In ricchezza e povertà

La ricchezza rende felici?  Nel dubbio, possiamo sicuramente affermare senza tema di smentita che la povertà rende infelici.

Oggi ricorre la giornata internazionale della lotta per lo sradicamento della povertà.  Eliminare la povertà dal mondo è un obiettivo probabilmente impossibile da raggiungere, ma le star internazionali della musica possono lasciare i loro villoni a Beverly Hills e fare qualche bel concerto, i fighetti del Rotary possono fare un festino e sentirsi pure altruisti, e naturalmente c”è sempre spazio per chi ha voglia di fare incontri, conferenze, dibattiti, convegni, seminari senza chiedersi se invece di tanto bla bla bla non sarebbe meglio fare qualcosa di concreto.

E’ più semplice provare a eliminare la povertà dalla nostra vita privata.

Ma qual’è il livello di benessere che basta per essere felici? L’importante, fondamentalmente, è non avere preoccupazioni, le preoccupazioni economiche sono le più antipatiche, e possono anche mettere in crisi un rapporto di coppia.

Non penso però che sia necessario avere tanti tanti soldi.   Certo, il denaro può aiutare a fare le cose che ci rendono felici, ma averne tanto non dovrebbe essere la condizione imprescindibile della nostra felicità.

Bisognerebbe averne abbastanza, abbastanza per non essere in ansia quando c’è il mutuo da pagare, per andare in vacanza senza patemi, per comprare il televisore nuovo quando avete voglia, per non svenire quando il dentista vi fa il preventivo.

Una volta, un mio amico che studiava filosofia disse una frase che dal mio punto di vista sintetizzava bene la questione:

l’importante è avere abbastanza soldi per potere tranquillamente uscire e prendere una pizza e una bibita con la propria ragazza

Tranquillamente.   Ecco, questo è quello che basta, tutto il resto è in più (e ben venga, naturalmente!).

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23 thoughts on “In ricchezza e povertà

  1. Qualcuno disse che la felicità sta nel desiderare ciò che si ha.
    Difficilmente il ricco, l’avido, l’avaro, tutti tesi ad accumulare, a trattenere, ad avere sempre di più, saranno felici.
    Accontentarsi, godere delle piccole cose, riuscire a gioire degli affetti, di tutto ciò che non può essere monetizzato, è una enorme risorsa, una gran fortuna, che tuttavia sembra toccare a chi ha avuto, nell’infanzia, esempi edificanti, a chi ha imparato da subito la gioia della condivisione, del partecipare spontaneamente alla felicità altrui, senza rancori, rivalse, invidie di sorta.
    Se si ama, riamati, se si è veramente convinti della propria scelta, neppure la cena più prelibata con la diva del momento potrà eguagliare la pizza con la propria ragazza.
    E ancora una volta la chiave di tutto é l’amore.

  2. La povertà rende infelici. Questo è indubbio, ma pare indubbio che pure la ricchezza eccessiva non sia un bene da augurare ai propri cari. La ricchezza spesso acceca, rende superficiali (non necessariamente, ma è un rischio che si corre), sicuramente fa ritrovare circondati da falsi amici e falsi amori.

    La povertà nel mondo? Lessi da qualche parte, con enorme stupore, che la Terra sarebbe in grado di sfamare un numero di persone di gran lunga superiore ai suoi attuali abitanti: e allora, perché c’è la fame nel mondo?

    Io personalmente parlerei di una necessità di una diversa distribuzione delle ricchezze, più che un’astratta eliminazione della povertà.

    Tornando invece alle nostre vite private, sono d’accordo col tuo amico filosofo: personalmente, ho quel tipo di tranquillità, e non sono troppo sicura che avere di più non guasterebbe. Ricchezza e potere, per come la vedo io, sono due miti assolutamente da sfatare.

  3. balibar ha detto:

    Caro FraP, il tuo post a me sembra che ponga questioni terra, terra ed in questo senso mi piacerbbe risponderti.
    Sono operaio, in condizioni normali guadagno circa 1.200 euro al mese. con (tanto per dirne una)500 di affitto. Quest’anno, grazie alla crisi, perderò, su base annuale, circa 3/4000 euro netti.

    Non ne sto facendo una questione politica o sociale ma, sono povero? A me 1.200 euro bastavano, ho sempre pensato “si fa con quel che c’è”, si rinuncia a questo per potersi permettere quest’altro.
    Sai quanti mi dicono “ah, io con meno di 1500 non ce la farei proprio”.
    C’è chi sbava d’invidia perché non può avere quello che altri hanno, io sono capace di guardare a quelli che giudico i miei reali desideri.

