Klimt in corridoio – 3 –

attersee_1900(continuazione di Klimt in corridoio 2)

Anche prima che Hitomi Saganaki avesse salito le scale, bussato leggermente alla porta e oltrepassato veloce la porta del suo appartamento, Yusuke aveva subito capito che la persona che aveva suonato tre volte il campanello era lei. Ciò nonostante, quando la porta si aprì la riconobbe a stento. Quella ragazza magra con l’impermeabile trasparente, l’abito corto verde e gli stivali sopra il ginocchio era molto diversa dalla sua compagna di classe quattordicenne di tanti anni prima.

“Ben ritrovato Yusuke Motomaro” gli sorrise lei, e poi, quasi a togliergli l’imbarazzo “Ho saputo che stavi cercando Hitomi Saganaki, così ho deciso di trovarti io”. Yusuke le rispose, quasi come una bugia di cortesia, che l’aveva subito riconosciuta, e Hitomi non disse nulla, ma lo pregò di aiutarla a togliere l’impermeabile, che era tutto bagnato perché fuori pioveva. Yusuke la fece entrare e accomodare nella zona giorno, poi le propose di preparare una hotto chokoreeto. Hitomi sorrise delicatamente, e fece un cenno di assenso. Si era seduta sul divano tenendo le gambe strette, e le mani sulle gambe. Gli stivali alti nascondevano i segni del terribile incidente di cui gli avevano parlato il padre di Hitomi e Akihiko. Yusuke le voltò le spalle, prese un pentolino dalla credenza, vi versò il latte, e attese che bollisse per aggiungervi la bustina di cioccolata che conservava in dispensa da mesi, dopo averla comprata senza sapere nemmeno lui bene il perché. Mentre aspettava, Hitomi si mise ad osservare le foto formato gigante che erano disperse sul divano e sul tavolino. Erano tutte foto dei cervi di Nara.

In quel periodo il lavoro di Yusuke alla casa editrice consisteva nel selezionare le illustrazioni per una collana di calendari e diari dedicati ai cervi del parco di Nara. La selezione preliminare avveniva al computer, però nel momento della scelta finale delle foto da pubblicare era utile stamparle in formato A4. Yusuke, come ogni anno, selezionava per sé le immagini più strane, le meno adatte a venire inserite in un diario o in un calendario, e se le portava a casa. Quest’anno la sua collezione personale comprendeva varie immagini di cervi intenti a gesti impropri come divorare una piantina del giardino di un tempio, accoppiarsi tra loro di fronte a un torii, o defecare davanti a una scolaresca.

Quando, dopo avere terminato di preparare la cioccolata,Yusuke appoggiò sul tavolino di fronte al divano le due tazze fumanti, Hitomi gli fece i complimenti per le fotografie; Yusuke le spiegò che non era lui l’autore e la ragione per cui le aveva portate a casa, ma prima che finisse di raccontare Hitomi gli porse un cd nella sua custodia trasparente. “Ci sono tante canzoni di quando eravamo tutti e due alla scuola di Fukuoka” gli spiegò; Yusuke la ringraziò con un gesto del capo e inserì subito il cd nel lettore.  “Avrei voluto portarti la mia musicassetta , ma non sapevo se possedevi un registratore” aggiunse Hitomi, mentre nella stanza si diffondeva la melodia di Karma Chameleon dei Culture Club. Poi si scostò la frangia, si tolse gli occhiali e li posò sul tavolino e guardando Yusuke negli occhi gli disse: “Yusuke, negli ultimi tempi tu mi hai cercato tanto ma noi due ci eravamo già rivisti”.

