Klimt in corridoio

Klimt-Lakeshore-with-Birches-soth

omaggio a Murakami Haruki

A Yusuke Motomaro piacevano i corridoi delle abitazioni.  Li aveva sempre trovati affascinanti, e così quando si era trasferito a Tokyo dopo avere trovato un impiego in una casa editrice specializzata in agende e calendari aveva cercato una casa che, al di là delle dimensioni, fosse dotata di un corridoio, caratteristica inconsueta per gli appartamenti che normalmente si trovano a Tokyo, a meno di non appartenere a quella ristretta minoranza in grado di acquistare una casa di grandi dimensioni. In una città come Tokyo però è anche possibile trovare quasi tutto quello che si cerca, e così anche Yusuke trovò una casa con il corridoio in un curioso condominio nelle vicinanze della stazione di Ikebukuro, dove tutti gli appartamenti avevano sole due stanze, una camera da letto e un soggiorno con l’angolo cottura, entrambe di modeste dimensioni ma collegate tra loro da un breve corridoio da cui si accedeva anche al bagno.

Alcune volte la sera a Yusuke piaceva sedersi nel corridoio, chiudere gli occhi e ascoltare i suoi cd degli anni ottanta, gli stessi che ascoltava quando era ragazzo e viveva nella prefettura di Fukuoka.  Aveva riempito le pareti del corridoio di quadri di paesaggi di pittori europei, mentre le pareti nel resto della casa erano rimaste completamente spoglie.

Il padre di Yusuke Momotaro era un controllore di volo, e per questo motivo la sua famiglia trascorse alcuni anni nel sobborgo di Hakata, dove il padre aveva trovato lavoro nell’aeroporto civile di Fukuoka.  Il padre di Yusuke era un ex militare dal forte senso pratico, e per questo aveva cercato e trovato casa vicino al luogo di lavoro.

Per andare e tornare da scuola Yusuke adoperava una bicicletta rossa con cui poteva facilmente raggiungere gli edifici scolastici; il percorso era facile, ma se lo percorreva con il buio c’era un tratto che gli metteva sempre inquietudine; si trattava del cono di volo, una zona priva di ogni forma di illuminazione per non disturbare le manovre di decollo dell’aeroporto.  Il tragitto nella zona d’ombra era breve, ma la sera era importante avere le luci accese e prestare la massima attenzione.

Un anno, quando aveva 13 anni e frequentava la scuola media, Yusuke ottenne pessimi voti nelle prove di matematica e scienze, e fu obbligato a seguire dei corsi serali di riparazione; per questo tornava spesso a casa piuttosto tardi attraversando regolarmente il cono di volo.  Fu in una di quelle occasioni che Yusuke cominciò a sentire bisbigliare nel buio.  All’inizio credette che fosse la sua immaginazione o la stanchezza per la lezione di matematica, ma con il tempo le voci che sussurravano nel buio si facevano sempre più insistenti; sembravano provenire dal prato vicino alla strada, anche se Yusuke si guardò sempre bene dal voltare lo sguardo, provando invece ad accelerare la pedalata.  La cosa  continuò a lungo, e sempre più cresceva l’angoscia nel petto di Yusuke, che però non aveva coraggio di parlarne ai genitori e in particolare a suo padre, che a differenza di sua madre disprezzava le credenze tradizionali di fantasmi e kami, e perciò non disse nulla e continuò  ogni sera percorrere quel tragitto fino alla fine dei corsi di riparazione, sperando solo che prima o poi i bisbigli finissero.

Finché il cono di volo non tornò silenzioso.

Vent’anni dopo Yusuke aveva ormai dimenticato quel lontano episodio. Andava regolarmente al lavoro con la metropolitana, con cui percorreva la linea Yurakucho da Ikebukuro a Ichigaya, e poi raggiungeva a piedi il luogo di lavoro.  Aveva sempre fatto così da quando viveva a Tokyo, ma un giorno, improvvisamente, mentre la radio della metropolitana trasmetteva Money for nothing dei Dire Straits, fu colto da una crisi di panico e dovette scendere dal vagone.

Quel giorno tornò a casa in taxi, e per un certo periodo di tempo non volle più salire a bordo della metropolitana.  Non c’era una ragione, successe e basta, e poiché Yusuke non possedeva un’automobile decise, intanto che quell’ingiustificato timore fosse evaporato, di acquistare una bici Miyata usata di colore celeste.  In fondo la distanza dal luogo di lavoro non era impossibile da percorrere in bicicletta.

