Come un orso

27 febbraio, giornata internazionale dell’orso polare, international polar bear day.

Dev’essere per questo motivo che stanotte ho fatto un sogno.

Un sogno con protagonista proprio un orso polare.   Non ricordo tutto, nei sogni spesso non ci si ricorda tutto, ma comunque la prima cosa che mi viene in mente è che eravamo io e l’orso, seduti su due sdraio, tipo quelle che ci sono nei rifugi di montagna; eravamo lì a prendere il sole, perché di sole ce n’era parecchio, e infatti davanti a noi c’era un bel mare blu, di un blu molto scuro e nessuna traccia della banchisa polare.

“Il ghiaccio dovè?”

mi pare di avere chiesto all’orso.

“Ci siamo sopra, sotto di noi, giovane Puccino… ma giorno dopo giorno lo stiamo perdendo…”

“Mi spiace, Maestro, ma io il mio lo faccio, vado ogni giorno al lavoro in bici e domani scriverò anche un post sul mio blog e parlerò del problema del riscaldamento globale

“Però non sei venuto per questo…”

“No, Maestro… Obi Wan mi ha detto che devo chiedere consiglio a voi”

L’Orso sorrise, si tolse gli occhiali da sole, e mi guardò diritto negli occhi.

“Cosa ti angustia lo so, giovane Puccino; ma alle tue domande le risposte tu conosci già”

“Non mi faccia combattere di nuovo contro il cacciatore di pellicce di foca che dopo lo ammazzo con la sua stessa fiocina e sotto il cappuccio vedo che è un altro me stesso, però”

“Questo farlo io no, giovane Puccino, ma tu di fare strame del diritto d’autore smetterla devi”

Le parole dell’orso mi fecero vergognare profondamente; abbassai gli occhi, e provai ad ascoltare il suo suggerimento.

“Ecco, penso di avere capito, perlomeno, cosa non voglio.   Non so bene con chi voglia passare il resto della mia vita, e nemmeno so se in questo momento voglio di nuovo una persona al mio fianco.  Però so bene, lo so per certo, che non voglio una persona che se cadono due fiocchi di neve resta a casa perchè non se la sente di spostare la macchina; non voglio una persona per cui dopo i venticinque anni non è il caso di andare in discoteca, non voglio una persona che abbia paura di viaggiare, anche lontano, anche all’estero; non voglio una persona che quando la vado a trovare mi faccia fare pranzo e cena con la mamma; non voglio una persona con le idee politiche opposte alle mie; non voglio una persona per cui un pelo di gatto sul divano costituisce un problema; non voglio una persona per cui la minigonna o l’intimo particolare sono cose da zoccole; non voglio una persona che ripeta a menadito i pensieri del suo guru, guida spirituale o di mamma e papà”

L’orso si schiarì la voce.   Ah già, forse per la cosa della guida spirituale.

“Ma nel Suo caso è diverso, Maestro; io seguo i suoi consigli ma non rompo le scatole agli altri”

Anche perché non è mica facile dire in giro che la tua  guida spirituale è un orso polare che ti appare in sogno.   Per rimediare provai un po’ a incensare il Maestro:

“E poi di solito questi personaggi dispensano molta più banalità che saggezza”

L’orso mi guardò, e poi disse, scandendo bene le parole.

“Intollerante ai latticini sei”

Per un attimo l’orso rimase serio, poi scoppiò in una risata.

“Scherzando, stavo.   Comunque ora dentro di te letto hai, tornare al tuo mondo, puoi.   Ricordare però devi:

la razionalità abbandona

il tuo istinto segui

rispetta l’ambiente

di riciclare ricorda

Mi svegliai subito dopo; d’altronde erano le dieci e mezza passate; era stato tutto un sogno.

Me ne andai in bagno, a sciacquarmi il viso, ma sentivo qualcosa di freddo e pesante nella tasca del pigiama. Infilai la mano nella tasca, e rimasi sconcertato.

