La favola della principessa nutria

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C’era una volta, tanto tanto lontano, una piccola cittadina dove vivevano tante piccole persone.  Alle piccole persone non piacciono tutte le cose che non conoscono e non capiscono, e per tale ragione un giorno gli abitanti della città decisero che le nutrie che vivevano nel fiume che attraversava la città erano troppe e molto molto pericolose, e che bisognava fare qualcosa.

Si riunì il consiglio comunale, e si decise che le nutrie dovessero essere tutte sterminate.

Un cacciatore, contento di potere sparare a qualcosa di nuovo, chiese al figlio di accompagnarlo alla battuta di caccia dei feraci animali; insieme andarono sul fiume, armati di tutto punto, e poi si separarono, ognuno camminando su uno degli argini.  A un certo punto il giovane vide una nutria che usciva dal fiume, la inseguì fino a raggiungerla.  Alzò allora il bastone per colpirla, ma quella all’improvviso gli parlò.

“Non uccidermi, giovane amico, non ho fatto nulla di male né a te né alla tua gente, ti prego risparmiami e io diventerò una moglie fedele ed esaudirò il tuo più grande desiderio”.

Il giovane rimase stupefatto, non sapeva che fare, ma certo non poteva colpire chi gli parlava con voce umana, che fosse vero o fosse la sua immaginazione, e allora gettò il bastone nel fiume e disse alla nutria che l’avrebbe risparmiata.  D’incanto l’animale scomparve in una nuvola celeste e quando la nuvola si fu diradata apparve un’incantevole ragazza dai lunghi capelli castani e dagli splendidi occhi neri contornati da lunghissime ciglia, che baciò il giovane sulla guancia.  Il giovane le diede il suo giaccone per coprirsi, e poi l’accompagnò lontano dal fiume, velocemente quasi temesse che qualche altro cacciatore di nutrie la riconoscesse, poi gridò al padre che non voleva più fare nulla e se ne tornò a casa insieme alla ragazza nutria.

Costei era bella e gentile, non appena a casa rivelò al giovane di essere una principessa zingara, trasformata in nutria da un maleficio che aveva colpito la sua famiglia per uno sgarro a un clan rivale.

Il giovane le andò subito a comprare degli abiti bellissimi, degni di una principessa, ma quando suo padre tornò non seppe trovare le parole giuste per spiegare come mai c’era quella bellissima ragazza a casa loro.  Suo padre non amava le nutrie, ma ancora meno gli zingari, e persino meno sapere che suo figlio aveva speso tutti i soldi che c’erano in casa per comprare dei vestiti a una sconosciuta.  Il giovane pensò allora di dire che era una poverella scappata da una guerra in un paese lontano, ma suo padre non amava nemmeno i poverelli che scappavano dalle guerre, al massimo era disponibile ad aiutarli a casa loro, ma giusto per dire, non mandandogli veramente dei soldi.

Così i due giovani fuggirono insieme, e la principessa gli propose di andare da suo padre, che li avrebbe accolti molto bene.

L’entusiasmo del giovane si placò di fronte all’ingresso dell’accampamento dove lo aveva condotto la principessa, una strada sterrata tra due case mobili in mezzo alla quale razzolavano due galline e si muoveva ciondolando un cane che pareva randagio.

La principessa invece scese tutta felice e le vennero incontro due uomini grandi e grossi di aspetto tale che chiunque vedendoli avrebbe cambiato marciapiede.  I due furono molto cordiali con lei, che indicò con gesti e sorrisi il giovane, e anche lui venne fatto entrare nel campo.  Piano a piano un piccola folla si radunò attorno ai due giovani, tutti felicitandosi per il ritorno della principessa.

“Andiamo da mio padre, adesso!” disse la principessa al giovane che si sentiva molto a disagio in quel luogo per lui così alieno.  Attraversarono il campo fino a una carrozza di fattura antica, come quelle dei circhi ambulanti di una volta, con sopra una scritta  dorata in un alfabeto sconosciuto.  La principessa prese il giovane per mano, e lo trascinò tutto titubante all’interno della carrozza.

Uno stupore immenso colse il giovane, passato l’ingresso della carrozza si apriva un mondo d’incanto, un meraviglioso palazzo con le pareti celesti e mille finestre che davano su meravigliosi laghi e rigogliosi giardini, ovunque lussuosi tappeti e sfarzose decorazioni.