Era il primo anno dell’università dopo il suo ritorno in Giappone, dopo,  una sera Hitomi era andata con le amiche in una discoteca nel quartiere dove spesso andavano gli studenti universitari. Il locale notturno si trovava nel seminterrato, era piccolo e molto buio. Era lì che nel buio aveva notato Yusuke, lo aveva riconosciuto, e senza dire una parola aveva iniziato a ballare vicino a lui. Mentre ascoltava il fluire delle sue parole Yusuke ebbe l’intuizione di capire quando era accaduto l’episodio che Hitomi stava raccontando. Non era un grande frequentatore di discoteche, ma quella sera di quello che per lui er l’ultimo anno si era lasciato convincere dai suoi amici e da Serge, un ragazzo francese che si trovava nella loro università per perfezionare il proprio scarso giapponese. Al termine del suo soggiorno a Tokyo, il giapponese di Serge era rimasto pessimo, ma aveva portato uno spirito di libertà e indipendenza nel gruppo di studenti locali con cui era entrato in contatto. Yusuke si ricordava ancora bene di quella ragazza che nell’oscurità gli si era avvicinata, e senza dire una parola aveva cominciato a ballargli vicino in modo tanto sensuale che il suo pene gli si era irrigidito. La ragazza gli ballava intorno e il suo corpo si muoveva seguendo un’onda e trasmettendogli un’incredibile energia sensuale; aveva bevuto due birre Asahi, ed erano passati più di dieci anni, adesso non ricordava più per quanto tempo i loro due corpi si erano mossi insieme, estremamente vicini ma senza toccarsi. Ricordava invece lucidamente che il giorno dopo, appena uscito dal dormitorio aveva incontrato tre ragazze sedute sui gradini dell’ingresso che credeva di non conoscere ma che lo salutarono; Yusuke rispose al saluto, e pensò che forse era di loro la ragazza che gli aveva danzato intorno, ma nel dubbio non si fermò e non chiese loro se la sera prima erano andate anche loro in discoteca; c’era dentro di lui l’imbarazzo per la grande intimità di quella sera prima, era come se Yusuke e la misteriosa ragazza avessero fatto l’amore, senza nemmeno essersi presentati, avere parlato o essersi toccati. Nei giorni successivi aveva provato a lungo a riconoscere in una delle studentesse dell’università il volto di quella ragazza che la sera prima aveva ballato con lui, di quella ragazza che aveva quasi fatto l’amore con lui senza nemmeno sfiorarsi, ma non era nemmeno certo del suo volto, e credeva di riconoscerla e di non riconoscerla in ogni ragazza che incontrava.

Perché non mi hai detto che eri tu?” gli chiese Yusuke. “Perché non era ancora il momento di ritrovarsi” gli rispose Hitomi “…perché avevo capito che non mi avevi riconosciuto, e in un certo senso mi ero sentita respinta ancora una volta. In più. come forse hai già saputo, nelle isole Hawaii mi è successa una brutta cosa, e a quel tempo non mi sentivo a mio agio con il mio corpo”. Yusuke gli accennò che era vero, che aveva saputo qualcosa, e Hitomi capì la sua difficoltà nel toccare l’argomento. Gli sorrise, e gli spiegò che già durante l’università le era stato chiesto più volte di raccontare la sua esperienza; un giornalista che aveva il fratello all’università l’aveva intervistata da un settimanale e da quel momento il suo lavoro era diventato raccontare la storia del suo incontro con lo squalo (Hitomi lo chiamava così). Era stata intervistata anche per alcuni documentari di un canale nazionale e di alcuni canali televisivi americani specializzati in servizi su natura e animali. Ogni volta il suo compenso era stato più alto, perché il suo racconto era particolare, perché era una ragazza dall’aspetto gradevole e perché era sopravissuta. “A tutti piacciono le storie con un lieto fine” gli sorrise; Yusuke ricambiò il sorriso, ma subito dopo non potè evitare che il suo sguardo si ponesse sulle gambe di Hitomi. “Lo so cosa ti domandi, se lo chiedono tutti… dal ginocchio in giù, una delle due gambe non è più mia, ma non chiedermi quale, non chiedermelo mai, Yusuke, è una delle due uniche cose che ti chiederò di rispettare.  L’incontro con quell’essere ha cambiato per sempre la mia vita, ho deciso di tenere per me stessa come me l’ha cambiata, così come  da anni invece racconto anche agli sconosciuti cosa accadde. Tu sei molto educato a non chiedere nulla, ma so che, come tutti vuoi, vuoi sapere, e non voglio dirti di no.  Ho raccontato molte volte questa storia, la storia di un mattino come altri, era una bellissima giornata di sole quando mi recai alla baia di Pohoiki per esercitarmi con il mio maestro, un ex surfista professionista originario di San Diego, che che mi aveva preso con sé perché diceva di vedere in me un grande potenziale.  Era un uomo alto un po’ sovrappeso con i capelli lunghi e la barba selvatica, che ormai stava diventando più grigia  che bionda.  Con noi c’era anche mia sorella Masumi. Il mare era splendido, ricordo di avere surfato un po’, e poi di essermi allontanata dalla riva alla ricerca dell’onda perfetta, che è il miraggio di ogni surfista.  L’onda la vidi solo arrivare. Dei momenti successivi ho solo ricordi confusi: un colpo sordo alla tavola, qualcosa che la fa ribaltare e mi fa cadere in acqua, un’ombra grigia, una gigantesca ombra grigia che mi sfila di fianco, il mare rosso sangue, io che cerco di nuotare verso la riva, una mano forte che mi prende e mi porta con sé, la sirena dell’ambulanza, le grida disperata della mia compagna di allenamento, le luci della sala operatoria, una notte interminabile e, alla fine, i volti della mia famiglia in un letto d’ospedale; e nel finale ci sono io che vengo portata fuori dall’ospedale su una sedia a rotelle, con in mano la mia maglietta insanguinata.   Ecco, dal momento in cui pagaiavo con le mani a cavalcioni sulla mia tavola da surf in un paradiso apparente, fino a quando sono tornata a casa su una sedia a rotelle, sono solo frammenti di ricordi.  Dicono che  sia la nostra mente a farci dimenticare le sofferenze peggiori, e penso sia quello che sia accaduto anche a me.  Tutti, dopo, hanno detto che sono stata attaccata da uno squalo molto grande, probabilmente hanno ragione, ma se tu lo chiedessi a me non avrei potuto risponderti che cosa mi avesse aggredito”.

