Smentita dall’Universo

(ASMA) – San Pietroburgo, 28 Mar – Vibrante protesta del governo del Pianeta Omicron Persei 8, di fronte alle dichiarazioni rese oggi dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che avrebbe rivendicato di essere l’uomo più imputato di chiunque nella storia e nell’Universo.

Stando a quanto riferisce l’agenzia di stampa Notizija, la protesta dell’addetto stampa dell’imperatore del pianeta alieno sarebbe stata comunicata telepaticamente all’ing. Dmitri Nerednov, direttore scientifico dell’agenzia ufologica russa, che l’ha riportata ai media.

Secondo la breve nota, tradotta in russo dall’ing. Nerednov stesso, il governo di Omicron Persei 8 è a conoscenza di ben 77,5 casi di persone imputate più di Silvio Berlusconi, e questo solo nella nostra Galassia, e ben 15,5 di questi casi nel solo Omicron Persei 8, di cui 4 conclusi con l’assoluzione da tutte le accuse, 1 con la divisione a metà dell’imputato, 9 con la pena del divoramento e 3 con la prescrizione (e successivo divoramento del Pubblico Accusatore, secondo la tradizione di Omicron Persei 8). riproduzione riservata

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Libertalia

C’erano una volta un frate italiano, un pirata americano, e un’ufficiale della marina francese.

Alcuni dicono che sono solo gli interessi a fare la Storia, che sono solo quelli a muovere le decisioni degli Stati e che gli ideali non contano. A me sembra un’analisi sbagliata, e non solo perché parte dal presupposto del tutto irrealistico per cui un Paese agisce in maniera razionale quasi come un organismo organico, ma anche perché sono innumerevoli gli esempi, nella Storia, in cui sono stati i principi ideali a fare la differenza.

Uno di questi, uno dei più bizzarri, invero, è la Repubblica di Libertalia, la cui storia venne raccontata (per i maligni inventata) dal grande Daniel Defoe, e che venne appunto fondata  all’inizio del Settecento, secolo di grandi utopie, da Francesco Caraccioli, un frate  di Roma dalle idee quantomeno originali, e da Bartholomè Misson, un ufficiale della marina del Re di Francia.

I due misero insieme questa comunità di liberi dopo avere guidato l’ammutinamento della nave da guerra Victoire, all’insegna dei principi riassunti da Caraccioli ai marinai che nella sua mente dovevano diventare i guardiani dei diritti e delle libertà dei popoli:

la loro politica non deve essere quella dei pirati, gente senza principi e condannata a una vita dissoluta: loro, al contrario, devono vivere da coraggiosi, da uomini giusti e puri, fedeli alla sola causa della Libertà. Non già, dunque, sotto la nera bandiera essi devono navigare, ma all’ombra di una bianca insegna al cui centro sarà ricamato il motto “Per Dio e per la Libertà

Caraccioli, Misson e i loro compagni non vennero meno a questi principi, non li tradirono velocemente come in tante rivoluzioni, anche se naturalmente bisognava comunque mangiare, e quindi questi uomini giusti e puri dovettero ricorrere al sistema più facile per dei marinai di una nave da guerra armata di tutto punto, si diedero alla pirateria, ma senza crudeltà e anzi liberando gli schiavi delle navi negriere, che integravano tra loro, oltre a dare dimostrazione (pare) di cortesia e buona educazione che neanche nei film di pirateria degli anni cinquanta (come ad esempio Bucaneer’s Girl di cui vi propino il trailer perché un cinefilo ci prova sempre).

Fu con lo stesso spirito che Caraccioli e Misson giunsero in un luogo che secondo alcuni è il Madagascar, per altri le Mauritius, per altri ancora l’isola di Reunion, fatto che sta che vi trovarono entrambi moglie tra le donne del luogo, e lì fondarono quella che appunto chiamarono Repubblica di Libertalia, cui poco dopo si unì il pirata americano Robert Tew.

Nella Repubblica di Libertalia non esistevano tortura, schiavitù né proprietà privata,  c’era libertà sia in campo religioso che in campo sessuale, i governanti erano liberamente eletti dai cittadini, la lingua nazionale era l’insieme delle lingue dei suoi abitanti, un misto di inglese, francese, olandese e portoghese, e chissà che Caraccioli non ci avesse infilato anche qualche vocabolo in romanesco.

La storia sembra addirittura finta, ci sono l’ammutinamento, i pirati idealisti, la principessa indigena, l’isola paradisiaca, l’utopia socialista, ma invece è tutto vero, forse la limite un po’ romanzato.  Finì comunque tutto  dopo pochi anni, con la morte di Caraccioli, ucciso durante l’assalto di alcuni indigeni, prima che gli stati occidentali scoprissero l’esistenza di quell’esperimento di libertà che certo li avrebbe allarmati non poco.

Un esempio di libertà probabilmente scomodo a tanti dei regimi che a quel tempo governavano l’Europa, per cui di Libertalia si sa poco o niente, quasi fosse stata cancellata dai libri di Storia, ma chissà che da qualche parte sulla Costa del Madagascar i discendenti di quegli uomini giusti e puri non vivano ancora secondo le regole della Repubblica di Libertalia.