Di fronte a loro, seduto su un trono, era assiso il Re degli zingari, che si alzò per venire incontro alla principessa, e abbracciarla in lacrime.   Poi si volse verso Giovanni, e abbracciò anche lui, ringraziandolo per avere salvato sua figlia, e promettendogli mille ricompense.

Il giovane rispose però che la migliore ricompensa era la mano di sua figlia, al che il Re si alterò, rispondendo che sua figlia da anni era già promessa a un altro, e che doveva mantenere la parola data.

La principessa prese la parola implorando il padre di cambiare idea, perché lei aveva promesso al giovane che lo avrebbe sposato se l’avesse salvata, e così si era spezzato l’incantesimo.  Il Re scosse perentorio la testa, e rispose che la promessa solenne di una principessa non può essere infranta, se non di fronte alla promessa solenne di un Re, e quello era appunto il caso.

Tutti mormorarono, ma il Re era fermo sulla sua decisione, e disse ai due giovani che ora dovevano separarsi, e che avrebbe accompagnato Giovanni nella stanza riservata agli ospiti d’onore.

Fu allora che il giovane si ricordò della seconda promessa della principessa, e le disse che voleva esprimere il suo desiderio.

“Il mio desiderio più grande è vivere insieme a te in un bellissimo palazzo solo per noi“.

Il Re, che aveva capito tutto, gridò “noooooo” ma un attimo dopo tutto svanì negli occhi della principessa, e subito dopo attorno ai due giovani apparve un palazzo non meno splendido di quello dove li aveva accolto suo padre, e c’erano solo loro due.

La principessa lo abbracciò e lo baciò con amore.

“Ora vivremo qui per sempre” gli sorrise, ma il giovane non comprese quanto fossero vere quelle parole.

Il palazzo non aveva uscita, e nessuno poteva entrarne o uscirne, perché lui aveva detto di desiderare “un palazzo solo per noi“.

La prima settimana d’amore fu splendida, ma alla fine anche se la munifica dispensa si rinnovava come per magia ogni giorno, il fatto di non potere uscire dal palazzo  e non potere mai incontrare nessuno non rendeva i due giovani felici.

Alla sera dell’ottavo giorno la principessa chiamò a sé il giovane, e gli disse che spesso esaudire un desiderio è la cosa più infelice che possa esserci, ma che nel loro caso c’era una soluzione, almeno fino alla mezzanotte di quel giorno.  Il giovane le chiese cosa si potesse fare, e la principessa gli illustrò la sua soluzione, e quale incantesimo la poteva realizzare.  Un minuto prima di mezzanotte i due giovani si recarono allora nella torre più alta del palazzo, si strinsero la mano e saltarono giù.

Per il giovane fu come risvegliarsi all’improvviso, in mezzo all’acqua torbida ma che ora lui trovava piacevole, e all’improvviso non era impacciato a nuotare come era sempre stato, ma lo trovava facile e naturale.  Sulla riva alti alberi proiettavano la propria ombra sul lago, di fronte a sé vide subito la principessa, nella sua pelliccia e con la sua lunga coda, e la vide bellissima ora che anche lui si era trasformato in una nutria. E insieme nuotarono affiancati, finalmente liberi.  E vissero felici e e contenti, perché nei dintorni non c’erano piccole città con piccoli abitanti.

Lo chiamavano Zi’ ‘Nzara

Le calde sere d’estate a Castelmonte Cozzuto, quando i ragazzini vanno a trovare i nonni per bere un buon bicchiere di latte di mandorle e se sono fortunati mangiare qualche marzapane avanzato e se sono fortunatissimi una cassatella di quelle buone, lo sanno che c’è una regola da rispettare: non accendere mai la luce con la porta o la finestra aperte.

Si sa come sono i ragazzini oggi, non ascoltano mai le persone anziane, e fanno quello che vogliono, e allora i nonni che sanno raccontare le storie li avvertono di stare attenti nelle notti d’estate a tenere la finestra della camera aperta con la luce accesa “perchè ci arriva Zi’ ‘Nzara, e a Zi’ Nzara ci piacciono le fimmine ma sopra tutto i picciriddi“.

