Renditi utile

“Renditi utile!”

Il giorno che decise di ascoltate sua madre, Giuseppe detto Peppuzzo da sua nonna come a Peppuzz’ mio e Gianluca da tutti gli altri si svegliò in ritardo.

Certe cose si fanno di prima mattina, gli aveva detto zio Alfio il giorno prima, quando gli aveva consegnato i tre doni della morte, come li aveva chiamati lui, forse perché la settimana prima aveva accompagnato suo nipote che si chiamava Gesualfo come lui al multisala a vedere Harrypottèr.  A Castelmonte Cozzuto zio Alfio era uno importante, ma pure gli piaceva il cinema, e questo lo sapevano tutti per via dei poster che teneva in soggiorno, con le cornici dorate come i quadri con la Madonna e Padre Pio.

Ma Gianluca erano anni che non si svegliava presto di mattina.  Un giorno aveva letto sul giornale che in Italia ci sono moltissimi giovani che stanno a casa senza fare nulla, non studiano, non lavorano e non cercano nemmeno un lavoro. Gianluca  dentro di sé sapeva di essere uno di questi giovani, ma a tutti diceva che era studente universitario fuoricorso, e teoricamente era pure vero.  Dopo la maturità se ne era andato al nord, a studiare architettura a Ferrara, che sapeva che c’erano stati altri Cozzutegliesi, e si erano trovati bene e poi se c’è qualcun altro del Paese vedrai che se hai bisogno ti danno una mano.  Solo che a Ferrara Giuseppe tutto aveva fatto, tranne che studiare, e le feste, e le ragazze, e la Maria, che non era una ragazza ma lui ci si trovava bene lo stesso.

Così quando papà era morto e soldi non ce n’erano più, Gianluca se ne dovette tornare a Castelmonte.

Due giorni prima Gianluca aveva deciso di rassegnarsi al suo destino, ormai di alternative ne aveva poche, e quelle poche non gli piacevano, o forse non riusciva più a sopportare le insistenze di sua madre.

“E renditi utile!”

Dire che stava preparando un esame ormai non funzionava più, di trovarsi un lavoro di fatica non aveva voglia, e poi mica ce n’erano, e uno che a Castelmonte tutti chiamavano architetto mica poteva andare a fare il commesso o il cameriere. Così se n’era andato da mammà e gli aveva detto che sì, aveva deciso di rendersi utile, e lo sapeva che sua madre avrebbe capito, che aveva deciso di fare quello che andava fatto.

Gianluca sapeva che a Castelmonte c’era un codice d’onore più importante delle leggi, puoi avere studiato, essere andato ad Amsterdam e avere due profili su facebook, ma sei appartieni a una famiglia onorata a certe regole non puoi scappare.

Gianluca fino a poco tempo prima credeva di sì, ma i suoi due fratelli maggiori erano già sposati con figli, e ora quel fetuso di suo cugino Vincenzo si era fidanzato ufficialmente in casa, ed era già come se teneva famiglia, anche perché la gente a Castelmonte diceva che si sposavano presto perché la fidanzata aspettava un bambino, e sennò come mai aveva deciso di sposare un cretino brutto e chiattone come Vincenzo?

Se ti chiami Castrocaro a Ferrara, a Catanzaro o a Vibo non vuole dire niente, ma se ti chiami Castrocaro e vivi a Castelmonte Cozzuto, sei maschio e non tieni famiglia, tieni un dovere cui non puoi scappare.

“Renditi utile!”

gli ripeteva sempre sua madre, e da quando suo cugino Vincenzo si era fidanzato Gianluca lo sapeva che ora toccava a lui.

Fu così che quel giorno di settembre che faceva caldo e che se avevi voglia di farti due ore in macchina potevi andare a fare il bagno al mare in un posto che neanche ai Caraibi, Gianluca attraversò la piazza, e con sé aveva i tre doni della morte, come li aveva chiamati zio Alfio. Nel taschino aveva la foto di Giuseppe Caglione che tutti chiamavano Pino e che aveva due anni più di lui, e come lui non teneva famiglia e nun faceva u’ cazz’.  Se avesse potuto scegliere lui non avrebbe scelto Pino, ma le regole erano regole, la famiglia è la famiglia, e zio Alfio aveva deciso che toccava a Pino.

“Sono un coglione”

pensò Gianluca prima di sparare, e la pistola che aveva in mano era il secondo dono della morte, ed erano anni che nessuno sparava, che la faida tra i Castrocaro e i Caglione non faceva morti, perchè ognuno teneva una scusa per non rendersi utile, o la famiglia, o il lavoro o perchè studiava lontano, e per questo adesso Gianluca pensava di essere un coglione, e tutti a Castelmonte pensavano la stessa cosa.

Il terzo dono della morte era il biglietto da visita un po’ stropicciato dell’avvocato di fiducia di tutti i Castrocaro, e quando Gianluca disse il suo nome ai Carabinieri che lo avevano portato in Caserma notò, solo allora, che si chiamava Giuseppe anche lui.

Il racconto si ispira alla vicenda, un po’ romanzata,  di Giuseppe Castrocaro, già condannato in primo grado per l’omicidio di Giuseppe Cagliore; come le successive indagini hanno evidenziato e ci sembra giusto sottolineare per il buon nome della cittadina, a Castelmonte Cozzuto, noto per la famosa processione dell’Affruntata di San Gesualfo, non c’è mai stata alcuna faida famigliare, e la stessa arma del delitto venne in realtà consegnata al nipote da Gesualfo Castrocaro solo perché la custodisse evitando che finisse nella mano dei nipoti di Gesualfo a cui il nonno faceva da babysitter.

4 pensieri su “Renditi utile

  1. Che storia assurda. Anche secondo il codice barbaricino (un vero e proprio ordinamento giuridico parallelo all’ordinamento statale) non ci si può sottrarre alla vendetta. Il fenomeno è più raro rispetto al passato ma in alcuni piccoli centri certe persone ragionano ancora così, ne ho raccontato anche sul monte qualche tempo fa..

  2. ho letto cose, realmente accadute, che voi fra puccini non potrete mai immaginare😀 scherzi a parte, in certe zone esistono ancora dei veri e propri “codici”, surreali, come il tuo racconto.

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