    La mia famiglia non era messa male, un po’ meno di dieci anni fa guadagnavo 2 milioni al mese e stavo senz’altro meglio.
    Ma oggi rischio di non potermi permettere l’essenziale (anzi, ci sono in pieno) e, come me, tanti.

    Insomma, il guaio, quello che fa vivere infelici, è, da un lato, per chi ha già una situazione di tranquillità, di desiderare fortemente “tutto”, mentre dall’altro, per quelli come me, di poter godere di una certa tranquillità (la pizza e il cine).
    Certo, tanti miei colleghi si tolgono il sangue pur di arrivare al lavoro con audi, volvo o quant’altro.
    Quindi certo che è una questione di valori. Io un periodo di povertà lo augurerei a tutti, se servisse.

    Guarda che, a dire il vero, sono personalmente tranquillo. Mi ruga se penso che da questa condizione, visto che tutto è monetizzato, si è impossibilitati ad evolvere (come faccio a permettermi un corso che costa 2500 euro ed è lontano da dove abito?).

    Bè, poi potrei anche allargarmi e spingermi a parlare dei blogger, di quelli che postano o commentano solo dal lavoro, che parlano di viaggi e interessi e amenità che per me sono già lusso.
    E qui scatta automatico il rimprovero “ah, allora sei invidioso”. Forse in qualche angolo remoto dell’animaccia mia sì, ma per lo più non desidero quello che hanno. A fronte dei loro stipendi mi disturba più la questione di disparità. Perché alla base, io produco il prodotto che loro venderanno.
    Ma questa è tutta un’altra storia.

  4. No, non è un’altra storia. Parte della povertà nel mondo (gran parte in verità), è dovuta al fatto che le persone non riescono a farsi retribuire equamente per il lavoro prestato.

    Il principio del mercato equo e solidale è proprio questo, fare in modo che dell’incasso prodotto dalla vendita di alcuni beni al dettaglio, arrivi una giusta parte a chi questi beni li ha prodotti.

    A volte, chi lavora, deve sottostare a dei ricatti da parte dei datori di lavoro veramente indegni. E’ qui che intervenne Muhammad Yunus, passato alla storia come “Il banchiere dei poveri”.

    Vi invito a leggere in breve la sua storia (anzi, la storia del sistema di microcredito da lui ideato) a questo link, http://www.zhora.it/Yunus.htm (io in questo ho trovato quello che cercavo e mi sono fermata qui, ma ce ne sono moltissimi che trattano l’argomento).

    Conosco la storia benissimo, ma ogni volta leggerla mi commuove. Ve ne riporto qualche stralcio:

    Amina Ammajan era una mendicante del Bangladesh, vale a dire una delle persone più povere della terra. Vedova e madre di due figlie, era sul punto di morire nel 1976, quando la casa le crollò letteralmente sulla testa. Oggi sua figlia possiede la casa, un pezzettino di terra e del bestiame. Non è ricca, ma vive dignitosamente. La sua vita, come quella di milioni di altre persone, soprattutto donne, è cambiata completamente da quando ha incontrato Grameen, la banca del Bangladesh che teorizza e mette in pratica il credito ai derelitti: pochi soldi, dati a fronte di un progetto minimo e senza nessuna richiesta di garanzia.

    E ancora:

    Così, in spregio a tutte le regole del mondo bancario di ogni tempo e latitudine, Yunus riesce a convincere una banca della sua regione ad aprire una linea di crediti minuscoli (i più alti superavano a malapena i venti dollari), riservati quasi esclusivamente alle donne, senza alcuna richiesta di garanzia e senza neppure la necessità di riempire un modulo (del resto, a che sarebbe servito? La maggior parte dei clienti era analfabeta). Il risultato è stato entusiasmante.

    Caro Bal, quella che tu hai toccato non è un’altra storia, sei andato proprio al cuore del problema. E Yunus della soluzione.

  5. balibar ha detto:

    @Diemme Yunus risolve una difficoltà contingente. A mio avviso non dà risposta ad una società che continuerà a premiare e creare disparità in base a pseudo-meriti.

    Chi guadagna abbastanza, indipendentemente da quello che fa, se ne frega di chi non è retribuito adeguatamente. Anzi, gli sta bene così e spesso si nasconde dietro il “ma io ho studiato”, quando poi quello che mostra è una preparazione culturale da far accapponare la pelle.

    Divento duro, ma non con te.
    Ripeto, le mie considerazioni finirebbero per essere off topic.
    Magari scrivo qualcosa e te lo faccio avere.

