Dio nel multiverso

Dato il periodo natalizio, che comunque resta una festa religiosa (impregnata di sano consumismo, ma in fondo perché no?) mi sembra l’occasione giusta per rispondere a una Domanda di tipo teologico.

Dio esiste?

Risposta n. 57.

Perché rispondo Sì a questa Domanda non è solo per i motivi che avevo già elencato un anno fa quando già avevo scritto un post su questo argomento, alla Domanda sull’esistenza di Dio rispondo sì ogni tanto accade qualcosa che mi convince un po’ di più.

Questo un po’ di più oggi mi viene da alcuni articoli che ho recentemente letto su Internazionale (per chi non lo sapesse la mia rivista preferita) e in cui si descrivono gli sforzi degli scienziati che studiano la fisica e il cosmo per spiegare come sia possibile che le leggi naturali siano così perfette e lineari e così perfettamente adatte a giustificare la nostra presenza qui.  Certo, potrebbe essere frutto del caso, ma considerate le minime possibilità che, in un tutto governato dal caso, l’universo fosse esattamente come è adesso, rendendo possibile la formazione delle stelle, della galassie, dei pianeti abitabili,  sarebbe un caso davvero molto strano.

Ecco perché alla fine gli scienziati hanno elaborato l’affascinante teoria dei multiversi, per cui il nostro è solo uno degli infiniti universi che esistono in parallelo, e in cui magari altri migliaia voi stessi leggono questo articolo scritto da altri migliaia me stessi.

La teoria è affascinate, intrigante, quanto un po’ astrusa e complicata, e certe volte mi viene da chiedersi se invece, piuttosto di ipotizzare l’esistenza di infiniti universi ognuno con le sue leggi fisiche nelle loro infinite varianti, non sia più facile, più logico e persino più scientifico (leggi alla voce Rasoio di Occam) concludere che semplicemente l’universo è così perfetto semplicemente perché Dio c’è.

Sarebbe la risposta più semplice, ma è una risposta che in certi ambienti è inaccettabile, perché misi sa che gli atei, specie quando sono pure scienziati, spesso sono più fondamentalisti dei religiosi fondamentalisti (anche se comunque la loro compagnia è sicuramente più piacevole di quella dei secondi).

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Vedere o guardare

La Domanda che oggi avrà una Risposta è collegata alla mia nota (almeno spero) cinefilìa:

“I film si guardano o si vedono?”

Risposta n. 56.

Voi quando andate al cinema dire che andate a guardare il film o a vedere un film?

Tanto per fare un esempio, voi di solito dite

Ieri ho guardato This must be the place

oppure

ieri ho visto This must be the place.

Come noto tra i due verbi c’è una sottile differenza, vedere è passivo, da mero spettatore, mentre guardare è più attivo, implica attenzione, concentrazione, coinvolgimento.

Ma questa differenza  vale anche per gli spettacoli cinematografici, quando parliamo di cinema dire guardare oppure vedere sottintende  una scelta di sostanza?

Non so la risposta, accetto suggerimenti, ma nel frattempo consentitemi di dire che personalmente i film preferisco guardarli, e non mi piace chi si limita a vederli (categoria rappresentata al suo top dall’adolescente che al cinema manneggia lo smartphone).

Ho provato a porre la Domanda all’oracolo Google, e il risultato è stato una netta vittoria di vedere un film (17.000 risultati) rispetto a guardare un film (con 9.000 risultati).  Un po’ ci sono rimasto male, essendo un fan del guardare un film, ma in fondo me l’aspettavo.

Vedere vince su guardare anche quando dai film si passa agli spettacoli in generale, e stravince proprio se si parla di telefilm, quasi a sottintendere che più lo spettacolo implica l’uso del cervello più lo si guarda, mento implica l’utilizzo dei neuroni e più lo si vede.

E voi, cari lettori affezionati o capitati qui per caso… Voi guardate o vedete?

Nullapensanti

“Cosa pensano le persone senza pensieri?”

Risposta n. 55.