Zi’ ‘Nzara di giorno sembra uno di noi, è uno del paese… ma nessuno sa chi è.  Si sa solo che se un ragazzino o una donna fanno l’errore di aprire la finestra senza avere spento la luce Zi’ ‘Nzara entra dalla finestra, e non lo si vede perchè sa rendersi quasi invisibile, solo il suo ronzio si fa sentire, ma allora quasi sempre è troppo tardi, Zi’ ‘Nzara  colpisce le sue vittime senza pietà e gli cava tanto di quel sangue che l’indomani li vedi passeggiare pallidi e smunti che paiono lenzuola lavate nella candeggina.

Basta già questo per spaventare i ragazzini, ma anche a Castelmonte Cozzuto ci sono quelli che vogliono sempre sapere di più, ma chi è questo Zi ‘Nzara, e perchè fa così?

Zi’ ‘Zara, raccontano gli anziani che tengono memoria, ha il sangue nero, perchè dovete sapere che tanti e tanti anni fa uno dei demoni che San Vincenzo beneamato cacciò dalla caverna se ne fuggì per le campagne vicino all’Etna, e lì capitò in una casa dove c’era una giovane sposa, la trovò bella e la concupì nel buio fingendosi il marito, e dopo nove mesi la sventurata partorì il figlio del demonio, che fu il primo Zi’ ‘Nzara, e il primo di una lunga serie, e fece molti figli che si dispersero in tutta l’isola e anche a Castelmonte Cozzuto arrivò un rivolo di quel fiume malefico.

‘Ecco perchè, picciriddi miei, la notte d’estate tenete sempre spenta la luce, e se potete e il caldo non è troppo, non aprite le finestre, perchè stanotte Zi’ ‘Nzara potrebbe arrivare anche per voi”.

La via dell’efflorescenza

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Grazie alla collaborazione con Bellarix Psicognostica, rivista purtroppo rinvenibile su abbonamento solo nel deep web (non chiedetemi perché, il direttore della rivista è sempre molto imperscrutabile), siamo in grado di pubblicare, primi e unici in Italia, un’intervista esclusiva al famosissimo guru Pathcoulai Rabhan, Maestro, fondatore (lui preferisce “riscopritore”) del movimento dell’efflorescence spirituality, il nuovo movimento adesso in auge e di gran moda nella California che conta.

D: “Maestro, Lei spesso afferma che bisogna abbandonare l’effervescenza, a favore dell’efflorescenza, cosa significa esattamente?”

P: “Nella società contemporanea noi, o sarebbe meglio dire voi visto che chi come me ha scelto un’altra strada è libero da questa schiavitù, voi siete schiavi dell’effervescenza, dell’impulso irrefrenabile a fare, produrre, consumare, mangiare, vivere.  Un impulso che crea stress, ansia, panico, malattia; la mia Scuola insegna a liberarsi dell’effervescenza, per scegliere un’altra modalità di vita”

D: “Quella che Lei, con una fortunata locuzione, ha denominato efflorescenza…”

R: “La via delll’efflorescenza è insieme via e vita, parola che in molte lingue contiene le lettere di via, e in altre no, per esempio in inglese life non c’entra nulla con street, ma comunque non importa, posso fare l’esempio con il sanscrito e fa anche più effetto; se scegli la via dell’efflorescenza scegli di rimanere fermo e rifiorire della tua emotività interiore, riscoprendo la vera felicità, che hai dentro di te, il tuo samsara interiore; questa è l’efflorescenza, ma sarebbe disonesto dire che l’ho chiamata io in questo modo…”

D: “Siamo al punto che lascerà molti “scettici” un po’ dubbiosi”

Il Maestro Rabhan sorride sotto la barba, aspira dal piccolo narghilè riempito -mi assicura- solo di aromi floreali, e poi risponde.

R: “La via dello scettico è lo scetticismo.  La mia invece è quella dell’accettazione.  L’accettazione della verità.  E della realtà del mio incontro con gli esseri della luce

D: “Nel suo best seller I sette sentieri verso l’efflorescenza Lei impiega molte pagine a spiegare la differenza tra gli esseri della luce e gli angeli delle varie tradizioni”

R: “Gli angeli e i demoni, non dimentichiamo questi ultimi; gli esseri della luce non possono essere dipinti come esseri tutti buoni, né ovviamente il contrario; si tratta di creature che vibrano a un’altra lunghezza d’onda rispetto a noi, che condividono il nostro stesso continuum spazio temporale ma che noi non riusciamo quasi mai a percepire, o non vogliamo farlo, come gli scienziati quando si trovano di fronte alle prove empiriche di anomalie inspiegabili e non ammettono che sono le loro teorie di partenza ad essere sbagliate”