  6. Guarda, non è quasi mai lo studio quello che fa la differenza. La disparità la crea l’egoismo (meno spesso l’incompetenza, e ci mette il suo anche la viltà). Da noi, quelli che stanno facendo il lavoro più duro, sono pressoché tutti laureati (e spesso hanno anche un livello contrattuale alto), mentre chi ha fatto la Carriera, (l’ho scritto apposta con la C maiuscola), ha un livello culturale spesso più basso. Ma hanno basso pure il livello di coscienza, e alto il livello di pelo sul cuore e sullo stomaco.

    Per tutti i tuoi off topic, scrivimi pure quello che vuoi, casa mia è la tua, lo sai.

  7. E’ indubbio che la società sia notevolmente cambiata, che i nuovi poveri siano quelli provenienti da famiglie più che dignitose e col titolo di studio, ma senza lavoro o col lavoro mal remunerato.
    Intanto si vede crescere un nuovo strato sociale, che vive di espedienti, di assistenzialismo, di lavoro nero.
    Oggi ci sono famiglie che nessuno definisce benestanti, che continuano a definirsi povere e bisognose, eppure riescono a contare su cespiti ben superiori a quelli di stimati professionisti con tanto di carriera alle spalle. In genere da esse parte una nuova classe di imprenditori, che sfrutta i dipendenti, reinvestendo i guadagni in nuove imprese, il tutto frodando il fisco, lo stato e creando ulteriori disuguaglianze sociali.
    In queste fasce si rinvengono i macchinoni, ogni nuovo ritrovato della tecnica, ogni atteggiamento tipico dell’arrampicatore sociale, che tuttavia viene smentito, in alcuni casi, da un contegno da “morti di fame”, ossia da chi, spinto dall’avidità e dalla cupidigia, non esita a dichiararsi povero e bisognoso, rivendicando diritti inesistenti, pur di accrescere le proprie entrate, magari a spese dei benestanti di ieri, che ormai benestanti non sono più.
    Tra queste persone prevalgono gli incolti, mentre chi di loro ha studiato “pretende” un posto di lavoro adeguato al proprio titolo di studio.
    Ben diversa è invece la situazione di chi, avendo studiato e, al tempo stesso, avendo capacità manuali ed elasticità mentale, accetta un lavoro che richieda competenze inferiori rispetto a quelle realmente possedute; si tratta di gente valida, intelligente, spesso sottopagata e sottoutilizzata, ma che ha capito che, sopratutto nelle situazioni avverse, è giusto lavorare per vivere e non certo vivere per il lavoro.
    In tutto questo la meritocrazia diventa una rarità, una pretesa assurda e inattuabile, una chimera.

  8. Tante considerazioni interessanti, troppa carne sul fuoco per rispondere a tutti i commenti come meriterebbero
    Solo qualche spunto, allora:

    @ Romaguido: on topic: ho molto apprezzato i tuoi link, la storiella del monaco è davvero divertente; off topic, ma seguendo il discorso di Balibar: tu tra le altre cose cogli un punto essenziale della società italiana, che purtroppo è governata dalla demeritocrazia…

    @ Diemme: anche tu hai fatto delle considerazioni simili, ma metti anche l’accento sulle questioni di coscienza; è una cosa che personalmente tocco con mano nel mio lavoro (dove tutti hanno lo stesso titolo di studio, ma preparazione e competenze spesso molto molto diseguali): tante volte ti poni di fronte alla scelta se accettare un incarico o dire di no, per il bene della persona che te lo vuole dare, anzitutto. E’ un problema di coscienza, ma con riflessi diretti sul portafoglio, perché ogni NO che ho detto a un cliente (e ne ho detti) ha avuto riflessi diretti (negativi) sul mio conto in banca

    @ Balibar: il vero problema, del discorso che fai, è che un operaio nel nostro paese (ma anche un professore, ad esempio) non guadagna abbastanza per vivere bene, come invece accade in Germania ma persino negli Stati Uniti, e questa insufficienza è anche più grave in città, come Roma o Milano, dove il costo delle case è molto alto.
    Forse però è anche un problema di “coscienza di classe”, e lo vedi sia dagli straordinari per comprarsi il macchinone, sia dal voto alle elezioni…

  9. Difesa d’ufficio: quello dei furbacchioni che frodano e piangono miseria per ottenere ancora dell’altro da chi ha sempre lavorato onestamente è un mio chiodo fisso, ne avrei parlato comunque.