Yusuke le disse che era molto dispiaciuto per quello che le era successo.  Hitomi lo ringraziò, e poi gli si avvicinò, tanto che le loro gambe si sfiorarono fin quasi a  toccarsi. “Sono molto felice di averti ritrovato, tu non lo sai ma per me sei stato molto importante.  Quando eravamo compagni di scuola tu riservavi le tue attenzioni a un’altra persona, e forse per questo non hai mai capito che io ero disperatamente e totalmente innnamorata di te. Disegnavo mille volte sul mio diario gli ideogrammi che compongono il tuo nome, scrivendolo ogni volta con un diverso significato; naturalmente conoscevo bene gli ideogrammi che utilizzavi tu per scriverlo, ma mi piaceva cambiarli, e scrivere il tuo nome in cento modi diversi, uno per ogni modo in cui ti amavo.  Lo sai, a quel tempo ero un ragazzina, ma l’amore che provavo per te mi ha portato a non dimenticarti mai, e a riconoscerti subito quella sera all’università, anche perché una parte di me, nel più profondo del mio animo, sperava che ritornando in Giappone ti avrei ritrovato”. “Mi dispiace di non averti stretto la mano, quel giorno, durante l’Hakata Gion Yamakasa” le disse Yusuke “se ti cercavo era proprio perché penso di dovere rimediare a quell’errore”. Hitomi gli sorrise, ma abbassò subito di nuovo lo sguardo. “Ora io sono qui, nel tuo appartamento; sono qui per te, ma non potrò restare per sempre.  Ho un gatto a cui sono molto legata e, vedi, non so se mio marito e mio figlio capiscono quando è il momento di dargli da mangiare.  Se tu lo vuoi, posso restare ancora un’ora con te, ma potrebbe essere l’ultima volta.  E non so se sarà bello, la prima volta di due amanti non è mai bella, sopratutto quando il loro amore è molto forte e intenso”. Yusuke fu colpito dalla parola che Hitomi aveva usato, ma non disse nulla. “Però ti voglio proporre un patto” continuò Hitomi “lasciami andare, fammi tornare dal mio gatto, da mio figlio e da mio marito, ma ascolta bene quello che ti sto per dire, e la prossima volta non sarà per una o due ore, ma sarà qualcosa di più”. Yusuke la ascoltò, in silenzio, ammirando l’eleganza dei suoi lineamenti e la strana linea delle sue sopracciglia.  Poi, quando lei ebbe finito, la accompagnò alla porta e, quando Hitomi aveva già indossato di nuovo l’impermeabile trasparente, le prese la mano e gliela strinse.  Hitomi gli baciò le labbra nel tempo di un sospiro, poi uscì.

