Klimt in corridoio – 2 –

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(continuazione di Klimt in corridoio)

La signora Saganaki fece accomodare Yusuke nel salone della loro casa hawaiana dai muri di intonaco bianco, che all’interno era arredata secondo lo stile giapponese tradizionale, e dopo avere fatto scorrere una shoji lo fece accomodare sul tatami, davanti al tavolo da the.  Dalla grande vetrata si vedeva la baia di Hilo, la barriera contro le onde e la placida distesa del mare Pacifico.

Il padre di Hitomi, il signor Saganaki ormai era quasi cieco, e aveva smesso di lavorare come giardiniere; sbrigava soltanto dei lavori su commissione per privati che ne conoscevano la fama di migliore giardiniere giapponese delle isole Hawaii che si era guadagnato lavorando per diciotto anni nei migliori giardini dell’arcipelago.  La sua precisione e il suo impegno gli avevano portato ottimi guadagni, e ora aveva potuto smettere di lavorare  e poteva trascorrere una vecchiaia agiata.  Dopo avergli raccontato della sua nuova vita, e avere rivolto a Yusuke molte domande sulla patria lontana, il sig. Saganaki all’improvviso rimase in silenzio.  Si versò con calma del the e ne versò a Yusuke, poi lo guardò, o almeno sembrò guardarlo come se avesse riacquistato la vista, e poi parlò.

“Mia figlia Hitomi è morta”.

Le parole del signor Saganaki raggelarono Yusuke.  La signora Saganaki uscì discretamente dalla stanza mentre il sig. Saganaki continuava a parlare. “Ho dovuto portare via quell’arbusto di satzuki dal giardino Korakuen per salvare mia figlia maggiore Masumi, era l’unico modo per salvarla.  Era in coma da sei mesi, e i medici non sapevano cosa fare, ma io lo avevo capito.  Dovevo sciogliere l’equilibrio del mondo, e per farlo dovevo interrompere l’equilibrio perfetto del giardino Korakuen, e creare un momento di disequilibrio, durante il quale Masumi poteva risvegliarsi.  E una volta che il mondo sarebbe tornato in equilibrio, non avrebbero potuto riprendersela.  E così è successo.  Anche se purtroppo, salvando Masumi ho determinato la catena di eventi che mi ha fatto perdere Hitomi. Vivendo alle isole Hawaii ho imparato a conoscere come ragionano gli europei; se hanno un monumento storico, a differenza nostra loro ne conservano la struttura originale e la restaurano, mentre come sai noi abbattiamo i nostri monumenti per poi ricostruirli.  Non è quello che facciamo?  Demoliamo e ricostruiamo dalle fondamenta. Ma non sempre è possibile”.

Trovare la famiglia di Hitomi per Yusuke non era stato facile; aveva provato ad avere informazioni dalla segreteria della loro scuola di Fukuoka, ma gli avevano risposto che non potevano fornirgli informazioni di quel tipo, aveva persino pensato di rivolgersi a un’agenzia di investigazioni, ma alla fine aveva lasciato perdere, perché quelli erano i mesi in cui nel suo posto di lavoro doveva dare il massimo. Tornò a pensare a Hitomi solo a gennaio, e allora ebbe l’idea di telefonare a Akihiko Nagakawa, l’unico compagno di classe della prima superiore con cui fosse ancora in contatto, perché aveva frequentato la sua stessa università.  Akihiko era uno sportivo, ed era stato il capitano della squadra di baseball della scuola superiore. Akihiko adesso lavorava all’ufficio pubbliche relazioni di Tokyo di una famosa casa automobilistica, per cui curava la comunicazione del suo prestigioso marchio di lusso; si diedero appuntamento a un caffé di una catena in stile americano della zona di Shinjuku. Ordinarono entrambi due frappè al gusto di caffé e caramello che gli vennero serviti in grandi bicchieri di carta con il logo della catena che imitava male il logo di Starbucks, mentre lo stereo del locale trasmetteva Save a prayer dei Duran Duran nella versione live del 2005.

Yusuke, dopo avere parlato dei vecchi tempi, gli chiese se sapeva se Hitomi fosse davvero andata a vivere nelle Hawaii. Akihiko gli rispose di sì.

“Non ricordi che un anno arrivò una cartolina da Hitomi, dalle Hawaii? Fu l’anno successivo a quello in cui partirono”.

Cercare un giardiniere professionista di giardini zen a Kyoto o Yokohama sarebbe stata un’impresa impossibile, ma trovarlo nelle isole Hawaii non fu così difficile.  In fondo non c’erano molti giardinieri giapponesi nell’arcipelago americano, e il signor Saganaki inoltre era ben conosciuto, e a Yusuke non fu impossibile recuperare anche il suo indirizzo di casa.