La mia mano stringeva

un cubetto di iceberg.

Annunci

Un tipo fine (ep. 4)

Faccendiere, maneggione, trafficone, sòla.  La lingua e i dialetti italiani conoscono tante definizioni per uno degli esemplari tipici della fauna italica.  Dalle mie parti lo chiamiamo trappolèr. Ma si tratta sempre del solito soggetto, che periodicamente torna nelle cronache italiane.

Per questo, la seconda delle interviste di Fra’ Puccino (ma questo post vale anche per La Nave de Los Monstruos), è con un trappolèr, anzi con il maestro del genere, che però per concederci l’intervista ci ha chiesto di mantenere l’anonimato.  Lo chiameremo L.P.

L.P. arriva all’appuntamento con la sua automobile sportiva; sembra una Ferrari, ma mi spiega che è made in China, lui l’ha comprata con l’importazione parallela, ha avuto qualche problema con i collaudi ma allora ha smesso di pagare le rate a quello che gliel’ha venduta, tanto comunque è intestata alla società che non ha niente e anche se gli fa causa non gliene frega nulla.

Veste elegante, anche se un po’ anni ottanta, un blazer blu scuro su pantaloni grigi, un bel cravattone e un classico rolex al polso.    Mi porta nel suo ufficio, quattro stanze eleganti in una bella zona del centro, sicuramente è in affitto, molto probabilmente il proprietario continua a chiamare per sapere se il problema con il codice IBAN per il bonifico lo hanno risolto.

E’ cordiale, affabile, sulla libreria dietro la scrivania ha tante foto di lui con diverse personalità politiche; la tendenza è chiara,  anche se c’è pure qualche presenza bipartisan.  Le foto mi danno l’ispirazione per la prima domanda, sul suo rapporto con la politica.

L.P.: “Sa, io sono un uomo del fare, lavoro nel business, avrà capito da che parte sto… però è importante anche avere qualche contatto dall’altra parte, no?  In fondo qui si vota di continuo, e bisogna pensarci a pararsi il culoo.  Anche se poi comunque come idee io sarei socialista, eh!”

Dall’accento non capisco se sia romano o milanese, ma forse tutti e due insieme. Gli chiedo se si riconosce come esponente della categoria dei faccendieri.

L.P. “Vede, noi siamo come il lubrificante delle relazioni sociali, che come Lei sa sono il motore del nostro sistema economico.   A me non piacciono i termini che Lei usa, ma diciamo che nel mio campo, modestamente sono un vero esperto, lo sa che gli altri mi chiamano il Professore?  Più di una volta sono anche venuti da me a chiedere consigli, se le dicessi i nomi non ci crederebbe, e io ovviamente non dico di no, ma visto che non sono un coglione, scusi la parola, mi sono fatto pagare cash.  Proprio perché conosco la categoria, non so se mi spiego”

Io: “Visto che siamo in tema di relazioni umane, mi hanno detto che Lei è bipartisan anche a livello di fratellanze…”

Il Professore passa al tu.  Non mi chiede il permesso, ma mi spiega che anche questo è un classico del buon trappolèr. Instaurare confidenza subito.

L.P. “Ma certo, caro, Massoneria e Opus Dei.  Doppia tessera. Tanto, mica si scambiano l’elenco degli affiliati, e poi guarda che non sono il solo.   Però, non mi crederai… ma l’Opus Dei rende molto meglio, anche perché non la bada quasi nessuno.  Io parto massone, però per me l’Opus Dei è stata una vera rivelazione, in quel contesto uno come me è come una volpe in un pollaio, chiaro?   E guarda che c’ho pure conosciuto delle tipe, perché io sono così, non ho problemi a buttarmi, non me ne frega niente di niente”

Ecco che emerge lo sbruffone.  Ma adesso mi sa che esagera.

Io: “Va bene, ma non penso che con le affiliate dell’Opus Dei ci sia molto da divertirsi, no?”