Un sera del mese di ottobre, periodo in cui la sua azienda era impegnata al massimo per preparare le agende e i calendari per l’anno successivo, tornando tardi dopo alcune ore di straordinario, mentre attraversava un passaggio poco illuminato sotto il cavalcavia della superstrada per Yokohama, sentì improvvisamente qualcuno bisbigliare nel buio.  Yusuke però non aveva più tredici anni.  Fermò la bicicletta, e rimase un attimo a guardare verso il buio.  Poi prese una decisione, d’istinto.  Legò la bicicletta a un palo dell’elettricità, e si incamminò nel terreno incolto davanti a sé, andando incontro a quelle voci.  All’improvviso, mentre camminava nell’erba umida, ebbe come la sensazione di non potere proseguire, e subito dopo gli sembrò di essere chiuso in una scatola di pareti di vetro; provò a muovere le braccia ma le mani incontrarono solo una superfice fredda e liscia.  Fu solo un attimo, che svanì prima che l’angoscia prendesse il sopravvento.  Le pareti svanirono, e Yusuke si trovò in mezzo al buio.  Non era da solo.  Intorno a sé tante altre persone, tutte rivolte in una direzione.  Si voltò anche lui in quella direzione, era quella da cui era venuto, ma il cavalcavia era svanito.  Davanti a lui c’era la stradina  che portava alla casa che avevano preso in affitto a Fukuoka quando Yusuke aveva tredici anni.  Nessuna delle persone attorno a lui sembravano prestare attenzione alle altre.  Sembravano spettri.

Ci sono persone che vedono i fantasmi, e altre che possono prevedere il futuro.  Entrambe le cose insieme, non è possibile.  Yusuke non aveva nessuna di queste due doti, però ora era lì.

Si guardò intorno e capì che tutti gli individui attorno a lui non stavano bisbigliando, ma parlavano ad alta voce, anzi gridavano.  E non tutti insieme, uno alla volta, rivolti alle persone che si vedevano camminare sulla strada alla fine dell’oscurità.  All’improssivo vide, lontano nella stradina, una ragazzino di tredici anni con una bicicletta e uno zaino da scuola, che passava pedalando veloce.  Non disse nulla, nessun altro disse nulla, mentre lo Yusuke tredicenne attraversava il cono d’ombra.

Tutto accadeva molto velocemente.  Secondo gli psicologi animali, il tempo non scorre eguale per tutte le specie, dipende tutto dal modo in cui il cervello elabora le informazioni esterne.  Per un cane il tempo scorre quattro volte più veloce che per noi, per i gatti il doppio, per altri animali è invece più lento del nostro.  Nel cono d’ombra invece il tempo era dieci, venti, forse trenta volte più veloce, e sebbene attorno a lui fosse sempre buio e il sole non apparisse mai nel cielo, gli sembrò che passassero intere giornate, anche se in quel luogo erano come ore.  Nello scorrere del tempo, vide passare molte persone laggiù nella stradina, e a turno uno degli spettri nel buio alzava la voce, rivolgendosi alla persona che stava passando in quel momento. Yusuke comprese presto che ognuno si rivolgeva a sé stesso, al sé stesso del passato, come spettri del futuro che cercano di interloquire con il proprio sé passato.

Uno spettro, che era vestito con l’abito grigio dei business men, e che aveva un segno rosso attorno al collo, cercava di interagire con un ragazzo dall’aria vivace vestito con l’uniforme scolastica, gridandogli di non abbandonare gli studi di filosofia.  Un altro degli spettri, con il volto sfigurato, cercava di attirare l’attenzione di un giovane con l’uniforme dei piloti della seconda guerra mondiale “Scegli la marina, scegli la marinaaaa”.  Un altro spettro, una donna di cinquant’anni, gridò verso quella ragazza un po’ grassottella che camminava veloce “Non sposare Maitumi, ti renderà infelice!”.  Non si capiva se le persone che passavano sentivano le voci degli spettri, forse sentivano solo bisbigli come lui a tredici anni, e forse era per che questo gli spettri cercavano di alzare la voce, tentando disperatamente di farsi sentire.

Forse c’era una ragione per cui  anche io sono qui, pensò Yusuke, anche se non ho avuto una morte violenta o la condanna a una vita infelice.  Così Yusuke provò ad ascoltare dentro di sé, e all’improvviso sentì di dover dire qualcosa.  Proprio in quel momento, in quello stesso istante, vide di nuovo il ragazzo tredicenne con la bicicletta che era stato lui vent’anni prima, e allora gli gridò: “Stringi la mano di Hitomi!”.  Nell’oscurità gli sembrò di vedere il ragazzo fermarsi, scendere dalla bicicletta e guardare verso il buio.

Un momento dopo era di nuovo al di là del buio, sulla strada sotto il cavalcavia, le scarpe e i pantaloni fradici.

Rientrato nella sua casa con il corridoio, Yusuke accese lo stereo e inserì un vecchio cd di Mike Oldfield.  Mentre nella stanza risuonavano le melodie di Moonlight shadows si preparò una zuppa di pollo e sasubashi mentre in un altro pentolino cucinava i soba che avrebbe mangiato insieme alla zuppa.

Ripensò a Hitomi.