Alla fine però si era ritrovato fuori dalla casa americana della famiglia Saganaki, con un profondo gelo dentro, il riflesso delle parole del padre di Hitomi, assieme ai dubbi che gli erano rimasti, e ai misteri che le parole del signor Saganaki gli avevano incastrato nella mente.

Yusuke aveva prenotato l’albergo per alcuni giorni, e allora decise di rimanere nelle Hawaii, affittò un’automobile e girò a lungo per le isole, provando a cercare il luogo in cui Hitomi era morta in quel terribile incidente di cui gli aveva accennato suo padre.   La sera dell’ultimo giorno tornò all’hotel piuttosto tardi, e dopo cena non riuscì a prendere sonno, pur essendo fisicamente molto stanco.

Si rivestì e scese nella hall, il bar era ancora aperto ed era quella la sua destinazione, ma arrivato davanti alla reception della reception fu colpito da una ragazza orientale dietro il bancone,  che rispose al suo sorriso. Aveva una bellezza molto morbida, con dei lunghi bellissimi capelli e un neo sulla  guancia sinistra e che portava con straordinaria eleganza la divisa dell’hotel.  Fu naturale per Yusuke avvicinarsi e parlarle in giapponese.  La ragazza, che si chiamava Jin, gli rispose con il modo di parlare di chi è nato all’estero.  I suoi genitori erano emigrati negli Stati Uniti, in California, quando lei ancora non era nata.

Jin gli raccontò che quando si sentiva triste o voleva stare da sola andava al giardino giapponese della città di Hilo, e in particolare cercava una pianta in particolare, un grande arbusto di Satzuki con il quale le piaceva immaginare di avere un dialogo.  Gli parlò a lungo del giardino, gli disse che possedeva una meravigliosa armonia, specie quando non c’erano altre persone a camminare nei vialetti di ciottoli.

Yusuke la ascoltava, ma osservava anche le sue forme.  Era una ragazza carina anche se un po’ grassotella.  Era elegante nella divisa dell’albergo, la camicetta bianca, la gonna stretta, la giacca con il logo della catena dell’hotele e le scarpe con il tacco a spillo che le slanciavano un poco la figura. Jin si accorse che lui la stava guardando, e smise di parlare.

Gli sorrise e gli disse che alle 2 del mattino aveva un’ora di pausa; non disse altro.  Aveva uno spudoratezza che una ragazza nata e vissuta in Giappone non avrebbe avuto.

“Oggi non riesco bene a dormire” gli rispose Yusuke, un po’ arrossendo “Potrei aspettare nel bar dell’hotel”.

“Il bar chiude prima, magari vado a prendere qualcosa e te lo porto in camera, che ne dici?   Mi farebbe piacere continuare a parlare in giapponese, non ne ho spesso l’occasione”.

Yusuke era un po’ in imbarazzo.  “Ti ringrazio, ma sinceramente non vorrei metterti in difficoltà con l’albergo.  Sta bene che un’impiegata dell’hotel socializzi con gli ospiti?”.

“In questo hotel” gli rispose lei “la Direzione ritiene utile da un punto di vista commerciale che gli impiegati  siano amichevoli e disponibili con gli ospiti.  In ogni senso.  Dicono che fidelizzi la  clientela.  Ricordati che siamo in America, compatriota!”.

Yusuke andò un po’ al bar, dove ordinò un Apple Martini, mentre l’impianto stereo trasmetteva Underneath e altre canzoni recenti di Alanis Morisette. Poi risalì in camera, aspettando le due.  Alle due non arrivò nessuno, alle due e venti nemmeno, e Yusuke iniziò a spogliarsi per rimettersi a letto.  Dopo sette minuti esatti sentì bussare piano; era Jin, che entrò veloce nella camera, scusandosi per il ritardo, dovuto a un problema con una famiglia di Chicago.

“Mi dispiace” gli disse lei senza guardarlo negli occhi “avrei voluto fare un po’ di formalità, ma abbiamo poco tempo”.

Non attese la risposta, ma cominciò a spogliarsi togliendosi la giacca, poi facendo scendere la gonna stretta.

“Vuoi che tenga le scarpe?” gli chiese mentre si sbottonava la camicetta bianca, come farebbe una ragazza con molta esperienza con gli uomini.

Yusuke fece di no con il capo, poi gli chiese se avesse portato da bere. Lei si scusò, ma sena chiedergli nulla andò al minibar, e buttò sul letto una collezione di bottigliette mignon.  “Bevi tu, se vuoi” gli sorrise, e mentre Jin si infilò nel letto accanto a lui, Yusuke si accorse che prima di venire da lui aveva già bevuto qualcosa.