D: “Lei ha scritto e racconta sempre che incontrare gli essere di luce è possibile, che Lei lo ha fatto e che chiunque può farlo”

R: “Sì, è così; ho costruito il mio Bija-Ashram nel mezzo di una  foresta nel nord della California, non lontano dalla famosa Napa Valley, perché era un luogo libero dai frutti velenosi dell’effervescenza: telefonini, sistemi wireless, microonde, telecomandi e tutto ciò che produce onde elettromagnetiche, che interferiscono con le nostre percezioni extrasensoriali e ci rendono impossibile comunicare con gli esseri della luce e con altre entità; ha notato, e non è un caso, che da quando la nostra civiltà è stata invasa dall’elettricità e dai suoi figli i racconti di fenomeni c.d. “paranormali” sono radicalmente diminuiti?  Non è un caso, è causa-effetto!”

D: “Quindi nel suo bija-ashram si possono incontrare gli angeli?”

R: “E’ un luogo dove sperimentare e riscoprirsi insieme.  Ma prima di tutto bisogna sapere che gli esseri della luce non sono quelli che tramanda la tradizione.  Gli esseri della luce sono molti, ognuno ha la propria individualità, come noi esseri umani ma anche di più, perché si tratta di intelligenze di livello superiore, che noi possiamo solo provare a comprendere.  Ci sono esseri della luce  che vogliono aiutarci, altri che magari godono o si nutrono della nostra sofferenza, e altri ancora che semplicemente ci deridono e ci prendono in giro, e purtroppo molte delle “rivelazioni” alla base di alcune religioni o credenze sono nate da scherzi con cui qualche essere di luce si è divertito ai danni dell’umanità, e di qualche “profeta” troppo ingenuo”

D: “Ma come può essere certo che invece a Lei gli esseri della luce dicano la verità?”

R: “E’ molto semplice: perché non ho parlato con un solo essere della luce, ma con molti di loro, in tante occasioni e in tanti “luoghi”, e nel tempo ho imparato a distinguerne l’essenza.  Inoltre ho avuto la  guida di Samsa Bakhmati, il mio maestro, che mi ha mostrato i tre chakra nascosti e ha condiviso con me altre conoscenze che mi sono servite da guida nel mio percorso di scoperta”

D: “Sa che alcuni dei suoi detrattori mettono in discussione la stessa esistenza di Samsa Bakhmati e degli otto maestri sconosciuti che lo avrebbero preceduto…”

R: “Scetticismo e creduloneria sono due facce della stessa medaglia; e sono due esempi dell’effervescenza di cui è affetto il nostro mondo.  A me non importa delle parole di chi non crede a me o alle verità che insegno.  La mia è un’offerta al mondo, che ognuno è libero di accettare o di rifiutare; a questo proposito le voglio raccontare un aneddoto: nel mio ashram vivono molti gatti, animali adorabili che a differenza di noi sanno vedere perfettamente gli esseri di luce; però sono sempre animali, e quando porto loro del cibo nuovo, che magari non conoscono, e lo distribuisco nelle ciotole, solo alcuni  lo accettano e mangiano, mentre altri magari si allontanano dubbiosi; io sono certo che il cibo che offro loro è buono, ma non posso imporli di mangiarlo, e non voglio, perché dev’essere una loro scelta“.

Il tempo dell’intervista sta scadendo, il Maestro Rabhan deve prendere l’aereo per andare a visitare un posto tra Slovenia e Austria dove fondare anche in Europa un Bija-Ashram; ci congediamo con una  forte stretta di mano, un gradito dono da parte del Maestro (il famoso mala invisibile che si può percepire solo con la propria dimensione spirituale), e la promessa di incontrarci di nuovo per approfondire i temi del nostro incontro.

 

 

Dieci piccoli luoghi comuni

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Tralasciando i luoghi comuni  a sfondo razzista/maschilista, quali sono le opinioni basate su presupposti del tutto fuorvianti e che ciò nonostante trovano grande diffusione e popolarità?

Ovvero, per dirla in poche parole…

quali sono i più assurdi luoghi comuni?

Risposta n. 94.