Yusuke passò il resto della settimana a ripensare a quello che era successo, e alle istruzioni di Hitomi.  Ogni minuto in cui lei era rimasta nel suo appartamento, e ogni parola che Hitomi aveva pronunciato, gli erano profondamente scolpiti nella memoria, e rimbalzavano nelle pareti della sua mente.  Avrebbe voluto cercarla, correre da lei ovunque fosse, e con chiunque stesse in quel momento, ma era più forte l’impegno a rispettare il loro accordo.

Poi fu di nuovo domenica; Yusuke la attese nel corridoio, come Hitomi gli aveva chiesto. Le tapparelle delle finestre erano completamente chiuse e anche se era pomeriggio dall’appartamento era stata esclusa ogni fonte di luce naturale. Lei suonò tre volte il campanello, poi entrò senza dire una parola.  Era vestita come la domenica precedente: gli stessi stivali alti, lo stesso vestito, lo stesso impermeabile trasparente anche se fuori c’era il sole.  Sul pavimento e appese alle pareti del corridoio erano sparpagliate le foto venute male del servizio sui cervi di Nara. Il lettore cd diffondeva nell’appartamento le note di Through the barricades degli Spandau Ballet.  Hitomi riconobbe la canzone, ne ripetè il titolo senza emettere alcun suono, e poi gli disse: “ora ti porterò dove vanno i gatti quando li cerchi e non riesci a trovarli”. Yusuke allora spense l’unica luce che era rimasta accesa. Il buio completo si abbassò su loro due. Era come se avessero chiuso gli occhi, anche se non lo avevano fatto. Hitomi pronunciò il suo nome, e Yusuke fece lo stesso, ripetendolo mentre lo immaginava ogni volta scritto con kanji differenti. Sembrava quasi che la sua immaginazione si materializzasse davanti a lui, era quasi come se le diverse combinazioni degli ideogrammi del nome Hitomi  gli volteggiassero davanti, luminose nel buio. Chissà se succedeva lo stesso anche a Hitomi. Fu un istante e si ritrovarono come circondati da pareti trasparenti, poi fu improvvisamente buio e poi pian piano i loro occhi si adattarono alla penombra; Yusuke sentì che i suoi piedi non toccavano più il pavimento del suo appartamento, ma dell’erba umida; mentre la penombra divenne luce di un tramonto intravide attorno a sé le sagome dei cervi di Nara che passeggiavano intorno, in un paesaggio che ricordava un giardino ornamentale; eppure sentiva ancora la musica degli Spandau Ballet in sottofondo.  Allungò le mani fino a toccare le dita di Hitomi; le strinse le mani e lei strinse le sue. Si baciarono, Yusuke la spogliò con dolcezza; Hitomi infine abbassò la chiusura lampo YKK degli stivali, e se li tolse.  Non aveva alcun segno del morso dello squalo, erano le sue gambe, erano le sue bellissime gambe. Hitomi notò il suo stupore, lo invitò con lo sguardo a guardarsi intorno, e non ebbe bisogno di spiegarli che in quel luogo il passato e il futuro non avevano senso.  La settimana prima aveva proposto a Yusuke di seguirla in quel luogo, perché lì non avrebbero avuto per loro un’ora, due ore, o un’intera giornata; in quel luogo avrebbero potuto rimanere tutto il tempo che avrebbero voluto, anche per sempre, perché in quel luogo il tempo era come se non esistesse.  In quel luogo Hitomi non avrebbe tradito suo marito, perché quello che succedeva in quel luogo succedeva solo tra loro.  Ma succedeva, e stava succedendo veramente, non in un sogno, ma in un angolo della realtà. Ed era profodamente reale l’abbraccio dei corpi di Yusuke e Hitomi, il suo pene che entrava dentro di lei, il piacere di entrambi, il giacere distesi sull’erba umida stringendosi forte la mano, per un tempo senza tempo. Lo stereo trasmetteva le note della canzone The world we love in della cantante italiana Mina.

Walls seem to disappear
the room is filled with willows.
Heaven is, oh, so near
the blissy clouds of pillows.

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