Yusuke prese una delle bottigliette, un versione ridotta della bottiglia di whisky Johnny Walker, e ne inghiottì velocemente il contenuto; Jin lo osservava sotto le lenzuola, tenendosi la testa con la mano.  Yusuke fece per baciarla, ma lei si girò dall’altra parte.  Aveva ancora la biancheria intima di pizzo addosso.  Yusuke la abbracciò, e iniziò ad accarezzarle i capelli, senza fare altro, e senza che lei facesse o dicesse nulla. Sentiva in lei come una specie di rigidità, o forse era il riflesso della sua.  Sapeva che il tempo passava, e che tra poco lei si sarebbe dovuta rimettere la camicetta, la gonna stretta e la giacca con il logo della catena dell’hotel e tornare alla reception per continuare il turno di notte.  Ma non riusciva a fare altro.

Lei voltò il viso verso di lui, e gli chiese “E’ molto tempo che non lo fai?  O magari stai pensando a un’altra donna, adesso?” e poi aggiunse con uno sguardo malizioso “o forse dovevo tenere le scarpe  con il tacco?”. Sedurre una receptionist è il sogno segreto di tutti gli uomini che frequentano spesso gli alberghi d’affari.  Yusuke però non era uno di quegli uomini.

Uno di quegli uomini le avrebbe tolto le mutandine, l’avrebbe presa con irruenza, e in fondo sembrava che fosse quello che Jin si aspettava.  Yusuke aveva però il dubbio che fosse anche quello che la ragazza veramente voleva.

“Magari sei tu che adesso stai pensando a un altro uomo, mentre sei qui con me” gli disse Yusuke.  Sentì come se la rigidità di Jin si fosse un poco sciolta, ma solo un po’.  Le baciò la nuca, il collo scostandole i capelli, poi la guancia; le sganciò il gancetto del reggiseno e le baciò la schiena, ma non volle fare altro.  Lei non disse nulla, lo lasciò fare come lo avrebbe lasciato fare se Yusuke avesse fatto di più.

Quandole lancette dell’orologio Ikea appeso accanto alla porta segnavano le 2:54, Jin si alzò, si rimise la camicetta, la gonna stretta e la giacca con il logo della catena dell’hotel, lo guardò, questa volta senza sorrisi, e prima di salutarlo gli disse “Sono stata bene con te, è stato piacevole come quando passeggio nel giardino di cui ti ho parlato nella hall”.

Quando Jin uscì dalla stanza, a Yusuke rimase il ricordo del suo odore e di queste ultime parole.

Il giorno successivo, come prima cosa, Yusuke prese la sua auto a noleggio e si recò nel giardino zen della città di Hilo di cui gli aveva parlato Jin.  Era davvero molto bello, sembrava che l’impronta del sig. Saganaki impregnasse ancora le aiuole e le composizioni in pietra.  Trovò presto la pianta di Satzuki, era come se il giardino disegnasse una mappa che portava inevitabilmente in quel punto chi la sapesse leggere.  Era lì da solo, era mattina di un giorno feriale e non c’erano molte persone in giro.  Chissà se quell’arbusto era lo stesso che il padre di Hitomi Saganaki aveva sottratto dal giardino Korakuen per salvare l’altra sua figlia Masumi, o se era un altro.  Notò però che era nel periodo in cui la pianta dava i suoi frutti, le capsule marroni che contengono tanti semi, uno solo dei quali destinato a far nascere una nuova pianta, come insegnano i maestri giardinieri.  Se ne nascono due, dicono che porti somma sventura.

Notò anche una scritta in ideogrammi, composta da fiori di differenti colori, nel prato lì accanto.  Non era facile capire cosa ci fosse scritto esattamente, Yusuke pensò di vedere gl ideogrammi di seminare, ragazza, tornare e futuro.

“Seminalo, e lei tornerà”.

Era questo che c’era scritto?  Yusuke colse uno dei piccoli frutti, lo avvolse in un fazzoletto di carta, e se lo infilò nella tasca della giacca. Poi riguardò la scritta, ma non riuscì più a vedere bene gli ideogrammi come prima, ora sembravano solo macchie casuali di colore.

Non era più importante, comunque, Yusuke aveva in ogni caso deciso di portare con sé il frutto con i semi della pianta di satzuki, e quando fu di nuovo a casa sua a Tokyo, aprì la valigia e il frutto era ancora lì, avvolto in un fazzolettino.

Yusuke prese un bicchiere, lo riempì d’acqua, vi aggiunse un poco di zucchero, e vi mise uno dei semi.  Poi ripetè l’operazione con tutti i bicchieri che aveva.