Quando aveva quattordici anni si era innamorato di Keirei Yang, una ragazza cinese che frequentava la sua scuola, anche se nessuno sapeva il motivo.  I suoi genitori erano altrettanto misteriosi, nessuno aveva mai visto il padre, la madre appariva solo per portarla a scuola e venire a riprenderla, e non parlava mai con nessuno.  Nessuno sapeva nemmeno se i suoi genitori parlassero giapponese.

Keirei era molto bella, aveva un ovale di porcellana e lunghi capelli neri, tanto che tra noi ragazzi si era diffusa la leggenda  che fosse una principessa del Mansukoku fuggita dalla Cina continentale.  Yusuke aveva provato in molti modi a entrare in confidenza con Keirei, che gli rispondeva sempre con grande gentilezza ma mantenendo rapporti molto distanti.

Era in questo periodo che l’esistenza di Yusuke Motomaro incrociò quella di Hitomi Saganaki.  Hitomi era una ragazza magra e molto esile, con due sopracciglia arcuate sopra due occhi di una speciale intensità, e indossava spesso una felpa con il logo della squadra di calcio del Fagiano Okayama.  Il padre di Hitomi era stato il custode del famoso giardino Korakuen di Okayama, ma era stato licenziato per avere sottratto un antico e prezioso arbusto di satzuki, e per questo la famiglia di Hitomi si era trasferita a Fukuoka, da dove proveniva la madre di Hitomi e dove volevano provare a ricostruire la propria vita.

Hitomi era una ragazza molto triste e silenziosa, e pur essendo indubbio che avesse un genere particolare di bellezza, quasi nessuno parlava con lei.  Yusuke aveva subito avuto una simpatia immediata per Hitomi, ma nulla di più, essendo tutto preso dalla sua infatuazione per Keirei. Si erano parlati solo poche volte, e solo con parole di circostanza.

Hitomi frequentò la sua scuola soltanto per un anno.  Ci furono solo due episodi.

Un giovedì del mese di maggio Yusuke era uscito di scuola  un’ora prima a causa dell’assenza improvvisa dell’insegnante di storia, che l’istituto non era riuscito a sostituire; invece di tornare subito a casa aveva deciso di fare una passeggiata nei dintorni del tempio di Joten-Ji; mentre si trovava lì aveva incontrato Hitomi nei pressi di una bancarella di daifuku; le si era avvicinato, aveva acquistato anche lui un daifuku caldo con ripieno di azuki preparato sul momento ed era rimasto a mangiarlo insieme a Hitomi, scambiando poche parole sulla disorganizzazione della scuola e sui motivi dell’assenza della sig.na Michiguki. Stando vicino a Hitomi aveva notato meglio l’intensità del suo sguardo e la morbidezza del suo sorriso timido. Il tempo era passato velocemente, tanto che a un certo punto Hitomi aveva guardato l’orologio ed aveva detto di dover tornare subito a casa.

Verso uno degli ultimi giorni di scuola, nel mese di luglio la loro classe venne portata ad assistere all’Hakata Gion Yamakasa, e durante il corteo dei carri Yusuke trovò accanto a sé Hitomi.  Lei, senza una ragione e senza dire nulla, gli prese la mano.  Yusuke non seppe cosa fare, e allora non fece nulla.  Non parlò, non strinse la sua mano né la lasciò. Si voltò verso di lei, e vide il suo sguardo nel suo.  Ne rimase intimidito, rigido nella sua divisa scolastica, e distolse subito il suo.  Rimase lì immobile, per dieci, forse venti minuti, finché Hitomi non abbandonò la sua mano.  In quell’istante le dita di Yusuke sfiorarono la pelle della coscia di Hitomi, e lui provò l’emozione intensa che può provare un ragazzo di quattordici anni nel contatto, anche breve, con il corpo di una ragazza.  Ma conservò quell’emozione dentro di sé.

Alla fine dell’anno la famiglia di Hitomi abbandonò la città e non si rivedettero mai più.  I genitori degli altri ragazzi dissero che non riuscendo più a trovare lavoro in Giappone il padre di Hitomi avesse trovato un lavoro da giardiniere nelle isole Hawaii.  Il padre di Yusuke fece uno di quei commenti sprezzanti che era solito fare, e che Yusuke odiava sentire.

Da quella volta Yusuke non aveva più pensato a Hitomi, ma all’improvviso si era reso conto che non avere contraccambiato quella stretta di mano era stata l’occasione mancata della sua vita, che in quella giornata di sole durante l’Hakata Gion Yamaka qualcosa era andata perduto.  Le parole che aveva rivolto a sé stesso dal cono d’ombra gli avevano fatto capire che quel qualcosa che mancava nella sua vita, quel qualcosa di indefinito che aveva sempre percepito come assente, era Hitomi Saganaki.

Doveva ritrovare Hitomi Saganaki.  Ad ogni costo.  E doveva stringerle forte la mano.

(Continua)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...