L.P. “Eeeeeeeeeh, lo credi te, regazzi’…  Ti svelo un segreto: in ogni situazione, quando hai un obiettivo, che sia concludere un affare o farti una scopata, l’importante è capire il tuo interlocutore.  Hai afferrato?  Capire il tuo interlocutore.  Solo per questo consiglio mi dovresti dare cinquemila euro”.

Io: “Cash, immagino”

L.P. “Non sarai mica uno che chiede fattura, vero?  Comunque, la questione è semplice: se alla tipa dell’Opus Dei te la intorti bene, la smeni con i valori e quelle cose là, magari le racconti che sei stato sfortunato ma che credi nella  famiglia, poi classica cena elegante che funziona con tutte e un vino di un certo tipo, allora fai centro anche in quel caso.  E siccome la tipa poi c’hai i sensi di colpa, non lo racconta manco alle amiche, e poi hai campo libero pure con quelle, capito?   Eccheccazzo, sennò è come niente che nel giro delle amiche passi per un puttaniere”

Io: “Beh, capisco”

LP.: “E guarda che le tipe così poi a letto possono essere delle bombe; ovvio, ci devi mettere del tuo… ma per questo io in macchina c’ho sempre un paio di autoreggenti, perché sai… io sono un tipo fine

Io: “Cambiando discorso…”

LP.: “E perché?  Non ti piace la figa?”

Io: “No, è che l’argomento dell’intervista è un altro… Dunque, il fatto di navigare sempre ai margini della legalità non è rischioso?”

L.P.: “Mo’ ti faccio vedere una cosa…”

Apre un cassetto, tira fuori un grosso quaderno ad anelli, pieno di fogli scritti a mano.

L.P.: “Vedi, questa è la mia calligrafia, è tutto scritto a mano; non la capisce nessuno, tranne io e la mia segretaria, ma con lei vado tranquillo, tanto sono sempre in ritardo con i pagamenti e lei lo sa che se vuole ricevere gli arretrati deve starsene zitta e bbona.  E’ il sistema migliore per conservare le informazioni, altro che computer, crittografia o altre stronzate simili…  E qui io c’ho tutti segreti e le grane di magistrati, poliziotti, politici, giornalisti, di chi vuoi tu… e non le  cose per cui ti mettono in galera, no, di quelle cose a gente come questa non gliene frega un cazzo.  No, qua ho quel tipo di roba che se lo viene a sapere tua moglie ti sbatte in strada, non so se mi spiego.  Io la chiamo la mia polizza infortuni”

L’intervista è finita; però L.P. incredibilmente vuole veramente i suoi cinquemila cash, prima non stava scherzando.   Siccome la cassa del blog è vuota, provo a dirgli che se vuole può salire su La Nave de Los Monstruos, a bordo ci sono già Emanuele Filiberto, Michela Vittoria Brambilla e una modella diciassettenne.

Tempo 12 secondi e L.P. è già seduto nella poltrona migliore, quella vicina all’uscita di sicurezza.  Ora però mi tocca spiegargli che non gli posso preparare un mojito.

I paladini della libertà (ep. 3)

Giornale di bordo, data astrale 201002.25.

Guarda chi si rivede!  Michela Vittoria Brambilla, il Volto Nuovo che Berlusconi tira fuori dal sottoscala ogni volta che deve inventarsi qualche nuovo movimento, tv, o qualunque altra cosa, sempre se quel qualcosa ha nel nome la parola “libertà”.

Quest’anno è la volta dei Promotori della Libertà, iniziativa movimentista che ha come ambizioso programma quello di difendere Democrazia e Libertà.  In Italia. Nel 2010.  A fianco di Silvio Berlusconi.

Sembra incredibile, ma è proprio così.  Guidati dalla Giovanna D’Arco cisalpina, ecco arrivare i paladini della libertà.

