.

La principessa lo abbracciò e lo baciò con amore.

“Ora vivremo qui per sempre” gli sorrise, ma il giovane non comprese quanto fossero vere quelle parole.

Il palazzo non aveva uscita, e nessuno poteva entrarne o uscirne, perché lui aveva detto di desiderare “un palazzo solo per noi“.

La prima settimana d’amore fu splendida, ma alla fine anche se la munifica dispensa si rinnovava come per magia ogni giorno, il fatto di non potere uscire dal palazzo  e non potere mai incontrare nessuno non rendeva i due giovani felici.

Alla sera dell’ottavo giorno la principessa chiamò a sé il giovane, e gli disse che spesso esaudire un desiderio è la cosa più infelice che possa esserci, ma che nel loro caso c’era una soluzione, almeno fino alla mezzanotte di quel giorno.  Il giovane le chiese cosa si potesse fare, e la principessa gli illustrò la sua soluzione, e quale incantesimo la poteva realizzare.  Un minuto prima di mezzanotte i due giovani si recarono allora nella torre più alta del palazzo, si strinsero la mano e saltarono giù.

Per il giovane fu come risvegliarsi all’improvviso, in mezzo all’acqua torbida ma che ora lui trovava piacevole, e all’improvviso non era impacciato a nuotare come era sempre stato, ma lo trovava facile e naturale.  Sulla riva alti alberi proiettavano la propria ombra sul lago, di fronte a sé vide subito la principessa, nella sua pelliccia e con la sua lunga coda, e la vide bellissima ora che anche lui si era trasformato in una nutria. E insieme nuotarono affiancati, finalmente liberi.  E vissero felici e e contenti, perché nei dintorni non c’erano piccole città con piccoli abitanti.

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