Yusuke nei giorni successivi riprese la vita di sempre, il lavoro nella casa editrice e le sue piccole abitudini.  Adesso però non aveva nemmeno più paura di salire sulla metropolitana.

Un giorno Yusuke ricevette una telefonata da Akihiko, il capitano della squadra di baseball. “Hitomi Saganaki è viva“.

Hitomi non era morta, ma aveva subito un drammatico incidente; una volta arrivata con la sua famiglia nella Hawaii, e anche grazie ai soldi guadagnati dal padre, aveva cominciato a praticare il surf, prima come semplice hobby poi come uno sport che era quasi diventato una ragione di vita; d’altro canto l’impegno che richiedevano le scuole americane era molto inferiore a quello richiesto dalle scuole giapponesi, e Hitomi aveva molto tempo libero; Hitomi così era divenuta una giovane promessa del surf; un mattino quando ancora era molto giovane, uscendo insieme al suo istruttore per una prova di addestramento in vista del campionato statale, la sua tavola era stata attaccata da uno squalo e Hitomi si era salvata solo grazie alla freddezza del suo istruttore; ma lo squalo aveva portato con sé una delle sue gambe.  Dopo questi fatti Hitomi era tornata in Giappone.

Quando Akihiko ebbe finito il suo racconto, Yusuke avrebbe voluto tornare nel salotto in stile tradizionale della casa della famiglia Saganaki nelle isole Hawaii, perché aveva molte domande per il padre di Hitomi, ma il biglietto per le Hawaii era molto costoso, e ora Yusuke voleva soltanto pensare a ritrovare lei.

“Come hai fatto a scoprire che Hitomi è viva?” chiese Yusuke ad Akihiko, mentre nel locale si sentiva la musica di Hungry like a wolf; evidentemente uno dei camerieri aveva acquistato l’album live dei Duran Duran del 2005.

“Dopo che sei tornato dalle Hawaii ho cercato su internet la notizia di una ragazza giapponese vittima di attacchi di squali; gli attacchi di squali a esseri umani non sono poi molti, e non ho fatto difficoltà a trovare ben tre articoli che ne parlavano, e in cui si diceva che era sopravvissuta, pur avendo perso una gamba.  Da uno degli articoli si capiva che dopo l’incidente era  tornata in Giappone, e allora ho ricontattato tutte le compagne di classe delle superiori che sono riuscito a ritrovare. Purtroppo sono riuscito solo ad avere la conferma che Hitomi Saganaki era tornata, ma nulla di più, a parte che si era iscritta alla Rikkyo University”.

Era la stessa università cui era iscritto Yusuke, ma chissà a quale facoltà era iscritta, chissà se negli stessi anni in cui l’aveva frequentata lui.  Chissà se si erano magari sfiorati senza incontrarsi.

Yusuke apprezzava l’impegno di Akihiko nell’aiutarlo a ritrovare Hitomi.  D’altro canto era nel carattere di Akihiko, che era la classica persona che si fa in quattro ad aiutare gli amici, anche se lo faceva a modo suo.  Yusuke ricordava bene quell’episodio in cui un loro compagno di scuola, che a quel tempo era un amico inseparabile di Akihiko, gli aveva chiesto di aiutarlo a conoscere una ragazza di un’altra classe, compito cui Akihiko si era dedicato con ardore, salvo poi fidanzarsi con lei, che poi era diventata sua moglie.

Nel suo caso però l’impegno disinteressato di Akihiko sembrava essere stato inutile, aveva recuperato molte notizie di Hitomi, ma nulla che gli permettesse di rivederla, anche se ora sapeva che Hitomi adesso era in Giappone e che in passato per un certo periodo aveva frequentato la sua stessa università.

Tornato a casa, Yusuke andò a guardare il vasetto rosa in cui aveva piantato l’unico germoglio che era nato dai sette semi di Satsuzki. Fino a quella sera dalla terra non era uscito ancora nulla, anche se lo aveva bagnato regolarmente,

Quella sera però gli parve che la piccola, minuscola, giovane piantina verde stesse per uscire fuori dal terreno.

Il giorno successivo la piantina era completamente visibile, e giorno dopo giorno la piccola piantina cresceva.

Dopo due settimane da quando aveva piantato il germoglio nel vasetto la piantina di Satzuki mise la prima foglia.

Era una piovosa domenica di aprile.  E nel pomeriggio di quella piovosa domenica di aprile Yusuke Motomaro sentì suonare tre volte al campanello del suo bizzarro condominio di appartamenti con il corridoio, e non chiese neanche chi fosse alla porta, perché lo aveva capito all’istante.

(continua)

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