Sono andato nel sito del neonato movimento, e ho provato a cercare di capire chi stia minacciando la Democrazia e la Libertà nel nostro Paese.

La risposta è nelle parole del Caro Leader (il testo integrale è a questo link):

dobbiamo creare tutti insieme una forza dei paladini della libertà, direi un esercito del bene contro l’esercito del male (più o meno come ne L’Armata delle Tenebre di Sam Raimi)

questa nostra grande battaglia per la libertà e per il bene della comunità nazionale, per la libertà e per il bene di tutti (capito, voi che blaterate sempre di leggi ad personam, Lui pensa al bene di tutti, ma proprio tutti!?)

dovremo organizzare incontri sul territorio, promuovere anche la nostra cultura e i nostri valori, che come vi è chiaro si contrappongono a quelli della sinistra, il cui desiderio è uno stato di polizia, uno Stato oppressore sul piano burocratico, sul piano fiscale, sul piano giudiziario (ahhh, ecco chi minaccia la libertà e la democrazia: Bersani, D’Alema, Enrico Letta, mammamia che paura)

Insomma; i malevoli potranno pensare che si tratti di un’operazione ad hoc per contrapporre una struttura organizzata di sicura fede berlusconiana agli ex di AN, affidata a uno dei pochi dirigenti del PDL di cui il Capo si fida.

Ma la verità è che i paladini della libertà gireranno per il Paese, sui loro cavalli bianchi e con i loro mantelli turchesi, moderni Lancillotti dell’esercito del bene, pianteranno i loro gazebo dell’amore e racconteranno a tutti noi quando è buono e bravo Lui.

Mah…

Alla fine non so quanto dureranno questi volontari della libertà.   Però la cosa importante è che Michela Vittoria Brambilla, investita del prestigioso titolo di responsabile delle Iniziative Movimentiste del PDL (ma non suona troppo sessantottino?) sia ritornata alla ribalta.  E se vuole salire a bordo de La Nave de Los Monstruos, per lei c’è un biglietto di prima classe, e può sedersi vicino al principe Emanuele Filiberto, magari fanno amicizia.

Apprezza il tuo biscotto per cani

Sit Stay by Kuroi Nekochan on Deviantart.com

Chi, per noia o abitudine, ha seguito il mio percorso lungo tutte le giornate mondiali dell’anno, avrà notato che la fantasia celebrativa non ha limiti; se dalle nostre parti ci si impegna a celebrare ricorrenze tristi o noiose, tra malattie, vittime di questo o di quello, tragedie storiche o attuali, il tutto naturalmente da celebrare negli immancabili Convegni (ma vanno bene anche Conferenze, Incontri, Seminari, Dibattiti), nello spensierato Nuovo Mondo si prediligono festeggiamenti senza senso (ma Ringraziamento de che?) o spiritosi, o magari tutte e due le cose insieme.

La giornata internazionale dei biscotti per cani, international dog biscuit appreciation day, è una di queste.

Se avete un cane, oggi dategli razione doppia di biscotti; se non avete in casa la scatola di biscotti per cani, correte subito a comprarli.

Se come me convivete con dei gatti, scrivete email di protesta riguardo la mancanza sul mercato di biscotti per gatti, che vi posso assicurare  a nome di tutti i proprietari conviventi di gatti verranno comprati a caro prezzo anche dopo che le 10 volte precedenti il micio li avrà sdegnosamente rifiutati.

Se siete presidente del consiglio di un paese provinciale e ignorante, date alla popolazione una balla nuova ogni due, tre mesi, non appena si accorge che il biscotto per cani di prima era un fake. Se anche qualcuno si accorgerà del trucco, non preoccupatevi: la gran parte dei delusi si limiterà a non andare  a votare, rendendosi inoffensiva da sola.

Nota della redazione: la redazione di E’ scientificamente dimostrato è qui per fare il proprio lavoro onestamente, e non risponde delle affermazioni riportate all’ultimo capoverso, che non rispecchiano le opinioni e i pensieri della redazione, ma solo quelli del direttore irresponsabile del blog.