Un posto perfetto

Capita che il posto perfetto (ma forse è meglio un posto perfetto) lo scopri per caso, perché mancano tre ore al volo del ritorno e hai una scoppiettante Skoda Fabia a noleggio che può portarti in giro.

Un posto si avvicina già alla perfezione per il fatto che ti dà il benvenuto con il Museo del Chocolate, e non a caso perchè è proprio in quella ridente cittadina della Costa Blanca che ha sede la Valor, la ditta produttrice del cioccolato più buono al mondo (imperdibile con i churros).

La perfezione raggiunge poi il suo apice se le case del centro storico sono tutte colorate come i mattoncini della Lego, e se di fronte alla cittadina si apre una spiaggia dorata con tanto di palme. Uno apre la finestra di casa e davanti ha un’immagine come questa della foto che ho scelto per illustrare il post (l’ho scattata l’altro giorno lì, non in qualche isola caraibica).

Il tutto a due passi sia da una città universitaria vivace come Alicante, che dalla famigerata Benidorm, con i suoi grattacieli che neanche Miami ma pure con le discoteche che neanche Miami.  E infine, a coronare il tutto, in dieci minuti arrivi a Terra Mitica, uno dei più rinomati parchi di divertimenti ispanici.

La fortunata cittadina che coniuga tutto questo risponde al ridente nome introvabile per il navigatore di

Villajoyosa

e già il nome (La Vila Joiosa in valenziano) è tutto un programma.

Mentre con la fidata Skoda Fabia tornavo verso l’autopista, con lo sguardo inebriato da tanta bellezza (altro che sacchetti volanti, amico di American Beauty) dal finestrino aperto l’ultimo affronto: un sottile effluvio che mi ricordava quello che sentivo quando andavo all’università passando davanti alla fabbrica della Illy, solo che in questo caso il profumo non era quello del caffè ma quello del cioccolato.

Ci sono posti dove l’aria sa di smog, altri dove sa di letame, altri dove sa di cavolo. Grazie alla fabbrica della Valor l’aria di Villajoyosa odora di cioccolato, e vi assicuro che è un’esperienza quasi mistica.

Pensate che stia esagerando? Un po’ troppo sopra le righe con il mio entusiasmo?

Può essere.

Ma prima o poi a Villajoyosa ci voglio tornare. E spero che prima o poi (in fondo la vita è lunga) sia per rimanerci.

Stato da mar

Che cosa stavo facendo ieri alla guida di una Skoda Fabia a noleggio nel bel mezzo della Comunitat Valenciana, diretto verso un posto dal meritato nome di Villa Joyosa (in valenziano  La Vila Joiosa)?

Ci sono domande a cui è davvero difficile dare una risposta, ma mentre quel quesito risuonava nella mia mente come se fossi finito all’improvviso in quella situazione senza ricordare come c’ero arrivato, una cosa l’avevo molto chiara. Mentre guardavo le case colorate, il mare, la spiaggia con le palme, l’atmosfera molto mediterranea e rilassata, pensavo che quello che cerco davvero è un posto così, anni luce dalla Grande Capitale che invece incombe in questo momento sul sentiero del mio destino.

Ed ecco che viene in considerazione lo Stato da Mar. Lo Stato da Mar nella millenaria repubblica di Venezia era il nome sotto cui si raggruppavano i possedimenti veneziani sulla costa orientale dell’Adriatico e della Grecia, compresa la mia cittadina natale che ne costituiva l’estrema propaggine settentrionale.

Un mio amico, da cui ero l’altro giorno a cena, viene da una cittadina che storicamente non era ricompresa nello Stato da Mar, ma che condivide con la mia la stessa cultura, la stessa mentalità di antichi borghi di pescatori.

La cultura dei pescatori è molto diversa dalla cultura dei contadini; basta pensare a quella che era la vita quotidiana dei pescatori di un tempo, quante attese inoperose passate probabilmente a chiacchierare riparando le reti o sistemando le barche, mentre il mare in burrasca rendeva impossibile uscire a pesca. E l’importanza, per i pescatori, dei legami umani, dell’altro che ti può aiutare nei momenti di difficoltà, così come un mezzo di produzione che solo in parte è tuo, perché il tuo reddito viene dal mare, e il mare è di tutti.  Quanta differenza dalla vita contadina, con il suo legame con la terra, e la singola famiglia come unità produttiva.

Sarà per questo che spesso nei borghi di pescatori sono prevalse le idee  politiche di solidarietà e fratellanza, sarà per questo che in città come le nostre si sa apprezzare anche il bene del non lavoro, il piacere  delle passeggiate in riva al mare, lo stare seduti al tavolino all’aperto, la chiacchierata tra gli amici, l’ultima nuotata prima della sera.