Mi capita spesso di trovarmi in situazioni in cui mi interrogo su cosa pensino le persone che ho di fronte o che mi stanno sedute accanto, ad esempio in treno, come nell’occasione che ha ispirato questo post (d’altronde i lunghi viaggi in treno sono occasioni ideali di osservazione degli altri).

La risposta più politicamente corretta è che anche gli altri abbiano gli stessi tipi di pensieri che ho io, o che hanno i miei migliori amici o la mia ragazza (che detto per inciso è una che anzi pensa fin troppo). Ovviamente non penso che nella testa degli altri ci siano i miei stessi pensieri, ma in linea di massima sarei portato a pensare che l’estraneo che ho di fronte usi il cervello proprio come me.

E invece no, temo che la risposta corretta sia un’altra, ovvero che molte persone non pensino affatto, che tanti guardino fuori dal finestrino della vita e non pensino affatto.  Non c’è altra spiegazione.

Se mi trovo in treno, in attesa dell’imbarco dell’aereo, in fila alle poste o nella sala d’aspetto di un qualunque posto non posso fare a meno di tenere impegnato il cervello, preferibilmente leggendo o lavorando al computer, qualunque cosa, l’importante è fuggire dalla noia di non fare niente. Persino una conversazione potrebbe (in astratto) andare bene uguale, se non che la grande maggioranza delle conversazioni è noiosissima perché spesso le persone non hanno assolutamente nulla di interessante da dire.

Essendo fatto così, non capisco proprio le persone che talvolta mi trovo accanto in lunghi viaggi, che loro trascorrono con lo sguardo vuoto disperso nel nulla.  Certo, magari sono stati solo poco accorti, e non hanno portato con sé neanche una settimana enigmistica per passare il tempo.

Solo che nel loro sguardo non c’è l’ansia di fare qualcosa, manca anche una qualche voglia di conversare con chicchessìa (che pure tra i passatempi ferroviarie è tra i più gettonati), ci si legge solo un niente di niente.

Ed è per questo che spesso mi viene da credere che molti di loro semplicemente siano dei nullapensanti.

Lo Sarpanistan ripristina la schiavitù

(ASMA) – Mazul, 30 Nov – Si tratterebbe di un ritorno alle tradizioni locali,  la legge recentemente approvata dall’Assemblea legislativa della repubblica ex sovietica dello Sarpanistan, che ha legalizzato la schiavitù, sebbene sotto forma di contratto a termine, come precisano le fonti ufficiali.

Stando a quanto riporta l’agenzia russa Notizija, la legge ha introdotto una forma di contratto denominato per l’appunto di “servitù a tempo determinato“, applicabile sia su base volontaria sia come forma coattiva di pagamento di debiti per cui è insufficiente il patrimonio del debitore.

Il Presidente dello Sarpanistan Alan Delonev, dopo avere sottolineato che comunque anche le moderne forme di flessibilità sul lavoro  introdotte in Europa sono una forma di schiavitù legalizzata, ha dichiarato che in ogni caso la legge vuole dare una forma di tutela a chi, nelle zone rurali del paese, è già sottoposto alla tradizione locale che prevede l’asservimento per debiti (che ha ricordato era presente anche nell’antica Roma), dando regole certe sia per le condizioni di applicazione che per la durata in rapporto all’entità del debito (spesso oggetto di arbitrio da parte dei Sarpakaghan locali).

Il Presidente Delonev ha inoltre dichiarato di ritenere che la nuova legge potrà rinvigorire il settore turistico della repubblica centroasiastica,  che finora non ha saputo sfruttare i due elementi su cui puntavano le autorità sarpane, le bellezze naturali del Paese e il vanto di essere la nazione che ha inventato la sciarpa.

Di fronte allo scarso successo del museo nazionale della sciarpa tradizionale (che pur vanta la più grande collezione di sciarpe del mondo) e del festival internazionale della sciarpa “Isadora Duncan” il Presidente Delonev ora punta al turismo sadomaso, e in effetti pare che i pochi alberghi locali, praticamente tutti nella capitale Mazul, abbiano avuto un boom di prenotazioni dall’estero dopo l’introduzione della nuova legge.