Nota del direttore: sono tanto democratico che ho riportato anche la presa di distanza di una minoranza, per quanto maggioritaria, della redazione del blog, cui rivolgo un accorato appello: subito giù in coperta a lavorare e ringraziate che non vi lego più alle macchine da scrivere!

Madrelingua

Il 21 febbraio ricorre la giornata internazionale della madrelingua.

La mia madrelingua, per il girare casuale della ruota della storia, è l’italiano.   Avrebbe potuto essere lo sloveno, forse anche il tedesco; ma è stato l’italiano. E’ una lingua che tutto sommato mi piace, e che a differenza di tanti miei conterranei ho sempre preferito al dialetto.  E’ la mia lingua.

La sera di San Valentino di una settimana fa, per il giro casuale della ruota del mio destino, nessuno attorno a me parlava la mia lingua.  Non la parlavano le persone sedute nei tavoli vicino al mio, non la parlava il cameriere, non la parlava il menù pieno di parole dal significato incomprensibile e spesso fuorviante, non la parlava nemmeno la persona seduta dall’altra parte del tavolo.

E’ curioso passare quattro giorni senza mai utilizzare la propria madrelingua, comunicando solo in spagnolo (o in inglese se proprio non ci riusciva a capire).   Se poi sei in una città che non è la tua, in cui non sei mai stato prima, e che non assomiglia a nessuna delle città che hai conosciuto, allora la sensazione di straniamento è totale.

Per questo servono le fotografie, per cercare di aiutare il ricordo, e per provare a noi stessi che i nostri ricordi sono reali.

Ma è davvero così? Sono davvero reali i ricordi e la realtà apparentemente cristallizzati nelle foto?

A volte lo dubito.

A volte, guardando una per una le foto che personalmente mi piace ancora vedere stampate e sviluppate, ne trovo qualcuna in cui mi sembra che l’obiettivo sia stato poco obbiettivo e  non abbia immortalato la persona che ho conosciuto, ma la mia immagine, potrei quasi dire la mia fantasia, di quella persona.

Chi è la persona in quella foto?   E’ la persona che ho conosciuto, venuta particolarmente bene in quella foto, oppure è il mio immaginario che ha posseduto la sua immagine in quella foto?

Forse, può anche darsi che ci invaghisca o ci si innamori di una persona che non esiste, se non nella tua fantasia e nelle foto che chissà perché realizzano quella fantasia.

Lei non è, non sarà mai, come in quelle foto.   Ma lì, nell’istante che quelle foto hanno colto, in quell’istante il tuo ideale è diventato realtà.

Come sia successo, e che significato abbia tutto questo, non lo so.  Il linguaggio dell’amore non è la mia madrelingua.  E per quanti sforzi stia facendo per impararla, con ore e ore di lezioni private, è tutto inutile, al massimo arrivo al livello A2 (intermedio, o di sopravvivenza).

Ingiustizia asociale

Nella giornata appena terminata, il 20 febbraio, ricorreva il World Day of Social Justice, una di quelle giornate mondiali toste, la Giornata della Giustizia Sociale, e scusate se è poco.

In questi giorni ho per la testa argomenti molto diversi dalla politica, ma non posso non toccare, almeno superficialmente, il tema della giustizia sociale.

E per farlo niente mi sembra migliore di I’m on a boat dei Lonely Island, dall’album Incredibad, vero e proprio inno all’icona del sogno americano, la mega barca cafona con cui pavoneggiarsi.

In fondo, anche nel nostro Paese, il grande successo di ogni sorta di lotteria e concorso a premi dimostra che la forma più diffusa di emancipazione sociale è la speranza nella botta di fortuna, che consenta di vivere a sbafo senza fare nulla dalla mattina alla sera.  E nessuno prova davvero a cambiare le tante ingiustizie del nostro Paese, come il fatto che pochi fortunati guadagnino cifre inaudite e spesso ingiustificate, a fronte delle legioni di precari galleggiano con 500 euro al mese, pur essendo magari ben più qualificati di chi ne prende 5.000.