Me lo diceva a cena il mio amico l’altra sera: di fronte ai miei dubbi sulle mie scelte di vita, mi ricordava che noi che veniamo dai borghi di mare siamo molto esitanti di fronte all’idea di sacrificare la qualità di una vita rilassata (magari in riva a un mare amico) per le ambizioni che pure possiamo coltivare, ma che comunque mettiamo un gradino al di sotto di quelli che consideriamo i piccoli piaceri della vita.

Forse per questo, ho sempre più dubbi prima di accettare definitivamente di cambiare la mia vita verso una direzione che non mi convince, e non ha nulla in comune con la vita che vorrei.

Anche perché nel frattempo, girando con una Skoda Fabia a noleggio nel mezzo della Comunitat Valenciana, ho trovato il mio Posto Perfetto.

Ma questa è un’altra storia (e un altro Post).

Buoni motivi per essere italiani

Ci siamo arrivati.  Alla mezzanotte abbiamo stappato le bottiglie di spumante, e abbiamo finalmente brindato al centocinquantesimo anniversario della proclamazione dell’allora Regno Italia; il Veneto sarebbe diventato italiano cinque anni dopo, Roma dieci, e la mia città sessant’anni e una guerra mondiale dopo, ma dal 1961 il Mondo, volente o nolente, ebbe a che fare con l’Italia unita.

Questo però non è un post celebrativo, non è lo stile di questo blog, il che direi che è scientificamente dimostrato.

Preferisco piuttosto provare a fare una lista dei motivi per  cui sono contento di essere italiano (ce ne sarebbero pure molti per cui non ne sono contento, ma oggi è il giorno del Tricolòr):

la pizza

gli occhi delle ragazze

Leonardo da Vinci

il caffé

la Vespa

i gatti per le strade e in mezzo ai monumenti

la lingua italiana

Venezia, Firenze e Roma (in questo ordine)

la pasta

la pasta alla carbonara

la Resistenza

Madonna, Lady Gaga, Martin Scorsese, Robert De Niro, Al Pacino, Bruce Springsteen, John Travolta,  Quentin Tarantino, Sofia e Francis Ford Coppola e tutti gli altri italoamericani che sono diventati famosi solo perché i loro nonni se ne sono andati.

Purtroppo sono caduto anch’io nel solito luogo comune sulla gastronomia, visto che tante delle cose per cui sono lieto di essere italiano hanno a che fare con il bere e il mangiare, ma d’altronde qualcosa di vero in questo luogo comune ci sarà. In ogni caso, se qualcuno ha qualche idea da aggiungere alla lista… fatevi avanti!

Nel frattempo, sempre all’insegna degli stereotipi, voglio dedicare al nostro Paese questa simpatica canzone nel classico stile un po’ infantile della cultura  del Giappone, che spero davvero torni a sorridere in quel tripudio di colori e kitsch che ci fa tanto amare quel Paese in questi giorni tanto martoriato, e che riprende un po’ dei classici stereotipi sull’Italia di chi ci conosce poco.

Non solleticarmi

 

Tickling my fancy by Lemeinne on Deviantart

Nonostante i miei buoni propositi di sostituire Risposte con la nuova rubrica Affreschi, gli anomini internauti che fanno strane domande a internet si danno da fare, e quindi mi trovo ad avere l’imbarazzo della scelta in fatto di quesiti bizzarri.

Tra tante opzioni la scelta, considerato anche che questo è un blog devoto ai sentimenti, cade su

Perchè un uomo ti chiede se soffri il solletico?

Risposta n. 40.

Difficile rispondere a questa domanda.

Forse è uno che pensa che solletico e gelosia siano collegati, ne avevo già parlato nella Risposta n. 2, e vuole sincerarsi che la ragazza di fronte a lui non sia gelosa.

Forse è semplicemente un modo per fare conversazione e magari per avere una scusa per toccare, al fine -rigorosamente scientifico- di verificare in via empirica, senza ricorrere alla tecniche del dott. Leitman, se la risposta no, non soffro il solletico sia veritiera.

Ma potreste anche trovarvi di fronte a un perverso del solletico, ce ne sono, come testimoniano i tanti che approdano su questi bytes cercando racconti erotici di solletico (questa settimana uno in particolare ha cercato storie di solletico tra fidanzati).

Di perversioni ne conoscevo molte, questa mi era ancora nuova, ma non si finisce mai di imparare; ha anche un’immancabile nome inglese, tickling, un bel po’ di siti internet dedicati, pieni di video e storie sul solletico praticato a vittime immobilizzate (ma ammetto di non aver approfondito).

Messa così, il tickling tutto sommato sembra una variante del sadomaso o BDSM, nel senso che in fondo anche il solletico può essere una tortura, anche se indubbiamente il tickling ha questo connotato un po’ infantile e giocoso che direi lo distingue abbastanza dal sesso a base di fruste e manette.

Non so se adesso vi ho fatto venire voglia di praticarlo con il vostro legittimo partner.

Ma vi avverto: non fatelo se siete in Virgina,  in quello Stato fare o praticare il solletico a una donna è reato.