Ecco la mia personale Top Ten, anche se meglio sarebbe dire Bottom Ten:

  1. L’uomo è l’unico animale che uccide i propri simili – Andatelo a dire agli scimpanzé, agli orsi, ai leoni e ai coccodrilli
  2. L’Amore romantico è un’invenzione dell’ottocento – E poi qualcuno dall’ottocento è andato indietro nel tempo per spiegarlo a Saffo, Catullo, Petrarca, Dante, etc. etc.
  3. Figli piccoli problemi piccoli, figli grandi problemi grandi – Mentre mia moglie sta allattando la figlia minore e la maggiore si sta arrampicando sulla libreria, ho seri dubbi sulla fondatezza di questa idea…
  4. I gatti sono traditori, i cani fedeli – Quindi sarebbe più opportunista un animale che ama chi vuole lui, liberamente e spontaneamente, rispetto a uno che si affida ciecamente a chiunque lo prenda al guinzaglio e gli offra una ciotola di cibo?
  5. La lotteria dei calci di rigore A parte che ci si potrebbe mettere un po’ di fantasia, non so l’ordalia dei calci di rigore, il ballottaggio dei calci di rigore, dove sta la lotteria, dove sta la fortuna, quando due squadre si sfidano in una gara a chi è più bravo nel tirare una serie di calci di rigore?
  6. L’uomo è cacciatoreE la donna cos’é?  Raccoglitrice?
  7. La cucina italiana è sempre la miglioreLa cucina italiana forse ha il primato della varietà, ma ho provato piatti eccezionali delle più varie provenienze: serba, giapponese, cinese, coreana, thailandese (se dite che le ultime quattro sono uguali vi aspetto sotto casa), turca, spagnola, indiana,  siciliana, ghanese, marocchina e recentemente anche dello Sri Lanka, e ogni volta è stata una sorpresa unica
  8. I politici (ma potete sostituire con gli avvocati, i dentisti, i dipendenti pubblici, gli Albanesi, la Juventus) sono tutti ladri – Classico moto qualunquista, stupido oltre che ingiusto nei confronti di chi fa un qualsiasi mestiere nel modo più onesto e pulito, a prescindere da come si comporti la parte peggiore di quella categoria
  9. Più spendi meglio spendi – Potrebbe essere vero se i prezzi corrispondessero alla qualità, ma in un mondo in cui la scarpa prodotta in Italia da un artigiano locale costa meno della metà (ma persio 1/10) della scarpa prodotta in Vietnam da operaie pagate una miseria da un’azienda di beni di lusso che ci appiccica sopra soltanto il suo marchio, non è esattamente così
  10. Oggi il mondo non è più sicuroChi pensa che nel 2016 l’incolumità del cittadino comune del mondo occidentale sia più a rischio che nel passato, dovrebbe spiegarmi a quale passato sta pensando. L’epoca di Roma antica, dove si andava allo stadio a vedere gioiosi ammazzamenti?  Le simpatiche e lezzose invasioni barbariche?  Il pacifico medioevo? Il periodo dei primi turisti dal Nord, i Lanzichenecchi?  O quando invece sono arrivati i Francesi, con Napoleone?  O forse vi piaceva l’epoca dei nostri bisnonni, con la prima guerra mondiale, o quella dopo, quando per le nostre strade c’erano i nazisti?  Magari gli anni ’70, in cui più o meno l’ISIS ce l’avevamo in casa, e gli attentati invece che in Bangladesh o in Florida li avevamo a Brescia o a Bologna…

Vamos a bailar (analisi socio-psicologica di)

Ci sono canzoni che conquistano l’immortalità a prescindere dal loro valore intrinseco, l’esempio più lampante è Il ballo del qua qua, che a prescindere da tutto è un must di ogni festa di bambini da quasi quarant’anni.

Poi ci sono canzoni come Vamos a bailar di Paola e Chiara (che qui vi proponiamo nella trashissima versione spagnola); nulla di speciale, ma passano gli anni e ogni estate radio e disc-jockey da spiaggia te la ripropongono.

Viene però spontanea una domanda: essendo ovvio che il motivo del successo è nel testo,

cosa emoziona il pubblico che ama Vaimos a Bailar?

Risposta n. 93.