  10. Presidente BananasRepublik ha detto:

    la elicità è non dover pensare al denaro.

    ciò avviene quando di soldi ne hai abbastanza, da non doverne fare in perno della tua vita 8e delle preoccupazioni).

    Casa di proprietà, libri, viaggi. Per me basta così.

    • La penso anch’io così.

      Mi hai messo in crisi con “elicità”: l’ho cercato sul dizionario, poi su wikipedia che mi ha dato quest: http://it.wikipedia.org/wiki/Elicit%C3%A0

      Disperata, sono stata colta da un barlume di buon senso e ho pensato che forse era solo saltata una effe nella digitazione: l’ennesima prova che la vita è più semplice di quello che pensiamo noi! 😆

  11. Mi sento molto elìce, ho polarizzato la mia radiazione elettromagnetica 😀

    @ Roma: e fai benissimo a stigmatizzarli, meglio sarebbe con stigmate vere

    @ Giulio e Diemme: sempre meglio essere un ricco infelice, che un povero infelice, comunque 😉

    @ Presidente: allora anche tu sei, come me, un’adepta della filosofia della pizza in tranquillità
    casa, viaggi, libri, giusto, aggiungerei anche qualche sfizio nel vestire, animali domestici in quantità e… naturalmente, l’uscita in pizzeria 😉

    • Meglio ridere in cinquecento che piangere in Roll Royce, ma se comunque si deve piangere… meglio in una Roll, o in un quadruplo salone di un attico o di una villa, mollemente adagiati su un divano di quelli anatomico-massaggianti, ad asciugarsi gli occhietti belli coi fazzoletti di seta… 😉

  12. Carissimo Fra, carissimi tutti,

    interessante il tuo post, e molto interessanti anche i commenti.

    Per citare il mio caro amico Balibarino, io faccio parte di quei blogger che commenta solo dall’ufficio, però mio caro Balbar posto solo da casa, tanto per differenziarmi.

    Faccio parte di quei fortunati che dopo dura gavetta ha un lavoro che adora e che non mi fa fare la fame, anche se concordo con Fra, in Germania nel mio campo si è molto più pagati, ma per una questione di cose lavoro qui e non li, che tra l’altro è il mio paese preferito.

    Per mia fortuna ho la casa di proprietà che ho già arredato secondo i miei gusti e il mio stile, adoro fare shopping da cui la scelta di una camera armadio, sono un’ottima forchetta ma amo anche cucinare, adoro leggere, i viaggi non possono mancare e per viaggi intendo un bel viaggio avventura all’anno di 2/3 sttimane, un paio di we in europa all’anno e quasi tutte le domeniche in montagna (e mettiamoci dentro qualche we in montagna) e non facciamoci mancare nemmeno l’estetista per mani, piedi, sopraciglie e ecc ecc tutte le settimane e si, l’osteopata una volta al mese e la palestra più bella della città con abbonanamento annuale. Un bel corso di francese e se ho tempo al cinema ci vado volentieri, a teatro e a qualche mostra. Sicuramente mi sono dimenticata qualcosa…ah si sono cellulare dipendente…

    Tutto quello che desideravo l’ho sempre avuto. Nella mia vita faccio ciò che mi piace fare e che mi fa stare bene. Per mia fortuna non ho mai avuto problemi economici, non ceno a caviale e champagne perchè non mi piace il caviale e sono astemia e preferisco una bella bistecca con le patate e l’insalata e sempre il dolce.

    Non so cosa voglia dire avere fame e forse non mi sono nemmeno sudata tanto quello che ho anche se io sono convinta di si.

    Non mi sono mai lamentata e mi piace la vita che faccio. Non sono mai stata invidiosa, e di cosa poi? di modelle, attrici, ecc ecc. Io ho la mia vita e di questo sono felice.

    Un abbraccio stellare

  13. la povertà sicuramente non ti rende felice.
    E la ricchezza non necessariamente ti rende felice.

    La felicità viene da altre cose.
    E tante cose possono togliertela.

    ps: chiamasi pippa mentale.

  14. @ Balibar & Diemme: in teoria avete ragione, ma se per gestire tutti quei beni di lusso avete bisogno di uno stuolo di autisti, governanti, domestiche, e non riuscite a stare per conto vostro 5 minuti, allora magari è meglio farne a meno, no?

    @ Eppifemili: una pippa con tanta, tanta, verità!

  15. balibar ha detto:

    @FraP la frase non è mia.

    Proviene da chi, vedendo gli oggetti extralusso che costruisco, esclama: “dio, come t’invidio!”.

    Ma io li faccio, mica sono miei! 😀

    Quando si dice “la fantasia”!

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