No, meglio sognare di fare i miliardari, votare per Silvio, giocare a turista per sempre, disprezzare l’immigrato perché si veste male, comprargli la Luis Vuitton tarocca e poi tirarsela perché sembra quella vera, riciclare il caffé avanzato per potersi pagare le rate di un auto o di una televisione che non si possiamo permettere.

Ma almeno facciamoci due risate con gli Incredibad.

Attenzione: se capite l’angloamericano il testo è molto esplicito, se volete la versione censurata cercatevela su you tube ma vi avverto che considerato il gran numero delle parolacce vi perdete il meglio.

Italian Reality (ep. 2)

Giornale di bordo, data astrale 201002.20.  Primo giorno di viaggio de La Nave de Los Monstruos.

Il razzo è appena decollato, e stavo controllando le valvole e i transistor del robot (è un modello un po’ datato), quando il Buscamonstruos 2.0 ha iniziato a trillare.

Lo sapevo, non dovevo iniziare il mio viaggio quando c’era Sanremo, non dovevo.   La stiva del razzo ha dimensioni ridotte, non posso appesantirla fin dall’inizio.  Ma come posso non far salire il nuovo trio comico destinato a oscurare Aldo, Giovanni e Giacomo?

Pupo, Emanuele Filiberto di Savoia e tale Luca Canonici, tenore.

Fa ridere già così.

C’è qualche ragione per cui l’erede di una delle più illustri casate nobiliari europee (che però su wikipedia figura come “personaggio televisivo”) ha deciso di cantare a Sanremo insieme all’indimenticabile autore di gelato al cioccolato?

E le parole, poi.  Ne vogliamo parlare?

Io credo sempre nel futuro, nella giustizia e nel lavoro,
nel sentimento che ci unisce, intorno alla nostra famiglia.
Io credo nelle tradizioni, di un popolo che non si arrende (gli italiani? ma non si sarà confuso con la Svizzera!)
e soffro le preoccupazioni, di chi possiede poco o niente (qualcuno per favore mi spieghi come si soffre una preoccupazione)

Io credo nella mia cultura e nella mia religione,
per questo io non ho paura, di esprimere la mia opinione (il coraggio di pensarla come tutti gli altri!)
Io sento battere più forte, il cuore di un’Italia sola,
che oggi più serenamente, si specchia in tutta la sua storia (che vuol dire “più serenamente”?… meglio non saperlo, va)

Sì stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio.
Io, io non mi stancherò, di dire al mondo e a Dio, Italia amore mio.

Ricordo quando ero bambino, viaggiavo con la fantasia,
chiudevo gli occhi e immaginavo, di stringerla fra le mie braccia. (ma chi, l’Italia?  ma in senso longitudinale o latitudinale?)

Tu non potevi ritornare pur non avendo fatto niente, (questo hanno ragione, privare l’Italia di Emanuele Filiberto era un crimine contro la comicità)
ma chi si può paragonare, a chi ha sofferto veramente.

Sì stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio
Io, io non mi stancherò, di dire al mondo e a Dio, Italia amore mio (è una promessa o una minaccia?)

Io credo ancora nel rispetto, nell’onestà di un ideale,
nel sogno chiuso in un cassetto e in un paese più normale (ma in una paese più normale questa canzone non esisterebbe)

Sì, stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio.

Sì, per quanto mi riguarda ne sono certo, questa canzone rimarrà per sempre nell’empireo del trash, riuscendo perfino a superare la mitica Italia di Mino Reitano, e ci regalerà decine e decine di parodie e imitazioni.

In fondo ci vuole del genio per un’operazione del genere.  Ma proprio giù in fondo