La risposta non può essere univoca, ma va distinta tra le immagini che la canzone evoca nel pubblico maschile (che contrassegnerò con M) e in quello femminile (che indicherò con F):

Ho voluto dire addio al passato io eri un ombra su di me su di me

F: voglio smetterla di pensare al mr. Big che amo tanto ma che non mi bada/mi ha deluso/non mi ha ama più

Ora è tempo di essere nuova immagine cerco la mia isola via di qua

F: devo dimenticarlo, magari cambio taglio/colore di capelli, e via in vacanza con le amiche che bello facciamo una vacanza lontano

Se qualche volta ho creduto che fosse impossibile non ho più niente da perdere solo te

F: anche se continuo sempre a pensare al mr. Big che amo tanto ma che non mi bada/mi ha deluso/non mi ha ama più ora devo mettere la parola fine a questa fase della mia vita e guardare avanti

Vamos a bailar esta vida nueva   Vamos a bailar  Vamos a bailar esta vida nueva Vamos a bailar

M: ragazze fighe e belle abbronzate che ballano sensuali in spiaggia

Paradiso magico oltre oceano è una luce che mi da libertà
Ho voluto dirti addio lo sa solo Dio eri un ombra su di me su di me

F: Ora che sono in vacanza in un posto bellissimo, c’è il sole, il mare, è un’atmosfera magica e posso flirtare con altri ragazzi o anche solo divertirmi con le amiche ma finalmente passa anche mezza giornata e non faccio un pensiero a mr. Big e non guardo sul cellulare se mi ha mandato un sms, mi ha scritto su facebook o su whatsapp

Anche se a volte ho creduto che fosse impossibile ora mi sento rinascere senza te

F: dopo questa vacanza potrò di nuovo amare, superando la delusione di quello stronzo che mi ha spezzato il cuore, anzi senza di lui sto molto meglio

yei yei ye

M-F: Forte questa canzone, c’è pure la rima

Vamos a bailar esta vida nueva  Vamos a bailar  Vamos a bailar esta vida nueva
Vamos a bailar  Vamos a bailar esta vida nueva Vamos a bailar
Vamos a bailar esta vida nueva Vamos a bailar

M: ragazze che ballano con addosso il costume da bagno e pareo e magari sandali fighi

Se qualche volta ho creduto che fosse impossibile ora mi sento rinascere senza te

F: come ci divertiamo qui al mare con le amiche, forse quel ragazzo mi ha guardato, magari scopro come si chiama e lo aggiungo su facebook… oppure facciamo le pazze e andiamo a conoscerlo, ecco sono le 23.35 e non ho ancora pensato a quello stronzo

Vamos a bailar esta vida nueva  Vamos a bailar  Vamos a bailar esta vida nueva
Vamos a bailar  Vamos a bailar esta vida nueva Vamos a bailar
Vamos a bailar esta vida nueva Vamos a bailar

M: estate, sole, mare, ragazze che ballano e se va bene stasera si fa sesso

Banana Mussolini

  Riordinando casa ho reperito un vecchio testo scolastico di mio nonno, e tra le tante letture educative questo testo di Benito Mussolini:

Il fiero e virile frutto dell’albero di banano

L’impero coloniale italiano non ha nulla da invidiare, per ricchezza delle terre d’oltremare, a quello di altre nazioni, e tra i frutti che il popolo italiano ha potuto discoprire primari importanza riveste il frutto dell’albero di banano che cresce rigoglioso nell’Africa orientale italiana.

La banana è prodigiosa nelle sue qualità alimentari, ma anzitutto è frutto di intrinseca fierezza virile, ideale nutrimento per la popolazione italica; ella è differente da frutti molli e umidi, privi di dignità e impossibili da mangiare senza usare posate o inzaccherarsi le mani; orbene, è forse abile ad usare il moschetto chi ha le mani sporche o mangia la frutta con le posate?  Guardate piuttosto l’orgogliosa banana, si fa denudare senza cedere in fierezza, e mantenendo integra la sua turgida virilità. Lo si può mangiare a mani nude, e subito dopo prendere la penna in mano senza tema di sporcamento.

Ecco perchè, nella mia indomita missione di forgiare il nuovo spirito nazionale, ho dato istruzioni al Signor Ministro dell’Agricoltura di potenziare la coltivazione dei banani per farne accedere in quantità al desco di ogni famiglia italiana e nelle mense dei fanciulli insieme al pane. Perciò proclmamo sempre che se gli Italiani sono in Africa il nostro fine è la terra. E anche colonialmente i primi debbono essere i lavoratori della terra.